Interventi

La vicenda del bosco, le famiglie e i figli nella società

di Rosa Rosnati

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In questi ultimi tempi, siamo stati inondati da fiumi di parole riguardo alla ormai tristemente famosa famiglia nel bosco. L’opinione pubblica si è schierata o a suo favore o contro. Non vogliamo certo entrare nel merito di questa discussione. Mi preme invece cercare di rintracciare l’interrogativo di fondo che attraversa questo acceso dibattito. Forse in filigrana sembra di leggere questa domanda: i figli sono della famiglia o sono del sociale?

Quello che ritroviamo in tutti gli schieramenti è una contrapposizione radicale tra famiglia e sociale, come se fossero due entità non solo distinte ma in totale antitesi, l’una contro l’altra.

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Siamo abituati a pensare ai figli come qualcosa che rientra totalmente nella sfera privata: appartengono alla coppia genitoriale o anche solo al singolo genitore. Che implicito nel ruolo genitoriale ci sia una responsabilità sociale è qualcosa che viene scarsamente considerato e tende a rimanere sullo sfondo. Viene a galla solo nelle situazioni di “pregiudizio”, a fronte di trascuratezza o maltrattamenti, nelle situazioni che richiedono l’intervento dei servizi. Semplificando potremmo dire che finché va tutto bene sono dei genitori, ma quando qualche cosa va storto, allora sono oggetto di intervento del sociale (eventualmente anche dell’ambito giudiziario). La logica sottostante è quella del “o” “o”, o appartengono alla sfera privata … o a quella pubblica.

Ma il sociale è composto da famiglie e le famiglie costituiscono il sociale: sono realtà interdipendenti, e profondamente intrecciate. Nella realtà non è dato scorporarle e il considerarle nettamente separate produce fraintendimenti, come risulta evidente nelle tante parole spese in questi giorni.

Se fare crescere i figli è un compito connotato socialmente, i genitori non possono essere lasciati soli: è indispensabile che il sociale sia a fianco delle famiglie (e non contro), che le accompagni in questa impresa sempre più ardua e che prevenga le situazioni di conclamato disagio. Usiamo comunemente questa bella espressione “mettere al mondo un figlio”: il figlio è inserito in un orizzonte più ampio, in un intreccio di dimensioni individuali, di coppia, di famiglia e sociali. Il figlio non è per sé stessi, non è un prolungamento dell’adulto, né un oggetto su cui proiettare i propri desideri. Ciascun figlio è il frutto dell’incontro del patrimonio genetico di molte generazioni, quindi, legato non solo a chi lo ha generato, ma attraverso di essi alle generazioni precedenti (come è chiaro guardando l’albero genealogico). Sono figli di famiglia e al tempo stesso cittadini di domani, inseriti in uno specifico contesto storico e culturale. Costituiscono una generazione sociale, sono i figli del nostro futuro. E queste sono dimensioni costitutive della sua identità, ovvero fanno di quel minore un figlio.

Qualora l’essere figlio non possa essere adeguatamente tutelato, allora si può ricorrere a soluzioni alternative. Le statistiche ci dicono che in Italia i tassi di allontanamento di minori dalla famiglia sono tra i più bassi d’Europa, contrariamente agli stereotipi diffusi. Certamente intervenire in situazioni tanto complesse e dover valutare un allontanamento è compito davvero molto difficile. Il giudice ha oggi diversi strumenti tra cui scegliere quello che si addice meglio a quella singola situazione: dall’affiancamento familiare, alle diverse forme di affido e di adozione (eventualmente anche aperta).

Le ricerche nazionali ed internazionali evidenziano che in generale il collocamento in famiglia (affidataria o adottiva) garantisca un recupero nello sviluppo fisico (peso/altezza e circonferenza cranica), nelle dimensioni cognitive e nelle capacità di relazione che non può essere garantito nelle strutture residenziali, anche di piccole dimensioni.

Dobbiamo purtroppo constatare che in questo settore la ricerca scientifica e l’intervento viaggiano su binari paralleli. È necessario invece che dialoghino affinché si possano affinare modalità di intervento che abbiano solide basi scientifiche.

Con questo obiettivo la nostra università, attenta a queste tematiche, ha cercato da tempo di promuovere diversi percorsi formativi con corsi specifici su affido e adozione nelle lauree magistrali di Psicologia clinica e di lavoro sociale, e un master executive per formare operatori che già lavorano in questo settore e che vogliano acquisire competenze trasversali dall’ambito giuridico, psicologico, medico e di lavoro sociale.

Professoressa ordinaria di Psicologia sociale. Centro di Ateneo studi e Ricerche sulla famiglia. Direttrice del master di secondo livello “Affido e adozione e nuove sfide per la genitorialità: competenze interdisciplinari e strumenti per l’intervento”

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