Le aziende non ottengono i risultati che vogliono: ottengono quelli che il loro design organizzativo rende inevitabili
3' di lettura
3' di lettura
Le organizzazioni sono abituate a considerare i comportamenti espressione dell’individuo. Ed è corretto: esiste il libero arbitrio, l’esperienza personale, i valori, i tratti caratteriali. Eppure, chi frequenta le aziende osserva con regolarità un fenomeno ricorrente. Le persone che, fuori dal lavoro, sanno comunicare, collaborare, assumersi responsabilità e prendere decisioni, una volta entrate in azienda sembrano perdere molte di queste capacità.
Nonostante investimenti consistenti in leadership, formazione e cultura, gli stessi problemi continuano a ripresentarsi: silos, lentezza decisionale, informazioni che non circolano, riunioni che si moltiplicano senza produrre scelte. Perché? La spiegazione e gli interventi restano centrati sulle persone: competenze insufficienti, scarsa motivazione, leadership non adeguata. Sono tutte risposte rilevanti. Ma, se ci si ferma qui, spesso si manca il punto.
Entrando in azienda, le persone entrano in un sistema di condizioni organizzative. E i sistemi organizzativi producono comportamenti prevedibili. Non in modo deterministico, ma con una regolarità sufficiente da rendere alcuni esiti altamente probabili. Strutture decisionali, flussi informativi e sistemi di incentivazione non sono elementi neutri: sono l’infrastruttura operativa che definisce ciò che è possibile fare, ciò che è rischioso e ciò che, di fatto, diventa impraticabile. A questo si aggiungano le regole non scritte, quelle che fanno la cultura aziendale reale, e il ruolo svolto dal contesto organizzativo appare in tutta la sua portata.
E se il contesto spiega i comportamenti, è l’architettura organizzativa a spiegare i risultati.
Questa è la vera discontinuità. In molte organizzazioni si chiede collaborazione, ma si premia la performance individuale. Si invita a condividere informazioni, ma l’accesso ai dati è frammentato o gerarchicamente filtrato. Si incoraggia il confronto, ma il costo implicito del dissenso resta alto. In questi contesti, i comportamenti osservati sono solo risposte coerenti. La competizione emerge dove la collaborazione è penalizzata. Il silenzio prevale dove esporsi è rischioso. Le decisioni rallentano dove il potere decisionale è concentrato sui ruoli più alti che fungono da tappo di bottiglia rallentando tutto, nonostante i costanti inviti ad andare più veloci.








