L’accordo RTAA spostò il potere decisionale sui dazi dal Congresso, dove alcuni singoli settori erano delle lobby favorevoli al protezionismo, al presidente, su cui le forze protezionistiche avevano meno influenza, perché i presidenti sono eletti dall’intero paese Roosevelt ricevette l’autorità di abbassare i dazi unilateralmente, e così fece Poi, dopo la Seconda Guerra Mondiale, il meccanismo di libero scambio passò dal comando presidenziale a una serie di negoziati tra più nazioni, il cui tema era la reciprocità: gli Usa e gli altri Paesi partecipanti accettavano di abbassare le barriere commerciali a patto che lo facessero anche gli altri.
La liberalizzazione commerciale guadagnò favore politico dalla ripresa post-Depressione, essa stessa in parte prodotta dalla mobilitazione del Paese per la guerra e dalla prosperità dei primi decenni postbellici – in Europa e in Giappone come negli Usa. La Guerra Fredda con l’Unione Sovietica e il movimento comunista internazionale, che iniziarono dopo la Seconda Guerra Mondiale, incentivarono ulteriormente l’espansione del commercio transfrontaliero. L’idea era che il commercio avrebbe fortificato le economie dell’Europa occidentale, che a loro volta, avrebbero aiutato i governi a opporsi alle azioni sovversive dei comunisti locali. Il commercio tra i loro membri avrebbe anche solidificato la coalizione guidata dagli Usa contro l’Unione Sovietica.
Il sentimento protezionistico non scomparve del tutto negli Usa nei quattro decenni successivi alla Depressione, ma fu molto più debole ed aveva un impatto politico meno incisivo rispetto all’era successiva alla Guerra Civile. Tornò alla ribalta anche negli anni 70, periodo in cui la ripresa delle economie europee e giapponesi aveva generato il tipo di concorrenza che mancava alle industrie Usa subito dopo il 1945. Inoltre, negli anni 70, l’elevato tasso di inflazione scatenò un rialzo dei tassi di interesse, che aumentò il valore del dollaro, penalizzando gli esportatori Usa e i settori concorrenti di import.
Negli anni 70 e 80, il governo Usa rispondeva a questi eventi con misure atte a proteggere le industrie nazionali, in parte convincendo altri Paesi ad adottare restrizioni volontarie sull’export. La maggiore panacea per gli esportatori Usa e le aziende concorrenti di import, però, fu l’abrogazione unilaterale dell’amministrazione Nixon del sistema monetario internazionale di Bretton Woods nel 1971, che rese possibile la svalutazione del dollaro.
Gli Usa non ritornarono mai più al protezionismo radicale dell’era successiva alla Guerra Civile, e negli anni 90 la pressione di erigere barriere commerciali si attenuò Il paese maggiormente responsabile per aver generato quella pressione, il Giappone, cadde in una profonda recessione economica, riducendo la minaccia rappresentata dai suoi esportatori per le industrie Usa. Inoltre, l’economia Usa registrava una robusta crescita, che servì da antidoto per la pressione protezionistica. Gli anni 90 sono stati un’epoca aurea per il libero scambio. La Cina e gli ex Paesi comunisti dell’Europa aderirono all’ordine commerciale globale centrato sugli Usa, e gli Usa negoziarono il NAFTA e contribuirono a istituire la World Trade Organization.
Trump avrà la meglio sulla tradizione americana?
Nella prima decade del nuovo millennio ricomparve nuovamente l’impeto politico a limitare il commercio. Le esportazioni cinesi colpivano duramente alcuni settori Usa, e la crisi finanziaria del 2008 e la successiva “Grande Recessione” resero il protezionismo nuovamente allettante. Ancora una volta, però, la ritirata dal libero scambio si rivelò essere modesta: restò in vigore il verdetto degli anni 30 a favore della reciprocità invece che delle restrizioni. Questo porta la storia di Irwin al presente – e alla questione relativa alla possibilità che Trump presieda un’altra rivoluzione nella politica commerciale Usa, facendo ancora del protezionismo la sua massima espressione.
