Mind the Economy/Justice 171

La vita decisa prima

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Che cosa ci fa considerare una società, una società giusta? Subito ci viene in mente la questione distributiva, l’equità, a ciascuno il suo e che tutti abbiano ciò di cui hanno bisogno. Dall’Etica Nicomachea di Aristotele in avanti, queste sono i problemi rilevanti. Reddito, ricchezza, opportunità, diritti, libertà. È l’ampio territorio in cui ci stiamo muovendo da qualche tempo, ormai, con questa lunga serie, 171 finora, di Mind the Economy domenicali. Dai primi gruppi di cacciatori-raccoglitori del Pleistocene, fino a Rawls e Roemer, passando per Aristotele, Hume, Marx e molti altri. Esiste però una domanda che precede, almeno logicamente, la questione distributiva. Riguarda il tipo di vita che quelle risorse ci consentono di vivere. Avere una possibilità, risorse, opportunità, significa poterle inserire in un progetto, collegarle ad altre possibilità, risorse e opportunità, per farne un pezzo di futuro. Un diritto che posso esercitare soltanto nell’istante presente, una risorsa della quale ignoro la disponibilità futura, un’opportunità che scompare prima che possa organizzarvi attorno le mie scelte possiedono un valore assai diverso da quello suggerito dalla loro semplice presenza. La giustizia acquista così una dimensione temporale. Due persone possono disporre oggi delle stesse risorse e trovarsi tuttavia in condizioni profondamente differenti se una può ragionevolmente costruire il proprio futuro mentre l’altra è costretta a rinegoziarlo di continuo. Un lavoro stabile consente di prendere una casa, decidere dove vivere, avere un figlio, investire nella propria formazione. Una successione imprevedibile di contratti permette forse lo stesso consumo medio annuale, ma produce un orizzonte pratico molto differente. Lo stesso vale per chi deve decidere se iscriversi all’università senza sapere se potrà permettersi di arrivare alla fine, per una famiglia che ignora se fra sei mesi avrà ancora una casa, per chi vive in un paese nel quale le regole, i diritti o le condizioni economiche cambiano continuamente. L’incertezza entra nei progetti prima ancora di comparire nei bilanci.

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Anche la capacità di pianificare la propria vita entra così tra le dimensioni costitutive dell’idea di giustizia. La questione distributiva allora si allarga. Conta ciò che possediamo, certamente, ma conta anche la profondità temporale con cui possiamo disporne. Alcune forme di disuguaglianza separano chi può impegnare il proprio presente in nome di un futuro e chi deve tenere ogni decisione revocabile perché il domani rimane troppo fragile per potervi fare affidamento. E’ da questa prospettiva che analizzeremo il lavoro di Michael Bratman, filosofo americano e professore a Stanford.

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Nel frattempo, io domani mattina dovrò partire per una conferenza. Ho scelto il volo, comprato il biglietto, stabilito a che ora uscire di casa. La sveglia suonerà presto. Potrei anche avere dei ripensamenti, visto l’ora. Potrei chiedermi, per qualche secondo, se quel viaggio valga davvero la fatica. Ma mi alzerò lo stesso. Farò colazione, doccia, chiuderò la valigia e prenderò quel volo. E’ già successo centinaia di volte. Molte centinaia di volte. Una si, detto mesi fa, agisce e condizionerà la mia giornata di domani. Una parte considerevole della nostra vita ha questa strana struttura temporale. Decidiamo in un momento e agiamo in un altro. Fissiamo un appuntamento, iniziamo una dieta, accettiamo un incarico, programmiamo una vacanza, ci iscriviamo a un corso di laurea, scegliamo di avere un figlio. Poi il tempo passa. Cambiano l’umore, le informazioni disponibili, qualche volta perfino i desideri. E tuttavia le decisioni precedenti rimangono lì, come punti fermi attorno ai quali organizziamo ciò che viene dopo. È da questa esperienza ordinaria che Michael Bratman costruisce una delle più influenti teorie contemporanee dell’azione. Intention, Plans, and Practical Reason, pubblicato nel 1987, parte da una constatazione apparentemente semplice: “siamo agenti pianificatori”. Questa capacità, per Bratman, costituisce un tratto fondamentale della forma umana dell’agire. Possiamo orientarci verso uno scopo e possiamo anche decidere in anticipo come muoverci verso di esso, lasciando che quella decisione continui a organizzare la nostra condotta nel tempo. Il problema filosofico nascosto in questa capacità riguarda il rapporto tra presente e futuro. Una decisione presa oggi possiede una curiosa autorità sul comportamento di domani. Da dove viene questa autorità? Quanto dura? E soprattutto, perché un agente razionale dovrebbe concederla alle proprie decisioni passate?

