Il muro Usa contro i migranti

Le espulsioni di massa di Trump: i dubbi su una scelta ideologica  

L’operazione è iniziata da chi ha commesso reati ma il presidente vorrebbe cacciare milioni di clandestini. Alla crisi umanitaria si sommano i danni all’economia 

di Marco Valsania e Luca Veronese

Migranti espulsi dagli Stati Uniti e imbarcati su un aereo militare diretto alla base Usa di Guantanamo, a Cuba

6' di lettura

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I primi aerei militari per Guantanamo sono già partiti da El Paso e da altre città del sud degli Stati Uniti. A bordo dei C-17 dell’Aeronautica, sono saliti a forza e in catene, decine di immigrati senza documenti, clandestini, già fermati dalla polizia e ora spediti al centro di reclusione organizzato in tutta fretta nei dintorni della base americana sull’isola di Cuba. «Sono criminali della peggiore specie che devono stare lontano dagli Stati Uniti per sempre», ha urlato Donald Trump - dai social e in diretta televisiva - mentre spiegava che a Guantanamo - prigione nella quale sono rimasti ormai solo 15 terroristi - potranno essere rinchiusi almeno 30mila immigrati irregolari.

È iniziata così «l’espulsione di massa, la più grande della storia americana», promessa da Trump in campagna elettorale e diventata la priorità di politica interna della nuova amministrazione della destra nazionalpopulista. Più dei dazi al commercio (già introdotti contro tutto il mondo), più ancora della leadership globale rivendicata anche in Medio Oriente e in Ucraina (passando sopra ai palestinesi e all’Europa), la battaglia contro i migranti segna la svolta che Trump vuole imporre agli Stati Uniti e al mondo: una sorta di ordine trumpiano - nuovo ma che guarda al passato - che azzera d’istinto le regole e le tradizioni, mettendo in discussione il diritto internazionale e i diritti umani. Ma che anche si scontra con gli interessi nazionali, della società e dell’economia: pur proponendosi di mettere davanti a tutto l’America - America First - e di fare tornare grande il Paese - Make America Great Again - la tolleranza zero annunciata da Trump contro gli immigrati senza documenti regolari, oltre ad essere antistorica, rischia di togliere alle imprese mani e braccia indispensabili nell’agricoltura, nei ristoranti, nei trasporti. Mentre il blocco ai flussi migratori frenerà anche i canali di ingresso legali con la conseguenza inevitabile di impoverire gli Stati Uniti, fino a privare - negli anni che verranno - anche i settori più innovativi dei talenti e delle capacità che hanno davvero fatto grande l’America.

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Trump: «Gli immigrati clandestini sono un’emergenza nazionale»

Con i primi ordini esecutivi - firmati al Campidoglio, ancora prima di mettere piede alla Casa Bianca - il presidente Trump ha dichiarato l’emergenza nazionale per il controllo dei confini e degli immigrati. Sono iniziate le retate della polizia per scovare i clandestini. I militari sono stati mandati a difendere la frontiera. E assieme ai voli diretti a Guantanamo hanno cominciato a decollare anche i cargo che scaricano migliaia di migranti in Colombia, in Messico, in Venezuela, nel Salvador e in Guatemala.

«Come comandante in capo, non ho responsabilità più grande di quella di difendere il nostro Paese da minacce e invasioni, ed è esattamente ciò che farò», ha detto Donald Trump nel suo discorso di insediamento alla presidenza.

Le espulsioni sono iniziate da chi ha commesso reati o appartiene a bande criminali: ma questa - concordano gli esperti - è un’operazione che si esaurirà molto presto. Nel mirino ci sono in realtà tutti coloro che arrivano o si trovano nel Paese senza documenti legali. Anche chi ha finora beneficiato di programmi di immigrazione regolare, per motivi umanitari. Mentre la chiusura ai migranti ha contagiato anche la politica estera: Trump ha infatti minacciato di sanzionare i Paesi, compresi gli stretti alleati Canada e Messico, che non aiutino a sufficienza Washington nel controllare le frontiere e gli ingressi.

Gli obiettivi delle espulsioni

Non è chiaro agli osservatori quanto profonda sarà la campagna. Le espulsioni anche in numeri significativi non sono una novità per gli Usa: nei quattro anni di Joe Biden e nel primo mandato di Trump, hanno interessato circa 1,5 milioni di persone. Durante il primo mandato di Barack Obama furono 2,9 milioni i migranti espulsi. Trump ha però ora affermato di voler cacciare molti degli oltre 11 milioni di clandestini che vivono negli Usa, spesso da anni.

Sradicare milioni di immigrati irregolari, integrati nel tessuto sociale ed economico, è considerato da molti, al di là di ogni altra considerazione, difficile da realizzare: impossibile rintracciarli tutti, improponibile il costo, la logistica delle detenzioni e il danno per l’economia. La stessa amministrazione calcola di aver bisogno di quasi 100 miliardi di dollari solo nella prima fase, tra personale di polizia e carceri. L’amministrazione repubblicana - suggeriscono alcuni esperti - potrebbe avere anche l’obiettivo, non dichiarato, di generare nel Paese un clima di paura, che agisca come deterrente per chi vuole arrivare e spinga sempre più nell’ombra chi rimane.

