Arti visive

La via italiana di Zandomeneghi all’Impressionismo

La mostra di Palazzo Roverella, a Rovigo esalta l’artista che unì la modernità di Degas con i cromatismi di Renoir, creando una cifra originale

di Fernando Mazzocca

Federico Zandomeneghi, Sul divano, 1890-1895, olio su tela, Collezione privata

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Una volta tanto il titolo della mostra «Zandomeneghi e Degas. Impressionismo tra Firenze e Parigi» non è, come potrebbe sembrare, un espediente un po’ ruffiano per attirare l’attenzione del grande pubblico, ma la formula più legittima per definire l’identità del veneziano Zandomeneghi rispetto a quella degli altri due famosi italiani a Parigi, De Nittis e Boldini. Fu infatti l’unico a condividere le lotte degli Impressionisti, con cui i suoi connazionali ebbero un rapporto conflittuale, esponendo a quasi tutte le loro collettive e intrecciando con loro, in particolare con Degas, Pissaro, Sisley e Renoir, proficui rapporti non solo professionali, ma anche personali. Come gli Impressionisti è stato un protagonista della “pittura della vita moderna”, affermandosi come interprete della figura femminile rappresentata nel contesto dell’esistenza quotidiana, nei suoi rituali scanditi da regole precise, come la toilette, la passeggiata al Bois, la lettura, la conversazione. Egli ha saputo rendere tutta una gamma di atmosfere e di sentimenti, fissando con uno sguardo attento le fisionomie, i gesti e gli sguardi che, se pur identificabili con quelli della donna parigina di quegli anni, sono diventati, grazie alla seduzione del suo stile inconfondibile, il simbolo di una femminilità ideale, universale, ancora molto attuale. Pur affrontando gli stessi temi, la sua pittura è molto diversa da quella aggressiva e talentuosa di Boldini, mentre sembra piuttosto coniugare la modernità dei tagli compostivi di Degas con gli splendori cromatici di Renoir, per giungere a una cifra assolutamente nuova e originale.

La mostra di Rovigo ha inteso ricostruire il lungo e avvincente percorso di un personaggio sempre determinato e coerente, capace di portare avanti scelte di vita e artistiche coraggiose, come quella prima di tutto di lasciare la sua città di origine, Venezia, rinunciando ai vantaggi che gli sarebbero derivati dalla potenza e dalla notorietà della famiglia, formata da celebri scultori. Così si trasferì prima a Milano, terminando gli studi all’Accademia di Brera, e poi a Firenze dove giunse nel 1862, dopo aver partecipato a una delle spedizioni di Garibaldi. I suoi esordi avvengono così nell’ambito della “rivoluzione” dei Macchiaioli dei quali ha condiviso le lotte, gli ideali estetici e politici. È stata fondamentale la sua lunga e affettuosa amicizia con Diego Martelli, il sostenitore del movimento macchiaiolo, come la sua frequentazione delle vivaci riunioni del Caffè Michelangelo a Firenze e della villa di Martelli a Castiglioncello, i due luoghi deputati della vicenda della “macchia”.

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La partecipazione alla Terza Guerra d’ Indipendenza e l’annessione del Veneto all’Italia determinarono il suo ritorno a Venezia, senza interrompere i rapporti con l’ambiente toscano e, in particolare, con Telemaco Signorini, del quale condivise l’interesse per la pittura a sfondo sociale, come dimostra il grande quadro, conservato alla Pinacoteca di Brera, che rappresenta i Poveri sui gradini del convento di Aracoeli presentato a Milano nel 1872 e poi all’Esposizione Universale di Vienna del 1873 insieme all’Alzaia di Signorini. Quest’opera importante susciterà l’ammirazione di Manet.

Il suo progetto di trasferirsi a Parigi maturò negli ultimi mesi italiani trascorsi, prima di questa svolta decisiva avvenuta nel 1876, a Castiglioncello, ospite ancora una volta di Martelli. Dopo il suo arrivo nella capitale francese, scrisse a Signorini di ammirare gli allora celebri protagonisti del Naturalismo, come Jules Breton, Jules Bastien-Lepage, Carolus-Duran; ma poi la sua sensibilità lo portava verso forme di pittura meno convenzionali, accostandosi agli Impressionisti, in particolare a Pissarro, Monet, Renoir, Sisley, che si potevano vedere alle prime mostre collettive del movimento nel 1876 e 1877. La presenza, tra il 1878 e il 1879, di Martelli a Parigi fu determinante nell’incoraggiarlo nelle sue scelte estetiche e per liberarlo dall’isolamento culturale determinato dal suo carattere difficile e dalla scarsa propensione alla mondanità. Grazie al sostegno del grande critico, fautore degli Impressionisti che farà conoscere anche in Italia, Zandomeneghi riuscì a entrare e farsi apprezzare negli ambienti artistici parigini, diventando grande amico e interlocutore di Degas.

La sua conversione alla pittura d’avanguardia è rappresentata da opere importanti e bellissime come Le Moulin de la Galette del 1878 o i quadri esposti nelle sale di Avenue de l’Opéra che accolsero nel 1879 la quarta rassegna degli Impressionisti. Negli anni 80 la produzione di Zandomeneghi è caratterizzata da splendidi dipinti, dove conferma la sua personalissima adesione all’Impressionismo, come dimostrano opere quali Mère et fille, Place d’Anvers, Il dottore, Le madri, Al Caffè della Nouvelle Athènes, La roussotte, Visita in camerino, pervase da un acuto spirito di osservazione della società parigina di quegli anni.

Il 1886 è l’anno dell’ultima collettiva degli Impressionisti, quando la compattezza del movimento comincia a sfaldarsi, ma è anche l’ anno in cui Zandomeneghi frequenta il giovane Toulouse- Lautrec, introducendolo all’Impressionismo. Rimane sempre vicino a Degas, sia per l’affinità delle scelte culturali ed estetiche, sia per sentimenti d’amicizia che diventano molto profondi. Un rapporto familiare fu anche quello con Renoir, anche se poi non mancò una certa rivalità determinata dal fatto che entrambi si contesero i favori del grande mercante Durand-Ruel, alla cui Maison il pittore veneziano fu legato, dal 1894, da un contratto di esclusiva.

Gradatamente, con dipinti come Femme qui s’étire, En promenade, La conversation, Causerie, Femme au miroir , Zandomeneghi conquistava una “cifra” sempre più originale e riconoscibile, in cui la sintassi impressionista si concilia con una dimensione classica, tutta italiana, della forma.

Zandomeneghi e Degas. Impressionismo tra Firenze e Parigi, Rovigo, Palazzo Roverella, fino al 28 giugno 2026

Catalogo Silvana Editoriale, pagg. 214, € 32

Riproduzione riservata ©
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