L’architettura delle decisioni

La teoria economica standard offre una risposta apparentemente naturale. In ogni momento l’agente dispone di preferenze, credenze e alternative. Confronta le opzioni e sceglie quella che gli appare migliore. Quell che massimizza la sua utilità attesa. Se domani mattina andare in aeroporto continua a essere la scelta preferibile, partirò. Se le circostanze saranno cambiate abbastanza, resterò a casa. La razionalità sembra richiedere una disponibilità permanente a ricalcolare. Bratman sposta il problema. Una creatura che ricalcolasse continuamente ogni decisione avrebbe una vita pratica sorprendentemente difficile. Ogni mattina dovrebbe riaprire questioni già affrontate. Ogni scelta genererebbe una nuova scelta. Ogni coordinamento con il proprio futuro richiederebbe un’altra deliberazione. Le risorse cognitive, però, sono limitate. Deliberare costa tempo e attenzione. Ed è proprio questa finitezza a rendere preziosa la capacità di pianificare. I piani consentono alla deliberazione presente di estendere la propria influenza oltre l’istante in cui avviene e permettono di coordinare attività distribuite nel tempo. Bratman collega esplicitamente questo problema all’idea di bounded rationality di Herbert Simon. La sua planning theory descrive una forma di razionalità limitata, adatta a esseri che dispongono di appunto di capacità limitate di attenzione, calcolo e deliberazione.

Qui compare una prima differenza decisiva tra desiderare e intendere. Posso desiderare di trascorrere il pomeriggio leggendo e, nello stesso momento, desiderare di andare al mare. I due desideri convivono senza scandalo. Posso perfino sapere che soddisfarne uno renderà impossibile soddisfare l’altro. La vita mentale è piena di desideri incompatibili. Con le intenzioni accade qualcosa di diverso. Se ho deciso di trascorrere il pomeriggio leggendo e contemporaneamente ho deciso di trascorrerlo al mare, il mio sistema di intenzioni presenta un problema che chiede di essere risolto. Bratman parla, a questo proposito, di un vincolo di coerenza, (consistency constraint). I piani devono possedere una struttura sufficientemente coerente da poter guidare l’azione. C’è poi una seconda esigenza, ancora più interessante e cioé la means-end coherence, la coerenza tra fini e mezzi. Decidere di perseguire un fine apre uno spazio di deliberazione sui mezzi necessari a realizzarlo. Se intendo essere a Roma domani mattina, prima o poi dovrò stabilire come arrivarci. Se intendo scrivere un libro, dovrò trovare tempo per scriverlo. Se decido di laurearmi, quella decisione comincia lentamente a generare altre decisioni. Quali corsi frequentare, quali esami sostenere, quando, etc… Un desiderio può rimanere sospeso. Un’intenzione mette al lavoro la pianificazione.

Per questo Bratman definisce le intenzioni come i building blocks dei piani. Una volta entrata nella rete delle nostre intenzioni, una decisione crea vincoli e problemi nuovi. Alcune possibilità acquistano rilevanza, altre scivolano sullo sfondo. Se ho deciso di lasciare l’automobile a mio figlio e di andare in biblioteca coi mezzi, l’idea di guidare fino alla biblioteca con quella stessa automobile esce dall’insieme delle alternative ammissibili. I piani precedenti funzionano così come un filtro di ammissibilità delle opzioni possibili. Restringono, cioè, lo spazio delle alternative sulle quali vale la pena deliberare.

In economia, la teoria della scelta prende come punto di partenza un insieme di alternative già definito e domanda quale tra questa verrà scelta. La posizione di Bratman ci fa fare un passo indietro, preliminare. Che origine hanno queste alternative? Perché ragiono si di esse e lascio fuori tutte le altre? Una parte della risposta si trova nella storia delle decisioni già prese. I miei piani precedenti selezionano ciò che oggi merita la mia attenzione. La razionalità acquista così una dimensione storica o procedurale, come dice qualcuno. Ciò che ha senso fare oggi dipende, almeno in parte, da ciò che ieri ho ragionevolmente deciso di fare. Naturalmente una decisione precedente può essere rivista e abbandonata. Il mondo cambia, arrivano informazioni nuove, scopriamo errori, mutano le circostanze. Aggiorniamo le nostre valutazioni e credenze sulla base di nuovi dati. Una teoria che trasformasse ogni intenzione in un vincolo irrevocabile descriverebbe una forma di ostinazione rigida, non una forma di razionalità. Bratman attribuisce invece alle intenzioni una proprietà più sottile, quella della stabilità o dell’inerzia. “Ogni intenzione (…) che riguardi il futuro è mutevole o revocabile – scrive - Ma la revocabilità non implica necessariamente un effettivo ripensamento. In assenza di nuove considerazioni, di norma mi limiterò semplicemente a mantenere la mia intenzione fino al momento dell’azione. Il mantenimento della mia intenzione precedente e la mancata revisione costituiscono, per così dire, l’“opzione di default” (1987, p. 17). Una volta che ho deciso di andare in biblioteca questo pomeriggio, la questione tende a rimanere chiusa. La decisione viene conservata senza essere sottoposta continuamente a un nuovo giudizio. L’arrivo di informazioni rilevanti può riaprire la questione, ma in loro assenza, la deliberazione procede assumendo la decisione precedente come parte dello sfondo. È questa relativa stabilità a consentire all’intenzione di attraversare il tempo. La cosa interessante è che l’inerzia svolge una funzione cognitiva. Ogni decisione chiude provvisoriamente una porta e, proprio per questo, permette di occuparsi delle porte che rimangono aperte.

