Il petrolio in particolare ha superato per la prima volta nella storia l’asticella simbolica dei 100 milioni di barili al giorno di domanda globale, in barba alle aspirazioni di mobilità sostenibile e alle crociate per limitare l’impiego di plastica. Quanto al carbone, se nelle economie mature stiamo imparando (sia pure ancora troppo gradualmente) a farne a meno, ci sono Paesi che ne bruciano sempre di più: l’India, dove c’è stato un balzo dell’8% dei consumi di combustibili fossili, ormai ne brucia più di Europa e Nord America messi insieme. La Cina – che si è messa a fare da traino alla rivoluzione verde, con un’auto su tre in circolazione che va a batteria e più del 60% dei nuovi impianti solari ed eolici installati nel mondo nel 2023 – sta diminuendo la quota di fossili nel mix energetico dal 2011 (ora è all’81,6%) ma continua comunque a bruciare metà del carbone impiegato nel mondo.
È questo il quadro descritto dall’ultima Statistical Review of World Energy, l’“erede” del celebre rapporto Bp, oggi curato dall’Energy Institute (Ei) con Kpmg e Kearney. La cifra chiave – quella che permette di ricomporre tutti i tasselli del puzzle e di riconciliare le contraddizioni apparenti – è quella sui consumi di energia primaria, saliti al nuovo record storico di 620 Exajoules. Un solo Exajoule equivale a 170 milioni di barili di petrolio. Finché il fabbisogno di energia crescerà più veloce delle soluzioni “pulite” la sfida della decarbonizzazione sarà impossibile da vincere. Oggi corriamo, ma solo per rimanere fermi (se non addirittura per arretrare). Running to stand still, come diceva una vecchia canzone degli U2.
Ce n’è abbastanza per provare sconforto. «I nuovi dati sono poco incoraggianti per la mitigazione del cambiamento climatico, la transizione non è neppure cominciata», ha commentato Nick Wayth, ceo dell’Energy Institute, presentando la Statistical Review. Dopo anni di sforzi (a onor del vero concentrati fino a poco tempo fa soprattutto nelle economie mature dell’Occidente) il mix energetico globale è cambiato ben poco: i combustibili fossili soddisfano tuttora l’81,5 % dei consumi di energia primaria, rispetto all’86% del 1995. Le rinnovabili nonostante tutto oggi sono solo all’8% del mix, o al 15% se si conta anche l’idroelettrico. Con il nucleare, anch’esso a zero emissioni, la “fetta” di energia pulita non arriva a un quinto del totale.
Se si vuole vedere il bicchiere mezzo pieno, in Europa per la prima volta nella storia i fossili sono scesi sotto il 70% del mix (che comunque resta una quota consistente). Negli Usa sono appena andati sotto l’80%, con consumi di carbone che in un solo anno sono crollati di quasi il 20%. In Cina le emissioni di CO2 di recente hanno iniziato a diminuire, anche in un periodo di crescita economica: un segnale importante, che fa ben sperare.
Consola anche apprendere che nel settore energetico gli investimenti green sono il doppio di quelli attirati dagli idrocarburi: circa 2mila miliardi di dollari contro mille, ci ha fatto sapere l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie), subito ripresa con enfasi dai media di tutto il mondo. Anche questo è un segnale positivo, benché la stessa agenzia parigina ammonisca che bisognerebbe spendere due volte tanto per raggiungere il traguardo del Net Zero. Le stime Aie peraltro etichettano come “green” molti investimenti, compresi ad esempio quelli nelle reti elettriche. Il denaro indirizzato verso solare ed eolico – tanto per evitare equivoci – ammonta a 770 miliardi quest’anno specifica l’Aie, in crescita del 5% rispetto all’anno scorso, ma in decisa frenata rispetto al +22% registrato nel 2023. E ci sono ancora troppi Paesi in via di sviluppo che non partecipano alla rivoluzione verde, o partecipano molto poco, perché non riescono a finanziarla e perché l’urgenza primaria è garantire a tutta la popolazione l’accesso all’energia (ancora un lusso in molte aree del mondo) al minor costo possibile.