#Edufin2025

La vera patrimoniale degli italiani è la mancanza di educazione finanziaria

Una ricerca di Finer per Pictet illustra i costi dell’eccessiva prudenza: il 30% del patrimonio perso da chi rifugge l’investimento

di Antonio Criscione

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Il futuro non attende e l’eccesso di prudenza degli italiani si rivela una vera e propria tassa. Una vera e propria patrimonale, si potrebbe aggiungere. Il tema è emerso in modo chiaro alla presentazione presenta la quinta edizione dell’Osservatorio Edufin (appunto) “Il futuro non attende”, realizzato da Finer, di Nicola Ronchetti per Pictet. E dalla ricerca, presentata insieme a Daniele Cammilli, Head of Marketing di Pictet Asset Management, emerge la discrasia tra l’intenzione concettuale degli italiani di risparmiare per il futuro e la loro effettiva paralisi nell’agire, con conseguenze finanziarie misurabili e dannose.

Il dato più impressionante è il costo dell’eccesso di prudenza, che ha portato il risparmio della popolazione, pur essendo cresciuto nominalmente, a subire una decrescita del 7% in termini reali a causa dell’effetto erosivo dell’inflazione. L’esempio è chiaro: chi 20 anni fa avesse tenuto i propri risparmi “sopra il materasso” avrebbe perso il 30% del loro valore reale. Questo dimostra che la sicurezza cercata è solo apparente e si configura come una vera e propria “tassa sulla prudenza”**, poiché i risparmi sono destinati a erodersi con l’inflazione. Al contrario, se un ipotetico risparmiatore italiano, avesse investito tutto in modo “spregiudicato” sull’azionario globale 20 anni fa, il suo rendimento reale sarebbe stato superiore di 250 punti percentuali.

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Concettualmente, la popolazione italiana proietta il risparmio verso il futuro, vedendolo come uno strumento necessario per affrontare le emergenze future, l’incertezza e la volatilità. L’obiettivo fondamentale dell’investimento è la realizzazione dei progetti (il goal-based investing), un tema che cresce in modo significativo anno su anno e che è sentito in misura maggiore dalle giovani generazioni. Tuttavia, nonostante questi obiettivi siano molto chiari, si assiste a una profonda incongruenza tra la consapevolezza del bisogno di risparmiare e la mancanza del passo successivo, ovvero la capacità di trasformare l’accantonamento in investimento concreto.

Questo blocco all’azione deriva da una profonda mancanza di autonomia e da un senso di eteronomia: l’italiano si fa da parte, confidando che “qualcuno ci penserà”—un’istituzione, la pensione pubblica o un’eredità. Questo è particolarmente preoccupante se si considera che il 53% delle generazioni che dovrebbero essere più consapevoli del fatto che il sistema di welfare nazionale non potrà garantire il loro benessere futuro crede ancora che “qualcuno ci penserà”. Questa fiducia infondata in un supporto esterno ritarda l’azione concreta.

A peggiorare il ritardo è l’impatto preponderante delle emozioni negative, quali paura e panico, che giocano un ruolo significativo nelle scelte finanziarie. «La paura per una perdita è il doppio rispetto al godimento di un guadagno di pari importo, una dimostrazione lampante della Prospect theory», ricorda Cammilli. Questa emotività si traduce in un blocco, un po’ come se si dicesse: “se non ho chi mi guida sto fermo”. Gli ostacoli principali sono proprio il non sapere a chi chiedere (mancanza di referenti) e non sapere quando investire, rendendo il ruolo del professionista come gestore dell’emotività negativa fondamentale per superare l’inerzia.

Il tempo, variabile cruciale per gli investimenti, non viene colto. La ricerca evidenzia che l’orizzonte temporale dei risparmiatori si riduce, facendo esattamente l’opposto di ciò che andrebbe fatto, rimanendo ancorati a logiche di breve termine. Questo si manifesta nel gap generazionale: gli under 40 sono praticamente “missing in action” negli investimenti in azioni, strumenti che richiederebbero più tempo per maturare e dovrebbero essere attivati proprio in giovane età.

Per affrontare questo senso di urgenza e inerzia, è necessario un cambiamento culturale immediato: bisogna iniziare a fare cultura finanziaria “fin da piccolo, fin dai bambini”, superando il tabù culturale che impedisce di parlare di denaro in famiglia. La sfida non è solo educare alla comprensione del rischio, ma educare all’assunzione del rischio, spiega Cammilli, poiché il futuro non aspetta le decisioni dei risparmiatori timorosi.

In pratica gli italiani restano saldamente ancorati alla liquidità e agli obbligazionari, con un aumento significativo della liquidità sui conti correnti. Il dato è che solo uno scarso 17% del mercato (limitatamente a chi ha consistenze maggiori) investe in azioni, e in controtendenza rispetto ad altri Paesi dove anche i pensionati investono in borsa.

Questa riluttanza all’investimento è strettamente correlata a un livello di alfabetizzazione finanziaria ancora basso in assoluto, e specialmente se confrontato con la media europea. Tuttavia, la ricerca indica una dinamica estremamente positiva: l’interesse verso la finanza e il desiderio di apprendere sono in forte crescita. La ricerca continua di informazioni (quotidiana o settimanale) è aumentata notevolmente, superando il 40% del campione. Questo interesse non è confinato alle giovani generazioni; anzi, la “silver generation” (le generazioni più anziane che detengono la maggior parte della ricchezza) è “iper interessata” alla materia, con picchi che arrivano al 90%.

Contemporaneamente, il modo in cui gli italiani si informano sta subendo una trasformazione epocale. C’è una crisi totale dell’analogico, con il baricentro che si sposta decisamente verso il digitale. Tra il 2021 e il 2025, il peso dei canali tradizionali (stampa, TV, fisici) si è dimezzato a vantaggio dei social network. Questa transizione riguarda tutte le generazioni, inclusi i boomer. Social come Instagram e TikTok sono emersi in modo significativo anche per i contenuti finanziari. Questo rapido passaggio a formati veloci, spesso video-brevi, comporta un rischio: che l’approfondimento sia “troppo veloce per la materia”, generando potenzialmente una “Torre di Babele” informativa, ricorda Cammilli, con linguaggi e messaggi disallineati rispetto al destinatario.

Parallelamente, sta cambiando la fiducia nelle fonti: cresce l’affidamento riposto nell’“informal advice”, in particolare nei social network (ritenuti più affidabili rispetto a tre anni fa) e nel parere di amici e parenti. Tra le fonti “ufficiali” (formal advice), le scuole e i docenti sono al primo posto, seguiti dalle istituzioni. Questo rafforza la necessità di spostare l’educazione finanziaria alle scuole superiori, superando il tabù culturale del parlare di denaro in famiglia. Nonostante l’interesse per la finanza aumenti, la conoscenza di strumenti cruciali per mitigare la volatilità, come i Piani di Accumulo (PAC), è ancora bassa, con più di un terzo del campione che non li conosce.

Infine, l’Intelligenza Artificiale (IA) emerge come un nuovo attore. Il suo utilizzo in generale è molto alto (il 62% lo usa quotidianamente/settimanalmente), e i più patrimonializzati la utilizzano di più anche per tematiche finanziarie. I giovani, che spesso non hanno un referente fisico, tendono a dare più peso all’IA rispetto alla figura di un professionista. Nonostante il grande potenziale dell’IA nel fornire pianificazione patrimoniale a un pubblico più ampio, la fiducia nelle decisioni finanziarie specifiche resta ancora bassa.

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