Oltre Hormuz

Le guerre del XXI secolo si combattono con porti, raffinerie e reti logistiche

Le materie prime non sono soltanto un tema industriale. Sono diventate un’infrastruttura strategica della sicurezza nazionale. Serve una cabina di regia che coordini i ministeri

di Gianclaudio Torlizzi

Un ufficiale, a bordo della USS Tripoli, supervisiona operazioni di volo     REUTERS

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Per anni l’Europa ha considerato la sicurezza come una funzione prevalentemente militare, delegando agli Stati Uniti la protezione strategica del continente e dando per scontato che il mercato globale avrebbe garantito l’accesso alle materie prime necessarie per sostenere la crescita industriale. Oggi entrambe queste certezze sono venute meno.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

La guerra in Ucraina, le tensioni nel Mar Rosso e nel Mediterraneo, il confronto strategico tra Stati Uniti e Cina e la crescente instabilità in Medio Oriente hanno riportato al centro una questione spesso trascurata: nessun sistema di difesa può esistere senza una filiera sicura delle materie prime e dei componenti industriali che ne costituiscono il fondamento.

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L’ambizione europea di costruire un pilastro continentale più robusto all’interno della Nato non dipenderà soltanto dall’aumento delle spese militari o dalla produzione di nuovi sistemi d’arma. Dipenderà soprattutto dalla capacità di garantire continuità di approvvigionamento per metalli, minerali critici, energia, componentistica elettronica e materiali avanzati.

Le lezioni provenienti dal conflitto ucraino stanno inoltre mettendo in discussione alcuni assunti consolidati degli ultimi decenni. La guerra del futuro non sarà vinta esclusivamente dalla superiorità tecnologica. Tecnologia e massa dovranno procedere insieme. Droni, intelligenza artificiale e sistemi avanzati rappresentano certamente un moltiplicatore di forza, ma non eliminano la necessità di disporre di capacità industriali, catene logistiche resilienti, scorte adeguate e personale addestrato.

Sostenibilità della macchina industriale

Come dimostrano i conflitti in corso, le guerre continuano a essere lunghe, dure e logoranti. Molte non vengono perse sul campo di battaglia, ma per l’incapacità di sostenere nel tempo lo sforzo produttivo e logistico necessario ad alimentarle. La sostenibilità della macchina industriale e degli approvvigionamenti sta tornando a essere un fattore strategico importante quanto l’efficacia dei sistemi d’arma.

Il problema è che l’Europa, Italia inclusa, affronta questa sfida partendo da una posizione di forte vulnerabilità. La dipendenza dalla Cina interessa numerosi segmenti strategici: terre rare, magneti permanenti, grafite, gallio, germanio, tungsteno, antimonio e molte altre materie prime essenziali per radar, missili, munizionamento, sistemi satellitari, elettronica militare e tecnologie dual use. Negli ultimi anni Pechino ha dimostrato di considerare tali risorse uno strumento di politica estera e di competizione strategica. Le restrizioni all’export di materiali critici hanno evidenziato come il controllo delle catene di approvvigionamento rappresenti oggi una leva geopolitica non meno importante della forza militare. A rendere ancora più complesso il quadro vi è un fenomeno spesso sottovalutato: la progressiva militarizzazione e privatizzazione dei colli di bottiglia delle filiere globali.

In questo scenario la capacità di diversificare i canali di approvvigionamento, costruire relazioni commerciali alternative e assicurarsi quote di capacità produttiva diventa un elemento fondamentale della resilienza nazionale. È vero che l’Unione europea ha finalmente compreso la rilevanza strategica del problema e sta accelerando sul fronte delle riserve di sicurezza. Le iniziative previste dal Critical Raw Materials Act e il programma di stockpiling rappresentano un passo nella giusta direzione. Tuttavia, accumulare scorte significa guadagnare tempo, non eliminare la vulnerabilità strutturale. Se l’Europa continuerà a dipendere dall’estero per l’estrazione, la raffinazione e la trasformazione dei materiali critici, il rischio strategico resterà sostanzialmente invariato.

Washington questo lo ha ben compreso al punto da aver maturato un concetto molto semplice: il gap nei confronti della Cina può essere ridotto solo superando le leggi di mercato. La creazione di un price floor del prezzo delle materie prime doppio rispetto al prezzo di mercato da parte del Pentagono nello stipulare accordi di fornitura con i player minerari nazionali ne è la riprova.

In attesa che Bruxelles decida di investire seriamente nella filiera europea non possiamo rimanere alla finestra. E’ assolutamente necessario che il Paese si doti di una strategia nazionale che individui le priorità da perseguire. In quest’ottica la politica mineraria che rappresenta il pilastro di una strategia nazionale, non può essere affidata ai singoli ministeri. Il dossier delle materie prime strategiche attraversa competenze che coinvolgono simultaneamente Difesa, Imprese e Made in Italy, Economia e Finanze, Esteri, Ambiente ed Energia. Nessuna amministrazione possiede da sola la visione complessiva necessaria per governare un tema che intreccia geopolitica, commercio internazionale, sicurezza nazionale, finanza e politica industriale.

Le riforme

Serve dunque una cabina di regia permanente presso la Presidenza del Consiglio, dotata di capacità di coordinamento interministeriale e di un mandato preciso: garantire la resilienza delle filiere strategiche italiane ed europee. L’obiettivo non deve essere l’autarchia, concetto incompatibile con la struttura economica italiana, bensì la riduzione delle vulnerabilità attraverso una strategia articolata che comprenda diversificazione geografica delle forniture, accordi di lungo termine, stockpile strategici, sostegno agli investimenti industriali e sviluppo delle capacità di riciclo coinvolgendo anche altri partner europei e non con cui si condividono alcuni obiettivi.

La competizione globale

La competizione globale che si sta delineando non riguarda soltanto la disponibilità di armamenti. Riguarda il controllo delle risorse necessarie per produrli. Le guerre del XXI secolo si combattono infatti molto prima del campo di battaglia, all’interno delle miniere, dei porti, delle raffinerie, degli impianti metallurgici e delle reti logistiche.

Se l’Europa intende assumere maggiori responsabilità nella propria sicurezza e se l’Italia vuole preservare la competitività della sua base industriale, la resilienza delle catene di approvvigionamento dovrà diventare una priorità nazionale. Le materie prime non sono più soltanto un tema industriale. Sono diventate un’infrastruttura strategica della sicurezza nazionale.

Gianclaudio Torlizzi è fondatore di T-Commodity e consigliere del ministro della Difesa

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