Il problema è che l’Europa, Italia inclusa, affronta questa sfida partendo da una posizione di forte vulnerabilità. La dipendenza dalla Cina interessa numerosi segmenti strategici: terre rare, magneti permanenti, grafite, gallio, germanio, tungsteno, antimonio e molte altre materie prime essenziali per radar, missili, munizionamento, sistemi satellitari, elettronica militare e tecnologie dual use. Negli ultimi anni Pechino ha dimostrato di considerare tali risorse uno strumento di politica estera e di competizione strategica. Le restrizioni all’export di materiali critici hanno evidenziato come il controllo delle catene di approvvigionamento rappresenti oggi una leva geopolitica non meno importante della forza militare. A rendere ancora più complesso il quadro vi è un fenomeno spesso sottovalutato: la progressiva militarizzazione e privatizzazione dei colli di bottiglia delle filiere globali.
In questo scenario la capacità di diversificare i canali di approvvigionamento, costruire relazioni commerciali alternative e assicurarsi quote di capacità produttiva diventa un elemento fondamentale della resilienza nazionale. È vero che l’Unione europea ha finalmente compreso la rilevanza strategica del problema e sta accelerando sul fronte delle riserve di sicurezza. Le iniziative previste dal Critical Raw Materials Act e il programma di stockpiling rappresentano un passo nella giusta direzione. Tuttavia, accumulare scorte significa guadagnare tempo, non eliminare la vulnerabilità strutturale. Se l’Europa continuerà a dipendere dall’estero per l’estrazione, la raffinazione e la trasformazione dei materiali critici, il rischio strategico resterà sostanzialmente invariato.
Washington questo lo ha ben compreso al punto da aver maturato un concetto molto semplice: il gap nei confronti della Cina può essere ridotto solo superando le leggi di mercato. La creazione di un price floor del prezzo delle materie prime doppio rispetto al prezzo di mercato da parte del Pentagono nello stipulare accordi di fornitura con i player minerari nazionali ne è la riprova.
In attesa che Bruxelles decida di investire seriamente nella filiera europea non possiamo rimanere alla finestra. E’ assolutamente necessario che il Paese si doti di una strategia nazionale che individui le priorità da perseguire. In quest’ottica la politica mineraria che rappresenta il pilastro di una strategia nazionale, non può essere affidata ai singoli ministeri. Il dossier delle materie prime strategiche attraversa competenze che coinvolgono simultaneamente Difesa, Imprese e Made in Italy, Economia e Finanze, Esteri, Ambiente ed Energia. Nessuna amministrazione possiede da sola la visione complessiva necessaria per governare un tema che intreccia geopolitica, commercio internazionale, sicurezza nazionale, finanza e politica industriale.
Le riforme
Serve dunque una cabina di regia permanente presso la Presidenza del Consiglio, dotata di capacità di coordinamento interministeriale e di un mandato preciso: garantire la resilienza delle filiere strategiche italiane ed europee. L’obiettivo non deve essere l’autarchia, concetto incompatibile con la struttura economica italiana, bensì la riduzione delle vulnerabilità attraverso una strategia articolata che comprenda diversificazione geografica delle forniture, accordi di lungo termine, stockpile strategici, sostegno agli investimenti industriali e sviluppo delle capacità di riciclo coinvolgendo anche altri partner europei e non con cui si condividono alcuni obiettivi.