Lo scenario

Le fonti rinnovabili accelerano ma non saziano la fame di energia

Solare ed eolico battono ogni record, eppure le emissioni di CO2 non sono mai state così alte. I consumi di carbone e petrolio sono da primato perché il fabbisogno energetico cresce più delle soluzioni pulite

di Sissi Bellomo

Parco eolico in Germania (Ap)

5' di lettura

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A che punto è la transizione verde? Senza dubbio in ritardo, rispetto alla tabella di marcia che ci siamo dati per raggiungere la neutralità climatica. Eppure non è ferma. Al contrario, l’adozione di tecnologie pulite sta accelerando e coinvolge un numero crescente di Paesi, anche tra gli emergenti.

È come il proverbiale bicchiere, che è mezzo pieno oppure mezzo vuoto a seconda della prospettiva (e del grado di ottimismo) di chi lo guarda. Da un lato c’è dunque chi brinda all’avanzata delle rinnovabili: fenomeno oggettivo, per quanto spesso commentato con superficialità, alimentando la falsa convinzione che si tratti sempre di soluzioni low cost e che basterebbe una volontà politica più salda per sbarazzarci in fretta dei combustibili fossili e del caro bollette. Ma nello stesso tempo ci sono anche nutrite schiere di profeti di sventura, che descrivono scenari climatici apocalittici sempre più difficili da contrastare se non adottando misure tanto drastiche da cambiare radicalmente il nostro stile di vita, a costo di sacrificare il benessere economico.

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È probabile che a disorientare siano le stesse statistiche sull’energia, che evidenziano fenomeni in apparenza inconciliabili a meno che non si apra lo zoom, per allargare la visione a ciò che accade nel mondo intero – dove ci sono ancora troppe aree in cui la decarbonizzazione non può prescindere dalla necessità di garantire una sopravvivenza dignitosa alle persone – e all’intero spettro dei consumi di energia primaria, che non comprende soltanto l’elettricità con cui accendiamo le luci di casa o ricarichiamo lo smartphone, ma anche i trasporti (compresi camion, aerei e navi) e tutta una serie di consumi industriali che richiedono soluzioni più complesse di una batteria al litio o qualche pannello solare sul tetto.

I numeri ci dicono che il 2023 – nel mondo e anche in Italia – è stato un anno record per le fonti rinnovabili, sia in termini di nuova capacità installata che di generazione elettrica. Ed è giusto rallegrarsene, anche se dovremmo accelerare ulteriormente se vogliamo triplicare entro il 2030, come quasi 200 Paesi si sono impegnati a fare alla Cop28, l’ultima conferenza Onu sul clima, che si è tenuta lo scorso novembre a Dubai.

Ma i numeri ci dicono anche che l’anno scorso le emissioni di CO2 dovute all’energia sono aumentate ancora, portandosi addirittura a  livelli senza precedenti: oltre 40 gigatonnellate, ossia 40 miliardi di tonnellate. Pure i consumi di petrolio e di carbone sono infatti aumentati, battendo ogni record, e quelli di gas non sono diminuiti (salvo che in Europa).

Il petrolio in particolare ha superato per la prima volta nella storia l’asticella simbolica dei 100 milioni di barili al giorno di domanda globale, in barba alle aspirazioni di mobilità sostenibile e alle crociate per limitare l’impiego di plastica. Quanto al carbone, se nelle economie mature stiamo imparando (sia pure ancora troppo gradualmente) a farne a meno, ci sono Paesi che ne bruciano sempre di più: l’India, dove c’è stato un balzo dell’8% dei consumi di combustibili fossili, ormai ne brucia più di Europa e Nord America messi insieme. La Cina – che si è messa a fare da traino alla rivoluzione verde, con un’auto su tre in circolazione che va a batteria e più del 60% dei nuovi impianti solari ed eolici installati nel mondo nel 2023 – sta diminuendo la quota di fossili nel mix energetico dal 2011 (ora è all’81,6%) ma continua comunque a bruciare metà del carbone impiegato nel mondo.

