Sembra facile, ma c’è un problema: nel traguardare il futuro, ogni parte dà un pronostico diverso. Ogni Paese (e ogni segmento d’interesse in cui si dividono consumatori e produttori) ha una sua previsione preferita del futuro. I gruppi di pressione, le lobby, i Governi, l’opinione pubblica sfaccettata spingono verso strade divergenti.
Due esempi del divario: l’auto del futuro e la produzione elettrica.
Si parla molto delle auto elettriche, purtroppo ancora rare sulle strade italiane; nei primi otto mesi dell’anno erano solamente l’1,7% delle nuove immatricolazioni. Ma si potrebbe azzerare immediatamente il contributo aggiuntivo della CO2 se sulle vetture ordinarie si usassero carburanti non fossili, come i biocarburanti, l’alcol, i nuovi biodiesel o come gli idrocarburi ottenuti sintetizzando l’idrogeno e il carbonio della CO2 tolto dall’aria.
Secondo esempio, la produzione elettrica. L’energia atomica ha tanti difetti e suscita paura, ma non emette un fil di fumo e non è energia fossile. La Francia nucleare ha emissioni di anidride carbonica di origine umana inferiori a quelle dell’Indonesia o del Messico e con un piano di rilancio da 40 miliardi conferma la scelta atomica. La Germania ha un piano potente da 130 miliardi ma è ambigua: ha deciso di chiudere le importanti centrali a carbone per ridurre le emissioni, ma ha deciso di chiudere anche quelle nucleari che potrebbero alleviare le emissioni, e per far marciare fabbriche e consumatori dovrà fare ricorso alle fonti rinnovabili (che suscitano consenso) e su consumi furibondi di altro metano russo pompato da lontano attraverso il nuovo Nord Stream 2.
Che cosa l’Europa verde finanzierà più volentieri? L’abbandono del carbone, la promozione del nucleare, la spinta del metano? L’auto elettrica oppure i carburanti a impatto climatico zero? E perché l’Italia, a dispetto dei 587 progetti presentati per il Recovery Fund, intende continuare a penalizzare i biocarburanti a impatto climatico zero con gli stessi disincentivi che frenano benzina e gasolio?