L’analisi

La Ue stretta tra i dazi Usa e l’attivismo di Pechino

di Pier Luigi del Viscovo

(AdobeStock)

2' di lettura

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Gli Stati Uniti sono di gran lunga il più grande importatore di macchine al mondo. Dal 2010 la quota sul commercio mondiale oscilla tra il 20 e il 24%. Il primo esportatore è la Germania, con una quota passata dal 23% del 2010 al 18% del 2023, seguita dal Giappone, dal 17 al 12%. La Cina, che fino al ’19 pesava per l’1% ha sfiorato nel ‘23 l’8% dell’export mondiale. Gli scambi USA/EU riflettono in parte lo stesso quadro. Nel 2024 gli Stati Uniti hanno importato dall’Europa circa 758mila veicoli per un valore prossimo ai 39 miliardi di euro, a fronte di esportazioni in Europa di quasi 165mila veicoli per un controvalore di 7,7 miliardi. Intanto, notiamo che l’import-export di auto riguarda la fascia medio-alta del mercato, con valori intorno ai 50mila euro a macchina, mentre quello medio nel mercato italiano, per dare un raffronto, sta intorno ai 30.000 euro.

Lo squilibrio tra i due grandi mercati è di cinque a uno a favore dell’Europa ed è determinato in buona misura dalla sola Germania, da cui gli americani nel 2024 hanno importato auto per 25,6 miliardi di dollari a fronte di esportazioni pari a 5,5 miliardi.

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Questi scambi sono avvenuti con un regime tariffario favorevole ai prodotti europei, gravati di un dazio del 2,5% a fronte del 10 applicato alle auto importate dall’America. A completare il quadro, il cambio euro/dollaro. Nella prima presidenza Trump e fino al 2021 la divisa statunitense è stata piuttosto debole verso l’euro, oscillando da 1,13 fino a 1,18. Dal 2022 c’è stato un progressivo rafforzamento del dollaro su un valore di scambio a 1,07 sull’euro, agevolando gli americani ad acquistare nostri prodotti. Da un lato, sappiamo bene che gli scambi di auto tra Stati Uniti ed Europa sono marginali rispetto alla denuncia generale che la Casa Bianca ha sferrato agli equilibri del commercio mondiale che duravano almeno dal 1995, istituzione del WTO. Dall’altro, non possiamo ignorare altri punti di attrito tra Stati Uniti e Germania, tipo il memorandum del 2015 con la Russia che gettava le basi del Nord Stream 2, mai digerito dagli americani fino alla sua esplosione nel ’22, oppure il diesel-gate che trasformò un piccolo imbroglio nella condanna senza appello del miglior propulsore per auto, su cui i tedeschi erano e sono leader mondiali. Ciò detto, i danni più gravi l’industria automobilistica europea se li è già inflitti da sola, investendo fior di miliardi nell’illusione di poter convincere i clienti invece di resistere alle inutili norme del Green Deal, che la politica non vuole rivedere nonostante gli scenari di guerra e lo stravolgimento del commercio mondiale. La soglia del dolore è già talmente alta che i dazi forse neppure li sentirà.

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