I primi ordini di Trump

Solo nel primo giorno da presidente, Trump ha firmato dieci ordini esecutivi sull’immigrazione, per dozzine di politiche e normative, anche del tutto inedite. Il blitz è proseguito nei giorni e nelle settimane successive, con almeno 21 ordini. Ha dichiarato «l’emergenza nazionale contro l’invasione dei migranti». Ha congelato l’arrivo di decine di migliaia di rifugiati già vagliati e autorizzati, compresi 15mila afghani. Ha eliminato i programmi per i permessi umanitari da anni offerti a mezzo milione di cittadini di Cuba, Haiti, Venezuela e Nicaragua. Ha lanciato retate in grandi città: tra il tra 20 gennaio e il 2 febbraio gli agenti dell’immigrazione hanno effettuato 8.200 arresti, 6.600 sono stati quelli compiuti da altre forze dell’ordine.

Il cervello e la squadra delle espulsioni

Spesso le retate sono avvenute sotto i riflettori, con grande attenzione anche agli aspetti mediatici, alla presenza costante dei ministri di spicco nella campagna contro i migranti: lo zar dei confini, Tom Homan, e la segretaria alla Sicurezza interna, Kristi Noem.

Il vero cervello delle strategie sull’immigrazione, però, è sicuramente Stephen Miller: il vicecapo dello staff per la policy è oggi anche consigliere per la Sicurezza interna, ma da anni è al fianco di Trump a ripetere lo slogan: «L’America agli americani». Miller, 39 anni, ha fatto carriera nei ranghi ultra-conservatori repubblicani e già durante il primo mandato del tycoon aveva concepito la politica della tolleranza zero per i clandestini, della separazione delle famiglie, e del blocco degli arrivi dai Paesi musulmani.

Dallo «ius soli» agli arresti nelle scuole

L’ordine più drastico, simbolo delle ambizioni di Trump, reinterpreta la Costituzione: vuole cancellare lo ius soli, il diritto alla cittadinanza a tutti i nati negli Usa, iscritto nel 14° emendamento. È stato per ora fermato dai ricorsi legali, in tutto una dozzina, ma Trump potrebbe portarlo fino alla Corte Suprema per cercare una vittoria.

Ma c’è molto altro: il presidente ha autorizzato raid e arresti in scuole, chiese e ospedali. Ha mobilitato agenzie e forze, affidando nuovi poteri contro l’immigrazione ad autorità locali come gli sceriffi, che - fuori dal mito - sono stati spesso coinvolti negli anni passati in episodi di razzismo e violenza contro le minoranze. Sono state inoltre mobilitate anche agenzie federali finora del tutto estranee all’immigrazione, compresi Fbi, Antidroga e forse gli ispettori del Fisco.

Gli interventi della Casa Bianca hanno cancellato migliaia di appuntamenti per richieste di asilo già regolarmente concordati. E hanno intensificato e ampliato le espulsioni veloci degli irregolari che erano in precedenza limitate agli arresti entro 160 chilometri dal confine e riservate a chi non faceva domanda di asilo.

Trump ha anche dichiarato guerra alle cosiddette città santuario, con politiche di accoglienza degli immigrati, minacciando di tagliare i fondi federali a chi si oppone alle sue politiche, e cercando appoggio tra i sindaci amici e tra i democratici più controversi.

Le proteste delle associazioni per i diritti civili

Le associazioni dei diritti civili e dei migranti hanno presentato ricorsi e lanciato appelli. Mettono sotto accusa gli aspetti repressivi della nuova politica e sottolineano come gli ingressi di clandestini, le catture alla frontiera, siano già diminuite lo scorso dicembre a 47.330, meno della media mensile registrata durante la prima amministrazione Trump, contro i massimi dei 250mila del 2023. Hanno denunciato un sistema dell’immigrazione che richiederebbe riforme profonde e complessive: le corti dedicate hanno un arretrato di 3,6 milioni di casi da ascoltare, con attese di anni.

Intanto alcuni Stati governati dai repubblicani hanno cominciato a far scattare drastiche retromarce sui diritti: Tennessee, Indiana, Oklahoma e Texas hanno in cantiere leggi per eliminare del tutto l’accesso alla scuola pubblica degli immigrati non regolari.

L’escalation delle espulsioni

Il dipartimento della Difesa ha fornito aerei per il trasporto di almeno 5emila espulsi solo da San Diego in California e da El Paso in Texas. In alcune giornate gli arresti e le espulsioni sono stati più di mille. Allo stesso tempo è stato fortificato il confine: il Pentagono ha inviato 1.500 soldati dotati di elicotteri lungo il Rio Grande, alla frontiera con il Messico, in aggiunta ai 2.500 già presenti.

Ma Trump si è impegnato a cacciare «milioni e milioni» di clandestini e ora i suoi collaboratori lo descrivono come «rabbioso» davanti a risultatati ancora non soddisfacenti, tanto che due alti funzionari dell’immigrazione sono stati rimossi. Il nodo è però quello delle risorse, finanziarie e logistiche: l’Ice, l’agenzia per l’immigrazione, ha fondi per soli 40mila posti nei centri di detenzione, sta cercando nuovi contratti con i colossi delle prigioni private, ma ha bisogno di altri stanziamenti dal Congresso. Nei primi trenta giorni alla presidenza, Trump potrebbe arrivare ad arrestare circa 25mila immigrati irregolari: un record da almeno un decennio. Ma per arrivare a milioni di espulsioni servirebbero almeno tre mandati e non i quattro anni che Trump ha davanti. E il costo per il governo potrebbe facilmente superare i 300 miliardi di dollari.

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