La vera patrimoniale degli italiani è la mancanza di educazione finanziaria
Una ricerca di Finer per Pictet illustra i costi dell’eccessiva prudenza: il 30% del patrimonio perso da chi rifugge l’investimento
4' di lettura
4' di lettura
Il futuro non attende e l’eccesso di prudenza degli italiani si rivela una vera e propria tassa. Una vera e propria patrimonale, si potrebbe aggiungere. Il tema è emerso in modo chiaro alla presentazione presenta la quinta edizione dell’Osservatorio Edufin (appunto) “Il futuro non attende”, realizzato da Finer, di Nicola Ronchetti per Pictet. E dalla ricerca, presentata insieme a Daniele Cammilli, Head of Marketing di Pictet Asset Management, emerge la discrasia tra l’intenzione concettuale degli italiani di risparmiare per il futuro e la loro effettiva paralisi nell’agire, con conseguenze finanziarie misurabili e dannose.
Il dato più impressionante è il costo dell’eccesso di prudenza, che ha portato il risparmio della popolazione, pur essendo cresciuto nominalmente, a subire una decrescita del 7% in termini reali a causa dell’effetto erosivo dell’inflazione. L’esempio è chiaro: chi 20 anni fa avesse tenuto i propri risparmi “sopra il materasso” avrebbe perso il 30% del loro valore reale. Questo dimostra che la sicurezza cercata è solo apparente e si configura come una vera e propria “tassa sulla prudenza”**, poiché i risparmi sono destinati a erodersi con l’inflazione. Al contrario, se un ipotetico risparmiatore italiano, avesse investito tutto in modo “spregiudicato” sull’azionario globale 20 anni fa, il suo rendimento reale sarebbe stato superiore di 250 punti percentuali.
Concettualmente, la popolazione italiana proietta il risparmio verso il futuro, vedendolo come uno strumento necessario per affrontare le emergenze future, l’incertezza e la volatilità. L’obiettivo fondamentale dell’investimento è la realizzazione dei progetti (il goal-based investing), un tema che cresce in modo significativo anno su anno e che è sentito in misura maggiore dalle giovani generazioni. Tuttavia, nonostante questi obiettivi siano molto chiari, si assiste a una profonda incongruenza tra la consapevolezza del bisogno di risparmiare e la mancanza del passo successivo, ovvero la capacità di trasformare l’accantonamento in investimento concreto.
Questo blocco all’azione deriva da una profonda mancanza di autonomia e da un senso di eteronomia: l’italiano si fa da parte, confidando che “qualcuno ci penserà”—un’istituzione, la pensione pubblica o un’eredità. Questo è particolarmente preoccupante se si considera che il 53% delle generazioni che dovrebbero essere più consapevoli del fatto che il sistema di welfare nazionale non potrà garantire il loro benessere futuro crede ancora che “qualcuno ci penserà”. Questa fiducia infondata in un supporto esterno ritarda l’azione concreta.
A peggiorare il ritardo è l’impatto preponderante delle emozioni negative, quali paura e panico, che giocano un ruolo significativo nelle scelte finanziarie. «La paura per una perdita è il doppio rispetto al godimento di un guadagno di pari importo, una dimostrazione lampante della Prospect theory», ricorda Cammilli. Questa emotività si traduce in un blocco, un po’ come se si dicesse: “se non ho chi mi guida sto fermo”. Gli ostacoli principali sono proprio il non sapere a chi chiedere (mancanza di referenti) e non sapere quando investire, rendendo il ruolo del professionista come gestore dell’emotività negativa fondamentale per superare l’inerzia.


