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Lavoro: Coface-Oem, con l'AI più esposti i colletti bianchi che le tute blu

Una professione su otto supera la soglia del 30% di mansioni automatizzabili. Le più a rischio sono: ingegneria, It, finanza, diritto, amministrazione e professioni creative. L'Italia è meno esposta di altri paesi grazie alla struttura manifatturiera e commerciale

di Chiara Di Michele

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(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Con l’avanzata dell’intelligenza artificiale nel mondo del lavoro, «sono ora le mansioni cognitive, complesse e qualificate ad apparire sempre più a rischio, con la possibilità di uno stravolgimento della struttura dell’occupazione». E' quanto viene rilevato dallo studio congiunto di Coface, tra i leader mondiali nell’assicurazione del credito e nella gestione del rischio commerciale, e dell'Observatoire des Metiers Menaces et Emergents (Oem), che ha analizzato 923 professioni scomponendole in mansioni elementari per misurarne l'esposizione all'automazione guidata dall'AI. «I risultati ribaltano la narrazione consolidata: a essere più a rischio non sono le attività manuali e ripetitive (svolte dalle tute blu), bensì quelle cognitive e qualificate (ingegneria, It, finanza, diritto, amministrazione e professioni creative) dove oltre un quarto del contenuto lavorativo potrebbe essere automatizzato», mette in evidenza lo studio, da cui emerge quindi una rottura significativa rispetto alle precedenti ondate di automazione: l’AI infatti non rappresenta una continuazione di tecnologie come la robotica o il software, ma sposta il focus verso le mansioni complesse e non ripetitive. Il suo impatto è profondamente diversificato: si avverte anzitutto a livello di mansione, producendo poi effetti variabili sulle professioni, sui gruppi professionali e, al di là di questi, sui settori in cui si concentrano.

Nel mirino soprattutto le attività qualificate e legate all’informazione

Nello scenario principale analizzato, relativo allo sviluppo dell’AI basata su agenti, circa una professione su otto supera la soglia del 30% di mansioni automatizzabili, che lo studio identifica come soglia di trasformazione profonda della professione, aprendo la strada a una ricollocazione potenzialmente significativa del personale, senza necessariamente sancirne la scomparsa. Le professioni più esposte si concentrano in ambiti altamente qualificati e ad alta intensità di informazione: ingegneria, IT, ruoli amministrativi, finanza, diritto e alcune professioni creative e analitiche. Per contro, le professioni meno vulnerabili restano in larga misura manuali o implicano interazioni umane difficili da standardizzare: manifattura, edilizia, manutenzione, trasporti, ristorazione, pulizie e alcune attività sanitarie e assistenziali. Inoltre lo studio misura il contenuto effettivo del lavoro a rischio in ciascun mercato del lavoro esaminato, confrontando la quota di mansioni automatizzabili in ciascuna delle 923 professioni con il relativo volume occupazionale. Raggruppandole in otto grandi categorie, identifica i gruppi professionali più a rischio. I principali risultati mostrano chiaramente che più di un quarto del contenuto lavorativo potrebbe essere automatizzato nei settori management e amministrazione, professioni creative, diritto e finanza, nonché ingegneria e IT. I servizi alla persona e le professioni tecniche, artigianali e della produzione industriale restano invece sotto la soglia del 10%. Le professioni nell’ambito dell’assistenza, dell’istruzione, delle vendite e, più in generale, le professioni a contatto con il pubblico occupano una posizione intermedia: alcune delle loro mansioni sono a rischio, ma la loro dimensione umana continua a rappresentare un fattore di protezione.

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Differenze fra Paesi, Italia meno esposta

L’esposizione dei Paesi all’automazione guidata dall’AI varia significativamente fra i diversi Paesi: si va dalla Turchia, con il 12% di contenuto lavorativo esposto all’automazione (definito come quota di mansioni automatizzabili rispetto all’occupazione totale) al Regno Unito (20%). Le economie più ricche e quelle maggiormente orientate verso i servizi qualificati - spiega lo studio - appaiono le più esposte all’automazione. Oltre al Regno Unito, i Paesi Bassi, l’Irlanda e il Lussemburgo presentano una più elevata concentrazione di professioni ad alta intensità di informazione, mentre i Paesi in cui l’occupazione è più orientata verso il commercio, i servizi alla persona, l’edilizia, i trasporti o altre attività a maggiore intensità fisica mostrano un’esposizione più moderata. L'Italia è mediamente meno esposta, grazie alla struttura manifatturiera e commerciale. Con il 15,5% del contenuto delle mansioni a rischio sull'insieme della forza lavoro, il Paese si colloca leggermente al di sotto della media europea per esposizione all'intelligenza artificiale. Il suo profilo la posiziona all'interno di un più ampio cluster dell'Europa meridionale, insieme a Portogallo e Spagna e, in misura meno marcata, a Grecia, Bulgaria, Romania e Turchia. La posizione dell'Italia riflette la sua struttura economica e occupazionale: commercio al dettaglio, alloggio e ristorazione, trasporti, attività immobiliari e manifattura rivestono un ruolo più rilevante rispetto alla media europea, mentre informazione e comunicazione, servizi professionali e scientifici e il più ampio comparto dei servizi pubblici occupano uno spazio relativamente più contenuto. «Il posizionamento dell'Italia sotto la media europea non deve indurre a un falso senso di sicurezza», spiega Pietro Vargiu, country manager di Coface Italia. «Quello che oggi ci protegge – il peso della manifattura, del commercio, dei servizi tradizionali – non è una barriera permanente: quando l'AI agentiva raggiungerà piena maturità, gli effetti si propagheranno lungo tutta la catena del valore, coinvolgendo anche le filiere oggi apparentemente al riparo. Per le imprese italiane la vera sfida è di preparazione: ripensare competenze, processi decisionali e modelli organizzativi prima che la trasformazione diventi subìta anziché governata».

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