Immaginiamo di aver deciso di conseguire un dottorato. La decisione lascia irrisolto ancora quasi tutto. Dove studiare, quale argomento scegliere, con chi lavorare, quali corsi seguire. Eppure produce già una struttura. Quando sceglierò l’università o il tema della tesi, terrò fermo il progetto più generale. Bratman descrive i piani proprio in questi termini: parziali e gerarchici. Un progetto generale contiene spazi ancora vuoti che verranno riempiti quando arriverà il momento. La loro incompletezza costituisce una risorsa. Un piano dettagliatissimo per i prossimi dieci anni diventerebbe rapidamente inutile perché il mondo cambia e perché oggi ignoriamo molte delle circostanze nelle quali dovremo agire domani. Un piano completamente aperto, al contrario, offrirebbe troppo poco orientamento. La pianificazione abita questo spazio intermedio. Gli esempi preferiti di Bratman sono molto ampi e generici. Vanno dall’intraprendere una carriera accademica, al crescere una famiglia o all’impegnarsi per la giustizia sociale. Sono progetti che possono durare decenni e che, proprio per questo, devono rimanere radicalmente incompleti. Strutturano una vita senza scriverne in anticipo ogni pagina. La capacità di pianificare, dunque, non consiste semplicemente nell’avere preferenze sul futuro. Consiste nel poter lasciare aperte alcune decisioni perché altre sono sufficientemente stabili. Ed è qui che la questione filosofica comincia nuovamente a diventare una questione di giustizia. Per costruire un piano non basta poter scegliere. Occorre poter contare, entro limiti ragionevoli, sulla persistenza delle condizioni dentro le quali quelle scelte acquisteranno senso. Possiamo allora capire meglio che cosa accade quando decidiamo.

La deliberazione produce un’intenzione. L’intenzione entra in una rete di piani. Quella rete modifica le deliberazioni successive. Alcune questioni vengono considerate risolte, altre diventano urgenti. Emergono nuovi problemi sui mezzi. Alcune alternative vengono escluse perché incompatibili con impegni precedenti. Le decisioni di ieri diventano, entro certi limiti, l’architettura delle decisioni di oggi. Bratman distingue a questo proposito due dimensioni dell’impegno racchiuso in un’intenzione. La prima è volizionale: quando arriva il momento dell’azione, un’intenzione ancora attiva tende a controllare la condotta. La seconda è centrata sul ragionamento: nell’intervallo fra decisione e azione, l’intenzione tende a persistere, orienta la ricerca dei mezzi e condiziona la formazione delle intenzioni successive. È la combinazione delle due dimensioni a spiegare come una deliberazione compiuta in un momento possa esercitare effetti organizzati molto tempo dopo.

Si comprende allora anche perché Bratman dedichi attenzione al celebre paradosso dell’asino di Buridano. Collocato esattamente a metà strada fra due mucchi di fieno perfettamente equivalenti, un asino affamato morirebbe di fame perché manca una ragione per andare a destra anziché a sinistra. Quella che può sembrare una caricatura di un problema decisionale, in realtà contiene un problema serio. Nella vita incontriamo continuamente alternative quasi equivalenti. Due percorsi per raggiungere la stessa città, due confezioni identiche sullo scaffale, due orari ugualmente comodi. Un agente capace di pianificare possiede la facoltà di decidere anche in condizioni di equi-desiderabilità. Una volta deciso di percorrere l’A1, quella decisione crea un nuovo problema che si riferisce a come imboccarla. Da quel momento alcune svolte diventano appropriate e altre incompatibili con il piano. L’atto di decidere ha prodotto una struttura pratica che prima mancava.

