Sì, una prima risposta è proprio quella della responsabilità di chi opera in questo campo. Le aziende responsabili non aspettano le regole per comportarsi eticamente e per porre le persone al centro. Io posso condividere l’esperienza di Ibm che ha da sempre compreso le sfide poste dalla AI e deciso di attenersi ad uno stringente codice etico nella gestione di questa tecnologia, definendo principi (lo scopo dell’AI è di potenziare l’intelligenza umana, la tecnologia deve essere trasparente e spiegabile, i dati e gli insight che da essi derivano appartengono ai loro creatori), linee di indirizzo per la ricerca (equità, robustezza, spiegabilità) e una governance - il cui controllo è affidato ad un board al più alto livello aziendale – che garantisca che tutte le attività inerenti all‘AI, dalla ricerca, allo sviluppo di software e soluzioni, alla loro realizzazione siano assolutamente coerenti con i principi enunciati secondo un approccio che definiamo “ethics by design”.Coerentemente, Ibm ha recentemente reso disponibile una piattaforma per scalare e accelerare l’utilizzo dell’AI (anche generativa) nel mondo delle imprese. Tale piattaforma, chiamata watsonx, comprende “modelli fondativi”, corpi di conoscenza circoscritti e ambiti di applicazione a settori di industria, sviluppati con dati accurati, strumenti per personalizzare questi ambienti con i dati proprietari delle aziende e, cosa per noi più importante, un modello e strumenti governance end to end per gestire l’intero ciclo di disegno, sviluppo, rilascio e gestione di soluzioni AI in coerenza con il proposto modello di Ethics by design. Tutto ciò per mitigare i rischi e rispettare i requisiti regolatori.
A che punto è la formazione dei lavoratori per comprendere i rischi e gestire le soluzioni di AI?
Nell’ambito della responsabilità dei diversi operatori, un’area fondamentale è proprio la formazione per dare agli individui i mezzi per comprendere e valutare i rischi e per saper gestire al meglio l’impatto dell’innovazione. Molte sono le aziende e le organizzazioni che si stanno impegnando per creare consapevolezza e nuove competenze in questo campo. Ibm si è impegnata con un piano globale per fornire entro il 2030 le nuove competenze necessarie per il lavoro del futuro a 30 milioni di persone di tutte le età. Un obiettivo che richiede gioco di squadra. Ibm collabora con più di 170 realtà accademiche e industriali in tutto il mondo.
A che punto è invece la regolamentazione e cosa chiedete al regolatore come azienda innovativa?
Per gestire correttamente questa sfida è necessario operare nell’ambito di un modello regolatorio chiaro e condiviso. L’AI Act rappresenta un importante passo avanti nella regolamentazione dell’AI e potrà rappresentare una blueprint di riferimento a livello globale, se preserverà l’approccio basato sul rischio e se questi rischi saranno chiaramente definiti. La cosiddetta precision regulation, infatti, è l’approccio migliore per assicurare una regolamentazione bilanciata che possa tutelare i diritti dei cittadini senza frenare il grande potenziale trasformativo di questa tecnologia. Come Ibm abbiamo in tal senso formulato alcune raccomandazioni: mantenere una visione tecnologicamente neutrale, regolando i casi d’uso in funzione del rischio e non la tecnologia in sé, questo oggi ancora più importante con l’avvento dell’AI generativa, differenziando tra domini chiusi e domini aperti; bilanciare le responsabilità tra chi sviluppa e chi implementa soluzioni di AI; allineare la definizione di sistemi di AI a quella dell'Ocse; definire chiaramente i casi di alto rischio che sono oggetto della regolamentazione; garantire che i segreti commerciali e il codice sorgente siano adeguatamente protetti, quindi sarebbe preferibile che le autorità di vigilanza possano chiedere l’accesso a modelli addestrati e parametri del modello, in ottica di trasparenza e spiegabilità, piuttosto che al codice sorgente.