La vicenda del bosco, le famiglie e i figli nella società
di Rosa Rosnati
3' di lettura
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In questi ultimi tempi, siamo stati inondati da fiumi di parole riguardo alla ormai tristemente famosa famiglia nel bosco. L’opinione pubblica si è schierata o a suo favore o contro. Non vogliamo certo entrare nel merito di questa discussione. Mi preme invece cercare di rintracciare l’interrogativo di fondo che attraversa questo acceso dibattito. Forse in filigrana sembra di leggere questa domanda: i figli sono della famiglia o sono del sociale?
Quello che ritroviamo in tutti gli schieramenti è una contrapposizione radicale tra famiglia e sociale, come se fossero due entità non solo distinte ma in totale antitesi, l’una contro l’altra.
Siamo abituati a pensare ai figli come qualcosa che rientra totalmente nella sfera privata: appartengono alla coppia genitoriale o anche solo al singolo genitore. Che implicito nel ruolo genitoriale ci sia una responsabilità sociale è qualcosa che viene scarsamente considerato e tende a rimanere sullo sfondo. Viene a galla solo nelle situazioni di “pregiudizio”, a fronte di trascuratezza o maltrattamenti, nelle situazioni che richiedono l’intervento dei servizi. Semplificando potremmo dire che finché va tutto bene sono dei genitori, ma quando qualche cosa va storto, allora sono oggetto di intervento del sociale (eventualmente anche dell’ambito giudiziario). La logica sottostante è quella del “o” “o”, o appartengono alla sfera privata … o a quella pubblica.
Ma il sociale è composto da famiglie e le famiglie costituiscono il sociale: sono realtà interdipendenti, e profondamente intrecciate. Nella realtà non è dato scorporarle e il considerarle nettamente separate produce fraintendimenti, come risulta evidente nelle tante parole spese in questi giorni.
Se fare crescere i figli è un compito connotato socialmente, i genitori non possono essere lasciati soli: è indispensabile che il sociale sia a fianco delle famiglie (e non contro), che le accompagni in questa impresa sempre più ardua e che prevenga le situazioni di conclamato disagio. Usiamo comunemente questa bella espressione “mettere al mondo un figlio”: il figlio è inserito in un orizzonte più ampio, in un intreccio di dimensioni individuali, di coppia, di famiglia e sociali. Il figlio non è per sé stessi, non è un prolungamento dell’adulto, né un oggetto su cui proiettare i propri desideri. Ciascun figlio è il frutto dell’incontro del patrimonio genetico di molte generazioni, quindi, legato non solo a chi lo ha generato, ma attraverso di essi alle generazioni precedenti (come è chiaro guardando l’albero genealogico). Sono figli di famiglia e al tempo stesso cittadini di domani, inseriti in uno specifico contesto storico e culturale. Costituiscono una generazione sociale, sono i figli del nostro futuro. E queste sono dimensioni costitutive della sua identità, ovvero fanno di quel minore un figlio.







