Europa

Lavoro, nel 2024 il tasso di occupazione dell’UE ha raggiunto quasi il 76%

Paesi Bassi in cima alla classifica. Italia e Grecia in fondo con rispettivamente il 67,1% e il 69,3%

di Davide Madeddu (Il Sole 24 Ore) e Lena Kyriakidi (Efsyn, Grecia)

6' di lettura

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Tra i Paesi dell’UE, i tassi più alti sono stati registrati nei Paesi Bassi dove la percentuale ha raggiunto quota 83,5%, seguiti da Malta con l’83,0% e la Repubblica Ceca con l’82,3%. I tassi più bassi sono stati registrati in Italia dove la percentuale si è fermata al 67,1%, Grecia con il 69,3% e Romania con il 69,5%.

Cresce, seppure di poco, il tasso di occupazione nei Paesi dell’Ue. Nel 2024, secondo i dati sul mercato del Lavoro pubblicati da Eurostat, 197,6 milioni di persone avevano un impiego. Si tratta di donne e uomini di un’età compresa tra i 20 e i 64 anni, pari a una percentuale del 75,8% -- la più alta percentuale registrata dall’inizio del 2009. In questo panorama il tasso di occupazione è cresciuto di 0,5 punti percentuali rispetto al 2023 e di 1,2 rispetto al 2022.

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Tra i Paesi dell’UE, i tassi più alti sono stati registrati nei Paesi Bassi dove la percentuale ha raggiunto quota 83,5%, seguiti da Malta con l’83,0% e la Repubblica Ceca con l’82,3%. I tassi più bassi sono stati registrati in Italia, dove la percentuale si è fermata al 67,1%, Grecia con il 69,3% e Romania con il 69,5%.

Il problema della sovraqualificazione

In questo quadro emerge poi il caso della sovraqualificazione, cioè quando le persone con istruzione elevata sono impiegate in settori che richiedono titoli di studio e livelli di istruzione inferiori. «Nel 2024, il tasso di sovraqualificazione dell’UE - si legge nel rapporto - era del 21,3%, con il 20,5% per gli uomini e il 22,0% per le donne». Tra i paesi dell’UE il tasso di sovraqualificazione è stato più alto in Spagna (35,0%). A seguire la Grecia con il 33,0% e Cipro con il 28,2%. I casi con la percentuale più bassa sono stati registrati in Lussemburgo (4,7%), Croazia (12,6%) e la Repubblica Ceca (12,8%).

Donne più penalizzate degli uomini

«In 21 dei 27 paesi dell’UE, le donne avevano tassi di sovraqualifica più elevati rispetto agli uomini, con le maggiori differenze registrate in Italia (7,7 punti percentuale), Slovacchia (6,4 punti percentuali) e Malta (5,3 punti percentuale) - si legge ancora -. Tuttavia, in 6 paesi dell’UE, gli uomini avevano tassi di sovraqualificazione più elevati, con le maggiori differenze registrate in Lituania (5,2 punti percentuale), Lettonia (2,6 punti percentuale) ed Estonia (2,5 punti percentuale).

In Italia cresce l’occupazione

Per quanto riguarda l’Italia, secondo i dati Istat a febbraio 2025, si è registrata una crescita dell’occupazione.

Nello specifico, «l’aumento dell’occupazione (+0,2%, pari a +47mila unità) riguarda le donne, i dipendenti a termine, gli autonomi e tutte le classi d’età ad eccezione dei 25-34enni per i quali, come avviene per gli uomini, il numero di occupati diminuisce. Il tasso di occupazione sale al 63,0% (+0,1 punti)».

Confrontando il trimestre dicembre 2024-febbraio 2025 con quello precedente (settembre-novembre 2024), si registra un aumento di 199mila occupati (+0,8%).

«A febbraio 2025, il numero di occupati supera quello di febbraio 2024 del 2,4% (+567mila unità); l’aumento riguarda gli uomini, le donne, i 15-24enni e chi ha almeno 50 anni d’età, mentre per i 25-49enni si osserva una diminuzione. Il tasso di occupazione, in un anno, sale di 1,1 punti percentuali - si legge nel documento dell’Istat -. Rispetto a febbraio 2024, diminuisce sia il numero di persone in cerca di lavoro (-18,4%, pari a -342mila unità) sia quello degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-0,5%, pari a -60mila)».

Come sottolineano dall’Istat nel commentare i dati «a febbraio 2025 il numero di occupati è salito a 24 milioni 332mila».

Nel totale anche la quota degli autonomi

«La crescita rispetto al mese precedente coinvolge gli autonomi, che salgono a 5 milioni 170mila, e i dipendenti a termine (2 milioni 710mila), mentre sono sostanzialmente stabili i dipendenti permanenti (16 milioni 451mila) - si legge nel commento dell’Istituto di statistica -. L’occupazione aumenta anche rispetto a febbraio 2024 (+567mila occupati) come sintesi della crescita dei dipendenti permanenti (+538mila) e degli autonomi (+141mila) a fronte del calo dei dipendenti a termine (-112mila). Su base mensile, crescono il tasso di occupazione, al 63,0%, e quello di inattività, al 32,9%, mentre il tasso di disoccupazione diminuisce al 5,9%».

Grecia ancora indietro, nonostante segnali di recupero

Nel 2024, la Grecia si colloca al penultimo posto tra i Paesi dell’Unione europea per tasso di occupazione nella fascia d’età 20–64 anni, con il 69,3%, superando solo la Romania (69,5%). Sebbene il dato segni un miglioramento rispetto al 2009, quando il tasso era fermo al 65,4%, resta ancora ben al di sotto della media Ue (75,8%), a conferma della lentezza del processo di convergenza. Il divario appare ancora più marcato se si considera che nei Paesi con le migliori performance, come Paesi Bassi, Malta e Repubblica Ceca, l’occupazione supera l’82%.

