Lavoro in carcere ancora poco qualificante, in calo la formazione
Iniziative virtuose non mancano, ma i numeri sono ridotti
di Bianca Lucia Mazzei
3' di lettura
3' di lettura
Il lavoro in carcere, soprattutto quello più formativo e professionalizzante svolto per imprese e cooperative esterne all'amministrazione penitenziaria, resta una chance per pochi.
Iniziative virtuose non mancano, ma i numeri sono ridotti. I detenuti coinvolti a fine giugno 2022 erano solo il 4,5% di quelli presenti negli istituti (2.473 su 54.841), percentuale in linea con gli anni precedenti. Si concentrano, inoltre, in alcune zone d'Italia, in particolare Lombardia e Veneto. Molto più diffuso il lavoro alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria che, secondo i dati del ministero della Giustizia, a fine giugno 2022, riguardava quasi il 30% dei presenti e riguardava l’87% dei detenuti “occupati”. Per la maggior parte si tratta però di attività poco qualificanti (pulizie, lavanderia, ecc.) e non di lunga durata poiché assegnate a rotazione. Negli ultimi anni è poi diminuita la partecipazione ai corsi professionali. Di sicuro ha pesato la pandemia (nel primo semestre 2020 i corsi terminati sono stati 38), ma il calo era partito già dal 2010-2011.
Il nodi del lavoro
Disparità territoriali, difficoltà nel coordinare i tempi a quelli del carcere e nell’armonizzare esigenze di due mondi diversi, sono i principali ostacoli da superare. Per i detenuti lavorare vuol dire entrate finanziarie, competenze professionali, utilizzo proficuo del tempo di reclusione, chance di reinserimento. Per la società riduzione del rischio di recidiva e quindi maggiore sicurezza.
«Nonostante gli sgravi fiscali e contributivi previsti dalla legge Smuraglia, purtroppo sono pochi gli imprenditori interessati a investire - spiega Cosima Buccoliero, direttrice della casa circondariale di Torino e che, a Milano, aveva diretto il carcere modello di Bollate -. Il carcere, però, è anche respingente. Dovrebbe piegarsi di più alle esigenze degli imprenditori. Serve un approccio diverso e vanno accettati i rischi di una maggiore flessibilità. Ne vale la pena».
Le differenze territoriali sono ampie come rivela la ripartizione delle agevolazioni fiscali previste dalla legge Smuraglia. Oltre il 65% degli importi relativi al 2022 (9,2 milioni) riguarda infatti imprese e cooperative situate in Lombardia (3,3 milioni) e nell’area Veneto- Friuli Venezia Giulia-Trentino Alto Adige (2,7 milioni).