Alcune delle condizioni che hanno trasformato in passato la politica commerciale nazionale sembrano essere presenti ancora oggi, almeno in parte. Gli Usa si ritrovano nel mezzo di una turbolenza economica, a causa dell’esplosiva crescita del commercio globale e degli investimenti, insieme ai rapidi progressi compiuti sul fronte delle tecnologie di informazione e comunicazione Tali sviluppi hanno creato incertezza, insicurezza e perdite economiche per alcuni, e conseguenti richieste di intervento politico a tutela di chi è stato colpito negativamente.
Anche la seconda decade del XXI secolo ha portato un cambiamento politico, che è alla base delle due grandi inversioni di rotta nella storia americana sul fronte della politica commerciale Trump non faceva parte dell’establishment politico quando entrato nel Partito Repubblicano e ha catturato la presidenza. E negli ultimi quarant’anni la geografia economica del Paese è cambiata. I democratici, che rappresentano i lavoratori i cui posti di lavoro sono minacciati dalla concorrenza estera, sono diventati il partito del protezionismo, mentre i repubblicani sono finiti a difendere la reciprocità e l’espansione del commercio. Se Trump convince un numero sufficiente di repubblicani a passare alla causa protezionistica, una generale politica di restrizione del commercio potrebbe godere di una sorta di maggioranza nazionale come accaduto dopo la Guerra Civile.
Il momento attuale, però, fornisce ragioni ancora più forti per credere che la politica commerciale Usa continui sulla rotta del post-New Deal – apertura basata sulla reciprocità. Per un motivo, i settori Usa non sono più nitidamente divisi tra sostenitori e oppositori del protezionismo. Molte aziende importano ed esportano allo stesso tempo. Devono fare i conti con la concorrenza estera, ma affidarsi anche alle catene di fornitura delle multinazionali per i componenti dei prodotti che realizzano. Quindi non sono favorevoli a un imbavagliamento del commercio.
Inoltre, neanche il maggiore partito politico è compatto sul fronte del commercio. I maggiori repubblicani eletti continuano a essere favorevoli al commercio internazionale, anche se il leader titolare non lo è affatto. I repubblicani al Congresso hanno criticato duramente l’annuncio di Trump sui dazi, e il principale quotidiano conservatore del Paese, The Wall Street Journal, l’ha definito «il più grande abbaglio della sua presidenza». Per quanto riguarda i democratici, quelli che rappresentano gli stati a est tendono a impegnarsi maggiormente per limitare le importazioni rispetto alle controparti dell’ovest.
Inoltre, i settori da cui dipendono entrambi i partiti per i contributi per la campagna elettorale fanno affari all’estero e sono quindi ostili al protezionismo. Mentre le grandi multinazionali sono generose con i repubblicani, i democratici si affidano alle società finanziarie, alle aziende high-tech e all’industria dell’entertainment, che partecipano tutte attivamente ai mercati internazionali e si opporranno a una brusca inversione di rotta verso un regime di limitazione degli scambi commerciali.
Infine, come dimostra la straordinaria indagine storica di Irwin, bruschi sconvolgimenti di questo tipo sono rari, ad eccezione degli unici due eventi registrati negli ultimi 250 anni. Secondo Irwin, la disputa politica sul commercio si verifica regolarmente negli Usa, ma quasi sempre in uno scenario di stabilità. La storia della politica commerciale, continua Irwin, può essere descritta come “stabilità malgrado il conflitto”. Prendendo in prestito il linguaggio delle previsioni metereologiche, allora, potremmo dire che la politica commerciale Usa andrà inevitabilmente incontro a delle tempeste nei prossimi anni; ma, anche con un Trump convinto dei dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio, un uragano devastante, che possa modificare il panorama, sembra alquanto improbabile.
Michael Mandelbaum è professore emerito di politica estera americana alla Johns Hopkins School of Advanced International Studies e autore di Mission Failure: America and the World in the Post-Cold War Era .
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