È questo il quadro descritto dall’ultima Statistical Review of World Energy, l’“erede” del celebre rapporto Bp, oggi curato dall’Energy Institute (Ei) con Kpmg e Kearney. La cifra chiave – quella che permette di ricomporre tutti i tasselli del puzzle e di riconciliare le contraddizioni apparenti – è quella sui consumi di energia primaria, saliti al nuovo record storico di 620 Exajoules. Un solo Exajoule equivale a 170 milioni di barili di petrolio. Finché il fabbisogno di energia crescerà più veloce delle soluzioni “pulite” la sfida della decarbonizzazione sarà impossibile da vincere. Oggi corriamo, ma solo per rimanere fermi (se non addirittura per arretrare). Running to stand still, come diceva una vecchia canzone degli U2.

Ce n’è abbastanza per provare sconforto. «I nuovi dati sono poco incoraggianti per la mitigazione del cambiamento climatico, la transizione non è neppure cominciata», ha commentato Nick Wayth, ceo dell’Energy Institute, presentando la Statistical Review. Dopo anni di sforzi (a onor del vero concentrati fino a poco tempo fa soprattutto nelle economie mature dell’Occidente) il mix energetico globale è cambiato ben poco: i combustibili fossili soddisfano tuttora l’81,5 % dei consumi di energia primaria, rispetto all’86% del 1995. Le rinnovabili nonostante tutto oggi sono solo all’8% del mix, o al 15% se si conta anche l’idroelettrico. Con il nucleare, anch’esso a zero emissioni, la “fetta” di energia pulita non arriva a un quinto del totale.

Se si vuole vedere il bicchiere mezzo pieno, in Europa per la prima volta nella storia i fossili sono scesi sotto il 70% del mix (che comunque resta una quota consistente). Negli Usa sono appena andati sotto l’80%, con consumi di carbone che in un solo anno sono crollati di quasi il 20%. In Cina le emissioni di CO2 di recente hanno iniziato a diminuire, anche in un periodo di crescita economica: un segnale importante, che fa ben sperare.

Consola anche apprendere che nel settore energetico gli investimenti green sono il doppio di quelli attirati dagli idrocarburi:  circa 2mila miliardi di dollari contro mille, ci ha fatto sapere l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie), subito ripresa con enfasi dai media di tutto il mondo. Anche questo è un segnale positivo, benché la stessa agenzia parigina ammonisca che bisognerebbe spendere due volte tanto per raggiungere il traguardo del Net Zero. Le stime Aie peraltro etichettano come “green” molti investimenti, compresi ad esempio quelli nelle reti elettriche. Il denaro indirizzato verso solare ed eolico – tanto per evitare equivoci – ammonta a 770 miliardi quest’anno specifica l’Aie, in crescita del 5% rispetto all’anno scorso, ma in decisa frenata rispetto al +22% registrato nel 2023. E ci sono ancora troppi Paesi in via di sviluppo che non partecipano alla rivoluzione verde, o partecipano molto poco, perché non riescono a finanziarla e perché l’urgenza primaria è garantire a tutta la popolazione l’accesso all’energia (ancora un lusso in molte aree del mondo) al minor costo possibile.

La transizione energetica ormai è avviata ed è improbabile che si fermi. Ma anche in Occidente cresce il malessere per il costo delle misure di decarbonizzazione, che tende a pesare in modo sproporzionato sulle fasce più deboli della popolazione. E non è escluso che nel mondo “ricco”rallenteremo il passo anziché accelerare, soprattutto nel caso di una vittoria elettorale di Donald Trump negli Usa, o di una Commissione Ue più influenzata da forze politiche che vorrebbero annacquare il Green Deal: orientamento quest’ultimo sposato non solo dalle destre estreme, ma anche da frange più moderate di conservatori, compresa una parte dei popolari cui appartiene Ursula von der Leyen. Il bicchiere – mezzo vuoto o mezzo pieno che sia – dev’essere comunque colmato. E per limitare i danni del cambiamento climatico non abbiamo troppo tempo.

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