Scelte sostenibili

Le false stelle: l’inquinamento spaziale sarà la prossima emergenza ecologica

Per il 2035 sono attesi dai 60mila ai 100mila satelliti nella bassa atmosfera. Una soluzione? Iniziare a considerare le orbite terrestri un bene comune, da tutelare come gli oceani.

di Ferdinando Cotugno

Il cielo pieno di satelliti. Lo scatto è composto da esposizioni raccolte in 30 minuti. Molte delle scie orientate da Ovest a Est potrebbero provenire da satelliti SpaceX. Quelle da Nord a Sud sono da satelliti per l’osservazione terrestre. È presente una scia naturale, una meteora al centro, che si presenta come colorata.

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Se alziamo gli occhi al cielo e vediamo una scia di luce che ci sembra una stella cadente, è probabile che stiamo in realtà osservando un satellite al momento del rientro nell’atmosfera terrestre. In quella fase, il satellite si vaporizza, decomponendo i suoi elementi strutturali, principalmente alluminio, rame e litio. Questa piccola scena è una delle più sottovalutate forme di inquinamento attualmente in corso: nel 2024 ci sono stati circa mille rientri di satelliti sulla via del pensionamento, praticamente tre al giorno. Con la crescita di società e di servizi come quelli offerti da Space X di Elon Musk, nel giro di un decennio potremmo veder rientrare fino a 50 satelliti al giorno, secondo le stime per Bloomberg di Jonathan McDowell, docente ad Harvard e uno dei massimi astrofisici al mondo.

Ogni settore economico produce impatto e inquinamento soprattutto nel momento della sua massima crescita, e quello spaziale non fa eccezione. La curva di espansione della space economy è questa: nel 2019 abbiamo lanciato 500 satelliti nelle orbite basse terrestri, nel 2024 sono stati 2.800. Sono ormai il tessuto nevralgico della nostra economia: il settore oggi vale 15 miliardi di dollari all’anno, secondo Goldman Sachs arriverà a 108 miliardi già alla metà del prossimo decennio, con una stima di qualcosa tra 60mila e 100mila satelliti a saturare le orbite (con un rischio sempre più alto di collisioni). Una delle letture più illuminanti sull’argomento è Ecologia spaziale (Hoepli Editore) di Patrizia Caraveo, astrofisica e presidente della Società Astronomica Italiana. L’invito del libro è chiaro: iniziare a includere ciò che avviene fuori dall’atmosfera terrestre tra i temi dell’ambientalismo. I movimenti ecologisti nella loro forma contemporanea, ricorda l’autrice, nacquero anche grazie all’emozione generata da una foto scattata dallo spazio, il ritratto della Terra Blue Marble scattato dall’equipaggio dell’Apollo 17 nel 1972. La prima volta che vedemmo la nostra casa da fuori fu anche quando iniziammo a lavorare davvero per proteggerla. Il problema è che abbiamo trascurato quello che c’era fuori, intorno alla casa, perché nel 1971 le orbite erano vuote, una frontiera, ora sono affollate come una tangenziale urbana all’ora di punta. «Ho iniziato a occuparmi di questo tema partendo dall’inquinamento luminoso causato dai cosiddetti trenini di satelliti del servizio Starlink di Elon Musk, diventati un grande problema per noi astronomi». Starlink è la connessione satellitare che negli ultimi anni è diventata anche un asset geopolitico strategico. «Sono trenini perché vengono lanciati a gruppi di 60, li chiamano minisatelliti, ma è come se fossero dei grossi tavoli da cucina ultra riflettenti. Sono dei fari accesi nello spazio, che hanno l’effetto collaterale di rendere più difficile osservare le stelle». I satelliti Starlink sono lunghi tre metri, larghi un metro e mezzo, sono di dimensioni tutto sommato ridotte, come dei faretti, appunto. Il problema è che sono tanti: al momento in orbita ce ne sono circa 7mila. Quando il servizio sarà a regime diventeranno 42mila, con un’aspettativa di vita di cinque anni e un ritmo di 23 lanci al giorno, secondo il business plan di Musk.

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Quando Caraveo, da astrofisica, ha iniziato a occuparsi di ecologia dello spazio era preoccupata per la luce che rendeva difficile il lavoro dei suoi telescopi, poi si è resa conto che c’erano problemi più gravi, come il cherosene usato per i lanci o le sostanze chimiche disperse negli strati più alti e tenui dell’atmosfera, che stanno minacciando la tenuta dello strato di ozono che la protegge. Il buco nell’ozono è uno dei pochi problemi ecologici che l’umanità può dire di aver risolto, grazie al successo del Trattato di Montréal del 1987 per la messa al bando dei clorofluorocarburi. «Ecco, ora stiamo tornando ai livelli che avevano reso necessario quel trattato: più che strato di ozono, ora sembra un gruviera pieno di buchi», spiega. Il progresso tecnologico non si può fermare, ma secondo Caraveo deve necessariamente essere governato, e l’unico strumento possibile è un nuovo trattato sullo spazio delle Nazioni Unite, che aggiorni quello del 1967. «Il contesto in cui fu firmato era completamente diverso, in piena Guerra Fredda tra Usa e Urss, la preoccupazione principale era allora la smilitarizzazione dello spazio, il divieto di portarvi testate nucleari. Ora il vero tema è capire che le nostre orbite terrestri devono essere trattate come un bene comune del genere umano, proprio come gli oceani». Difficile, quando c’è una sola azienda (Space X) che fa più lanci di tutti gli altri Paesi o soggetti messi insieme. «Ma io non sono contro Musk», precisa Caraveo, «ammiro la sua missione e il contributo che ha dato all’esplorazione del cosmo, dobbiamo solo trovare un onorevole compromesso tra il progresso, l’importanza dei servizi offerti dai satelliti, l’utilizzo delle orbite, che al momento riguarda oltre novanta Paesi del mondo, e la buona salute della nostra atmosfera».

LA SALUTE DEI CIELI “Ecologia Spaziale” di Patrizia Caraveo, Hoepli Editore, 17,90 €. SOCIETÀ ASTRONOMICA ITALIANA, sait.it.

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