La vita nelle metropoli? È un mito
Un luogo di meraviglie con «tutto quello di buono che può esistere e prodursi sulla terra»: commerci, cultura, libertà, divertimento. Per gli antichi, la polis è sinonimo di civiltà. A dispetto di disturbatori, politicanti, azzeccagarbugli e cultori del contro-mito della campagna felice
di Giorgio Ieranò
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«A Milano tutto è meraviglioso. Circolano grandi ricchezze, ci sono palazzi innumerevoli e lussuosi. I suoi abitanti sono ricchi di ingegno, hanno la parola pronta e amano i divertimenti». Così scriveva, più di un millennio e mezzo fa, un poeta latino, Decimo Magno Ausonio. Che, intorno al 390 d.C., sotto il regno di Teodosio, intraprese un viaggio attraverso le città dell'Impero romano, descrivendone poi le meraviglie e stilandone una graduatoria in un poemetto intitolato Ordo urbium nobilium.
In questa antica classifica della “qualità della vita” Roma sta al primo posto. Al ventesimo c'è Bordeaux, città natale del poeta, celebrata per i suoi ottimi vini. Milano è settima ma, come si è visto, i luoghi comuni sulla milanesità erano già quelli di oggi: benessere economico, dinamismo e rutilanti divertimenti urbani (la movida, diremmo adesso). Ausonio inaugura un filone che sarà ripreso poi anche nel Medioevo da Bonvesin de la Riva nel suo Le meraviglie di Milano. Ma, alle sue spalle, c'è già una lunga tradizione di elogi della vita urbana.
Il fascino vivace della città, la bellezza dinamica della metropoli, lo splendore delle architetture monumentali, la gioia di trovarsi in mezzo a una folla intraprendente e attiva, il piacere di avere ogni divertimento a portata di mano: tutto questo è stato celebrato dagli autori antichi non meno dell'austera dignità della campagna.
Nel III secolo a.C., il poeta Eronda cantava gli splendori di Alessandria d'Egitto, all'epoca la più colta, ricca e vivace città del Mediterraneo: «Tutto quello che di buono può esistere e prodursi in terra lo si trova qui: fortuna, sport, potere, cielo azzurro, gloria, spettacoli, oro fino, bei ragazzi, il Museo, il vino, tutte le cose di cui si può avere voglia. E donne, tante donne, più belle delle divinità».
Fino all'affermazione di Roma, Alessandria incarnò il mito della vita urbana. E ancora nel 640 d.C., quando la città cadde in mano agli arabi, il generale maomettano Amr Ibn al-As la descrisse come un luogo di meraviglie: «Ho conquistato la grande città dell'Occidente e non mi è facile enumerare le sue ricchezze e le sue bellezze. Dirò solo che conta quattromila palazzi, quattromila bagni pubblici, quattrocento teatri e luoghi di divertimento, dodicimila negozi di frutta e quarantamila ebrei».