Secondo l’autorità statistica greca (ELSTAT), alcuni settori strategici come l’agricoltura e la pesca hanno registrato una contrazione significativa, penalizzando in particolare le regioni periferiche e contribuendo alla stagnazione dell’occupazione in ampie aree del Paese. Anche il comparto estrattivo (minerario e cave) ha subito un calo marcato. Tuttavia, si osservano segnali di tenuta e crescita in altri ambiti: nel confronto tra il terzo trimestre del 2024 e lo stesso periodo del 2023, l’occupazione è aumentata in sei settori, in particolare nel commercio, nella manifattura, nella riparazione di veicoli, nei trasporti, nella logistica e nei servizi alla persona. In crescita anche il numero degli impiegati in ruoli amministrativi e di vendita, mentre calano i tecnici e i professionisti associati, e resta stabile il settore dell’istruzione, nonostante si stimino almeno 15mila posti vacanti non coperti.

Il problema della sovraqualificazione resta tuttavia centrale. Con un tasso del 33%, la Grecia è seconda solo alla Spagna (35,0%) per incidenza di lavoratori con titolo di studio terziario impiegati in mansioni che non ne richiederebbero uno. Questo fenomeno si lega a un mercato del lavoro incapace di assorbire adeguatamente le competenze dei giovani laureati, molti dei quali sono costretti ad accettare impieghi sottopagati o in settori a bassa qualificazione come il commercio al dettaglio o i servizi generici.

Non è un caso che la Grecia registri anche una delle percentuali più alte di lavoratori a basso salario nell’Ue: secondo Eurostat, il 21,7% dei lavoratori percepisce un salario pari o inferiore a due terzi della retribuzione oraria mediana europea, un dato superiore di oltre sei punti rispetto alla media Ue (15%). Inoltre, solo il 3,2% dell’occupazione complessiva si colloca in settori ad alta tecnologia o a elevata intensità di conoscenza – la quota più bassa dell’Unione. La struttura produttiva, ancora poco innovativa, continua a basarsi su comparti tradizionali e a bassa produttività.

Anche le disuguaglianze di genere e generazionali restano ampie. Il divario occupazionale tra uomini e donne è il secondo più alto d’Europa (18,8 punti percentuali), e il 25% delle donne occupate è classificato come “low-paid”. Giovani, persone con basso livello di istruzione e lavoratori maturi sono le categorie più vulnerabili alla disoccupazione e al lavoro precario. Non sorprende, quindi, che la Grecia sia prima nell’Ue per tasso di disoccupazione di lungo periodo.

Nonostante i ripetuti annunci del governo di Atene sul rafforzamento dell’occupazione, molti interventi si sono concentrati su programmi di formazione e imprenditorialità finanziati con fondi pubblici o europei, che però vengono spesso criticati per la scarsa qualità e l’efficacia limitata. In molti casi, la formazione è erogata online da soggetti privati, con criteri di valutazione blandi e modalità di certificazione non sempre trasparenti. Lo stesso ex ministro delle Finanze Kostis Hatzidakis ha ammesso pubblicamente che i meccanismi di accreditamento di questi corsi sono “problematici”.

La carenza di manodopera, in particolare nei settori stagionali come il turismo, è un problema crescente: all’inizio della stagione estiva 2025, si contavano circa 80mila posizioni scoperte. Le principali associazioni di categoria hanno sollecitato il governo ad attivare nuovi accordi bilaterali per agevolare l’arrivo di lavoratori stranieri, sulla scia dell’intesa firmata nel 2022 con il Bangladesh (4.000 permessi annuali per lavoratori stagionali). Tuttavia, l’esecutivo guidato da Nea Dimokratia ha finora mostrato cautela per evitare tensioni con l’elettorato di destra.

Sul piano della comunicazione, il Ministero del Lavoro ha promosso diverse iniziative – come le “Career Days” organizzate in città europee ad alta presenza greca (tra cui Amsterdam, Düsseldorf, Londra e Stoccarda) – per attrarre i giovani emigrati all’estero durante la crisi economica. Ma non ci sono dati ufficiali su quante persone abbiano trovato effettivamente lavoro tramite questi eventi.

La ministra Niki Kerameus ha rivendicato una riduzione della disoccupazione all’8,3%, attribuendola in parte al successo di questi programmi e degli incentivi fiscali rivolti ai lavoratori di ritorno. Tuttavia, un’indagine del Centro nazionale per la documentazione ha rilevato che oltre 8 greci su 10 rientrati nel Paese non hanno usufruito delle agevolazioni fiscali disponibili, come lo sconto del 50% sull’imposta sul reddito per sette anni. La maggior parte cita ragioni familiari o personali (82%) e la qualità della vita (63%) come motivi principali del rientro, mentre solo il 38% indica come decisivo il miglioramento delle condizioni economiche rispetto agli anni della crisi.

Secondo uno studio dell’Istituto ENA, tra il 2010 e il 2022, oltre 1 milione di persone in età lavorativa ha lasciato la Grecia, in gran parte giovani tra i 25 e i 44 anni. Anche nella fascia 15–24 anni l’emigrazione è proseguita dopo la fine della stagione dei bailout, con un tasso in crescita tra il 2019 e il 2022.

Infine, il governo avrebbe in programma nuove modifiche al diritto del lavoro, incentrate su maggiore flessibilità e riorganizzazione degli orari su base individuale. Ma al momento non ci sono conferme ufficiali, e i sindacati temono ulteriori passi verso la deregolamentazione di un mercato già fragile.

*Questo articolo rientra nel progetto di giornalismo collaborativo europeo “Pulse”

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