La via trumpiana al capitalismo
di Anatole Kaletsky
13' di lettura
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L’insediamento di Donald Trump da 45esimo Presidente degli Stati Uniti viene largamente visto come l’inizio della fine dell’ordine capitalistico post-1945 che dominò a livello globale dalla fine della Guerra Fredda. Ma è possibile che il Trumpismo sia di fatto la fine dell’inizio? La vittoria di Trump potrebbe forse segnare la fine della confusione post-crisi, quando si capì che il modello economico fallito nel 2008 non era più in grado di funzionare, e l’inizio di una nuova fase del capitalismo globale, in vista di un nuovo approccio alla gestione economica?
Come ci insegna la storia, c’è sempre stata la probabilità che il quasi-collasso del sistema finanziario globale del 2008 si riflettesse – a distanza di circa cinque anni – in una serie di problematiche per le istituzioni politiche esistenti e per l’ideologia economica prevalente. Come ho recentemente spiegato – e illustrato dettagliatamente nel mio libro del 2010 intitolato “Capitalism 4.0” – si è trattato della sequenza di eventi che fanno seguito a precedenti crisi sistemiche del capitalismo globale: l’imperialismo liberale seguì alle rivoluzioni del 1840; il pensiero keynesiano seguì alla Grande Depressione degli anni 1930; e il fondamentalismo di mercato Thatcher-Reagan seguì alla Grande Inflazione degli anni 1970. Che il Trumpismo – inteso come risposta differita alla crisi del 2008 – intenda annunciare la nascita di un nuovo regime capitalistico?
Questa domanda può essere suddivisa in tre parti: le politiche economiche di Trump possono funzionare? Il programma economico della sua amministrazione sarà sostenibile a livello politico? E quale impatto potrebbe avere il Trumpismo sul pensiero economico e sui comportamenti nei confronti del capitalismo a livello mondiale?
Revival dell’effetto ’sgocciolamento’
In merito alla prima domanda, alcuni commentatori di Project Syndicate ravvisano motivi di speranza, ma la maggior parte è profondamente pessimista, una posizione raffigurata dal premio Nobel Joseph Stiglitz. «Davvero non si intravedono squarci di luce nell’oscurità che oggi grava sugli Stati Uniti ed il mondo», sostiene. «L’unico modo in cui Trump potrà far quadrare le sue promesse di una spesa maggiore in infrastrutture e difesa con i grandi tagli fiscali e la riduzione del deficit è una forte dose di ciò che una volta si chiamava ’economia voodoo’». Secondo Stiglitz, Trump rappresenta una rievocazione dell’economia ’trickle down’ socialmente regressiva dell’epoca Reagan, ossia di quell’effetto ’sgocciolamento’ secondo cui i benefici concessi ai ceti più abbienti automaticamente ricadono anche sui più poveri, ma con l’aggiunta di altri due ingredienti letali: una guerra commerciale con la Cina e la perdita della copertura sanitaria per milioni di persone.
Le ripercussioni politiche, nell’opinione di Stiglitz, saranno disastrose. L’esperienza dimostra che questa storia «dell’effetto ’sgocciolamento’ non finirà bene per gli elettori di Trump arrabbiati e disoccupati della Rust Belt» che cercheranno in modo ancor più aggressivo dei capri espiatori quando si renderanno conto di quanto profondamente Trump abbia disatteso i loro interessi.
Simon Johnson del Mit Sloan e del Peterson Institute for International Economics giunge a una conclusione simile. Le priorità delle politiche economiche di Trump sono riflesse nelle scelte fatte per il suo esecutivo, che rappresenta una drammatica transizione verso una vera e propria «oligarchia: il controllo diretto dello Stato a opera di soggetti con un sostanziale potere economico privato», afferma Johnson. «Trump sembra determinato ad abbattere le imposte sul reddito per gli americani ad alto reddito, nonché a ridurre le tasse sulle plusvalenze (sborsate soprattutto dai più abbienti) e a eliminare quasi del tutto le tasse sulle imprese (ancora una volta a esclusivo vantaggio dei più ricchi)».








