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Titoli di Stato sotto tiro
Non si arresta l’ondata di vendite sul segmento dei governativi. Perché? Ne parliamo con Andrea Campisi, senior investment manager di Pictet AM
Ascoltalo oradi Jacopo Giliberto
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A fine settembre nel Mico di Milano durante la “Cop dei ragazzi” aveva colpito l’appello «blah blah blah» di Thunberg. Parole parole parole, soltanto parole. I grandi del mondo, quelli che decidono, al «blah blah» potrebbero rispondere a tono: con un silenzio ostinato. Riferiscono osservatori che la regina Elisabetta — sensibile al tema climatico e padrona di casa alla Cop26 di Glasgow in programma fino al 12 novembre — sia indispettita per gli annunci di assenze rilevanti come quelle che potrebbero riguardare per esempio Vladimir Putin, Xi Jinping, Jair Bolsonaro, Narendra Modi, cioè i capi di Stato e di Governo che più di altri devono essere coinvolti in politiche climatiche.
Il sottostante è economico, come sempre. Come nelle puntate precedenti, le posizioni si dividono fra chi è già “ricco” perché ha emesso anidride carbonica a carriolate per un paio di secoli (in sostanza: i Paesi Ocse) e chi vuole emettere anidride carbonica a vagonate perché “ricco” lo vuole diventare (in sostanza, la Cina e l’India e al traino tutti i Paesi di economia giovane). Ancora 770 milioni di persone sono senza elettricità, e l’elettricità è quella che fa uscire dalla povertà con il compressore del gommista, la pompa dell’acquedotto, il casco del parrucchiere e la macchina delle radiografie.
Ognuna delle parti indica l’altra. Cina e India emettono di più, ma pro capite i produttori più intensivi del mondo sono sauditi e statunitensi (17,6 tonnellate di CO2 l’anno a testa) seguiti da canadesi e australiani. I cinesi e i francesi (circa 6,4 tonnellate) per motivi diversi sono in coda fra i Paesi industrializzati.
In Europa sulla produzione di elettricità i peggiori sono i polacchi che marciano a carbone, 653 grammi di CO2 per chilowattora di corrente prodotta, e i più ecologici sono i nucleari francesi (38 grammi) e gli idroelettrici norvegesi (33 grammi per chilowattora di elettricità).
I casi di Norvegia e Francia sono simbolo di alcuni dei temi più contrastati nei negoziati internazionali e nelle posizioni fra i Paesi.