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Quando i piani si incontrano

Qui la distanza rispetto all’immagine dell’agente come semplice portatore di desideri e credenze diventa evidente. Bratman vuole riconoscere all’intenzione uno statuto autonomo. Desideri e credenze spiegano moltissimo della nostra condotta, ma lasciano in ombra quella capacità attraverso cui fissiamo provvisoriamente un corso d’azione e lasciamo che esso organizzi ciò che verrà dopo. È precisamente questa funzione che rende possibile una vita estesa nel tempo. Ed è forse qui che il discorso di Bratman comincia ad avvicinarsi al problema che ci accompagna da diverse settimane. Finora abbiamo incontrato la “noitudine”, come l’abbiamo chiamata, seguendo strade differenti. Con Margaret Gilbert abbiamo analizzato l’insorgenza di obblighi reciproci dal joint commitment. Abbiamo seguito Raimo Tuomela nel distinguere l’agire in I-mode dall’agire in we-mode. Poi John Searle e la sua ontologia sociale che fonda la realtà istituzionale. Bratman sceglie una prospettiva differente. Parte dall’architettura dell’agire individuale e osserva una proprietà dei piani che abbiamo già incontrato quasi senza accorgercene. I piani d’azione non sono una faccenda solamente individuale. Hanno infatti anche una valenza sociale perché ci aiutano a coordinarci.

Prima di tutto i piani coordinano una persona con sé stessa. Il progetto formulato oggi rende più prevedibile ciò che quella stessa persona farà domani. Ma proprio questa prevedibilità può entrare nei progetti degli altri. Se so che hai deciso di essere in biblioteca alle quattro, posso decidere di incontrarti lì. La tua intenzione diventa una condizione del mio piano; ciò che io decido di fare può, a sua volta, modificare il tuo.

Basta aumentare di poco la complessità perché emerga un problema nuovo. Due ricercatori decidono di scrivere insieme un articolo. Entrambi desiderano che venga pubblicato, ma quel desiderio comune lascia ancora quasi tutto da costruire. Occorre dividere il lavoro, stabilire una sequenza, concordare una metodologia. Il piano di ciascuno deve lasciare spazio a quello dell’altro e, nello stesso tempo, dipenderne. Se uno dei due decide di consegnare l’analisi venerdì, l’altro può organizzare il proprio lavoro assumendo che venerdì quell’analisi esisterà. Una decisione presa da una persona comincia così a strutturare il futuro di un’altra. Ma due piani che si incastrano sono già un piano condiviso? Non necessariamente. Posso decidere di uscire di casa alle otto perché so che a quell’ora il mio vicino libera il parcheggio. Il mio piano dipende dal suo, le nostre azioni sono coordinate, eppure non stiamo facendo nulla insieme. La prevedibilità reciproca può coordinare piani individuali senza trasformarli in un’attività comune. Che cosa occorre, allora, perché il tuo piano e il mio diventino parti di qualcosa che possiamo propriamente dire di fare insieme? È il problema che Bratman affronterà passando dalla pianificazione individuale all’azione condivisa.

Prima, però, possiamo tornare alla questione della giustizia dalla quale siamo partiti. La possibilità di costruire il proprio futuro non dipende soltanto dalla stabilità delle nostre intenzioni, ma anche dalla possibilità di fare affidamento sulle decisioni degli altri e sulla relativa stabilità dell’ambiente sociale e istituzionale. Non tutti, inoltre, occupano la stessa posizione dentro questa rete di piani. Alcuni prendono decisioni sulle quali altri dovranno costruire il proprio futuro; altri devono continuamente adattare i propri progetti a decisioni prese altrove. Il datore di lavoro decide se rinnovare un contratto, ma quella decisione entra nel progetto familiare del lavoratore. Un’amministrazione decide se mantenere un servizio, ma quella decisione entra nei progetti di chi ha organizzato la propria vita contando su quel servizio. Ritroviamo così, da un’altra direzione, un problema già incontrato. C’è il potere di scegliere tra alternative. C’è il potere di decidere quali alternative potranno essere scelte. E c’è, ancora più a monte, il potere di costruire i piani dentro i quali gli altri saranno chiamati ad agire. La disuguaglianza può riguardare anche questo: quanto possiamo progettare e quanto dobbiamo adattarci; quanto gli altri devono tenere conto dei nostri piani e quanto siamo noi a dover tenere conto dei loro. Bratman non costruisce su questo una teoria della giustizia. Ma la sua teoria della pianificazione ci permette di formulare la domanda. Prima di chiederci se un piano comune sia giusto, però, dobbiamo ancora capire che cosa lo renda veramente comune.

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