Sbagliando si impara

Le 5 competenze trasversali chiave per i giovani nel lavoro del 2026

Un’analisi critica delle capacità richieste ai giovani lavoratori. L’importanza di un equilibrio tra iniziativa personale e regole condivise per la competitività aziendale

di Eva Campi*

La convivenza di 5 generazioni in azienda

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Tra liste dei desideri e pronostici di quello che accadrà, anche il 2026 è iniziato con le sue classifiche di competenze, trend, must have, e così via. Vorrei condividere in questa rubrica, in cui spesso ho il piacere di scrivere, una riflessione che parte dalla selezione di 5 competenze trasversali, considerate fondamentali, che ho visto comparire, qua e là, tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 e che riguardano i giovani e il mondo del lavoro. Prima, però, un piccolo cappello introduttivo. Siamo tutti consapevoli che la trasformazione dei modelli produttivi e organizzativi sta modificando in profondità i criteri di selezione e valorizzazione dei giovani che entrano nel mondo del lavoro. Tuttavia, al contempo, i cosiddetti “giovani” sono sempre meno; il che rappresenta un trade off niente male, tra bisogno di garantire un’alta qualità nella selezione e grandezza del bacino a cui attingere.

In un contesto segnato da incertezza (economica e geopolitica), innovazione continua e competizione globale, siamo tutti d’accordo che le competenze tecniche non bastino a garantire un inserimento efficace nel mercato del lavoro. Individuare e valorizzare le competenze trasversali diventa oggi più che mai un fattore critico di produttività, adattabilità e sostenibilità organizzativa (aggiungo, non solo per i giovani). Si ritiene, infatti, che nel prossimo futuro tutta la gestione del personale in azienda – ma non solo, anche l’attribuzione delle attività e la divisione dei carichi di lavoro – dovrà essere basata su competenze e potenziale, piuttosto che sui titoli conseguiti. Questo approccio consentirà di trovare e sviluppare rapidamente le skills di cui l’azienda ha bisogno per restare competitiva, favorendo le operazioni di mobilità interna e le promozioni e agevolerà l’espressione e la realizzazione delle capacità di ciascuna persona. Permetterà (forse) anche di promuovere sistemi maggiormente meritocratici (bias di vario genere permettendo).

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Prendiamo quindi in analisi queste 5 competenze che, come ho scritto nell’incipit, ricorrono nelle varie liste dei desiderata del 2026: flessibilità, team working, autonomia, problem solving complesso e abilità interculturali. Vediamole insieme cercando di coglierne il reale significato tra concetto ideale e confine critico, cioè un’interpretazione che tenga conto delle possibili distorsioni ed esagerazioni delle competenze stesse.

La flessibilità è una delle competenze più richieste dalle imprese. Essa crea valore quando consente di adattarsi rapidamente ai cambiamenti di contesto, di priorità e di strumenti di lavoro. Dal punto di vista manageriale, la flessibilità riduce i tempi di risposta dell’organizzazione e facilita l’adozione di nuovi modelli operativi. Tuttavia, l’eccesso di flessibilità può generare un’assenza di perimetro che porta alla mancanza di punti di riferimento e la possibile perdita di accountability; la continua ridefinizione dei ruoli e l’ambiguità di responsabilità, ad esempio, possono essere considerati come fattori critici di “eccesso” di flessibilità. La flessibilità è efficace solo se ancorata a obiettivi chiari e ruoli definiti, anche se in evoluzione.

Il team working è diventato ormai un requisito strutturale, che contempla anche la capacità di collaborare in modalità ibride. Il lavoro in team genera valore quando favorisce il confronto e l’integrazione dei contributi individuali. Il limite emerge quando il team working diventa appiattimento delle responsabilità o ricerca del consenso a scapito della qualità delle decisioni. Il rischio è il conformismo organizzativo. Il confine manageriale è chiaro: la collaborazione funziona solo se responsabilità individuali e risultato collettivo coesistono.

Un’altra competenza centrale è l’autonomia. In contesti complessi e distribuiti, la supervisione costante non è più sostenibile. Le imprese valorizzano giovani (e le persone, in generale) in grado di prendere iniziativa, organizzare il proprio lavoro e gestire le priorità. Tuttavia, l’autonomia perde valore quando si trasforma in azione scollegata dal contesto, rifiuto del coordinamento o interpretazione soggettiva delle regole. In questi casi, l’autonomia degenera in individualismo e, nei casi estremi, in “anarchia” operativa. L’autonomia è sostenibile solo se esercitata entro un sistema condiviso di obiettivi, regole e allineamento continuo.

Il problem solving complesso rappresenta il passaggio da un approccio esecutivo a uno realmente professionale e professionalizzante. Le aziende cercano persone capaci di affrontare problemi complessi, spesso in condizioni di incertezza e vulnerabilità. Il valore di questa skill è evidente quando l’iniziativa è supportata da metodo, analisi e valutazione delle alternative. Il confine viene superato quando la spinta a risolvere porta a decisioni affrettate, non condivise o prive di basi informative solide. In questo caso, il problem solving si trasforma in improvvisazione. La competenza crea valore solo se coniuga iniziativa e rigore analitico, unita ad una buona capacità di prevedere i possibili rischi e le loro conseguenze.

Infine, le abilità interculturali sono sempre più rilevanti anche in contesti apparentemente locali. Team multiculturali e mercati globali richiedono capacità di comprensione e adattamento. Il limite emerge quando l’attenzione alle differenze culturali porta a rinunciare a standard, regole e processi comuni. L’apertura diventa relativismo organizzativo. Le competenze interculturali funzionano quando valorizzano le differenze senza compromettere coerenza e governance.

In un mercato del lavoro caratterizzato da mismatch strutturale tra domanda e offerta di competenze, queste capacità assumono un valore economico concreto. Secondo le principali indagini internazionali sul lavoro, oltre due terzi delle imprese segnalano difficoltà nel reperire giovani profili in grado di operare con autonomia, collaborare efficacemente e affrontare problemi complessi in contesti organizzativi dinamici. In questo quadro, torna attuale una riflessione spesso richiamata anche nel dibattito culturale: il gioco funziona solo quando le regole e i perimetri sono chiari. Lo stesso vale per il lavoro. Flessibilità, autonomia e iniziativa generano valore solo se inserite in un contesto che definisce obiettivi, responsabilità e limiti condivisi. Senza questo presidio, le competenze trasversali rischiano di trasformarsi da leve di efficacia a fattori di disordine. Per i giovani, ciò significa entrare nelle organizzazioni non come interpreti solitari, ma come attori consapevoli di un gioco collettivo. Per le imprese, significa assumersi la responsabilità di disegnare contesti in cui le regole non soffocano l’energia, ma le trasformano in produttiva. È in questo equilibrio – tra libertà e struttura, iniziativa e confini – che si gioca oggi la qualità del lavoro, la sostenibilità delle organizzazioni e, in ultima analisi, la competitività del sistema economico.

*Partner di Newton Spa

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