«A fox under a pink moon»: la vita che subiamo e quella che possiamo immaginare
Vince il Grand Prix de Genève del Fifdh lo splendido documentario di Mehrdad Oskouei e Soraya Akhlaghi che mette a confronto l’immaginazione artistica di una sposa bambina afgana con la realtà della sua vita da profuga
di Lara Ricci
4' di lettura
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Quanta delicatezza, quanta intelligenza, quanta bellezza ci può essere nella testa di una ragazza? Di una ragazza che per cinque anni cerca di varcare i confini dell’Europa? Di una ragazza afgana di 16 anni, orfana di padre, abbandonata a 7 anni dalla madre trasferitasi in Austria, cresciuta da uno zio che la picchiava, sposata quattordicenne a un altro uomo che le fa male? A fox under a pink moon, di Mehrdad Oskouei e Soraya Akhlaghi, il lungometraggio che ha vinto il Grand Prix del Genève e il premio dei giovani del Festival del film e forum sui diritti umani (Fifdh) di Ginevra è un documentario raro e prezioso. Un documentario girato con mezzi di fortuna, capace di intrecciare armoniosamente crudi filmati rubati alla disperazione dei “clandestini”, alla ricchezza di un’immaginazione artistica fuori dal comune. Di trasformare in dipinti, sculture, animazioni, tanto tristi quanto avvolgenti, la fantasia rigogliosa che può dispiegarsi nonostante una vita di dolore e privazione. Una pellicola che sa mettere poeticamente a confronto quello che ci costringono a essere con quello che potremmo essere.
Soraya Akhlaghi, giovanissima artista di 16 anni, nata in Iran ma di origine afgana, conosce nel laboratorio di scultura dove è apprendista il regista iraniano Mehrdad Oskouei, venuto per incontrare il suo maestro. Rimasto folgorato dalla bellezza dei suoi disegni, Oskouei decide di fare un film sulla sua vita. Allerta la sua troupe che vive in Iran: utilizzerà i video che lei registra con il telefonino e gli invierà via telegram o in altri modi. Ne riceverà quasi mezzo migliaio. Questo nel film non si vede, lo racconta al Sole 24 Ore Oskouei a margine della proiezione ginevrina in cui due hanno dolorosamente ricordato i loro familiari e amici che si trovano sotto le bombe di Trump e Netanyahu.
A fox under a pink moon, infatti, si apre successivamente, con Soraya che manda un video di sé stessa a “zio Mehrdad”: è il 2019, è in Turchia, gli promette che gli invierà altri filmati. La troviamo poi in un seminterrato dove tante famiglie ammucchiate aspettano di partire per un game, che in gergo significa che cercheranno di attraversare illegalmente la frontiera. Le scene successive sono drammatiche: tante persone in piedi ammassate in uno spazio buio che sussulta, mentre qualcuno disperato urla più volte che stanno schiacciando i suoi bambini. Il furgone si ferma, sono stati intercettati dalla polizia, li abbandonano sulla strada, di notte, al freddo.
I tentativi si susseguono, lo spettatore pensa che quello che sta vedendo sia una rara testimonianza in presa diretta del viaggio verso l’Europa che tanti intraprendono e che pochi portano a termine. Solo che, progressivamente, alla realtà si sovrappone la fantasia, un altro mondo prende vita: alle crude immagini di vita ai margini si frappongono disegni, i disegni che Soraya fa per terra nel seminterrato o quando torna a casa, tra un tentativo e l’altro, in Iran, dove il marito lavora come custode e lei come donna delle pulizie. Disegni evocativi di un clown triste con un universo che gli rotea attorno, un clown che rappresenta lei e tutte le donne che devono mostrarsi felici anche se i mariti le picchiano, pena essere picchiate più duramente e rifiutate dalla società, di una bellissima volpe sua amica, di una luna rosa. Soraya entra in bagno, sentiamo urla terribili venire da lontano, ci accorgiamo che ha il viso tumefatto, un grande livido sul braccio, capiamo che le urla sono le sue, precedenti, deve aver lasciato il registratore acceso quando il marito la picchiava.
Vediamo Soraya in un garage buio rompere scatole delle uova e con quelle fare sculture di cartapesta di uomini barbuti, forse gli uomini che hanno sottomesso il suo paese d’origine. Ripartono, un altro game, un altro tentativo. I trafficanti li lasciano in una zona collinare, sperduta, devono attraversare il confine a piedi. Ma si vedono solo i dorsi rasati dei colli. Trovano dei ruderi, dormono lì per giorni. Soraya raccoglie il fango e lo appiccica ai muri, gli dà la forma di piccoli volti grotteschi che osservano quegli ostinati viaggiatori. La sua pelle si riempie di bolle, sono le cimici dei letti. Il film prosegue così su due binari paralleli che mostrano la realtà che la ragazza vive e quella che può immaginare. Cinque anni passano in questo modo, cinque anni di tentativi, cinque anni in cui Soraya costruisce e condivide un mondo ricchissimo e accogliente dove ci si può rifugiare quando tutto intorno crolla.









