Il vertice europeo

La Ue pronta allo scontro con Budapest sugli aiuti all’Ucraina

Giovedì si tenta un accordo. L’Unghiera vuole ottenere lo scongelamento dei fondi bloccati. Cresce l’insofferenza dei partner

di Beda Romano

Viktor Orban

3' di lettura

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Mai come in questa circostanza il fossato tra l’Ungheria e i suoi partner europei è stato così ampio, così profondo e al tempo stesso così preoccupante. I Ventisette sono chiamati giovedì 1° febbraio a trovare un accordo qui a Bruxelles su una controversa revisione del bilancio comunitario 2021-2027. Sul tavolo ci sono aiuti per l’Ucraina per un totale di 50 miliardi di euro. Budapest finora si oppone. «Siamo a un crocevia per l’Unione», diceva ieri un funzionario europeo.

Le puntate precedenti

La vicenda merita un riepilogo. In dicembre, i Ventisette dovevano trovare un accordo sul futuro del bilancio europeo. Tra le altre cose la revisione prevede nuovi soldi per rilanciare l’economia e nuovo denaro per meglio affrontare la questione migratoria. Inoltre, i paesi membri vogliono dare visibilità al loro sostegno a Kiev, garantendo aiuti per un periodo di quattro anni, dal 2024 al 2027. In dicembre 26 paesi su 27 avevano dato il loro benestare al nuovo quadro finanziario. L’Ungheria si era opposta. In buona sostanza Budapest vuole poter avere un potere di veto anno dopo anno sul sostegno da dare all’Ucraina. L’impressione di molti è che dietro alla posizione ungherese non ci sia solo il timore di sostenere Kiev nella guerra contro la Russia, ma anche il tentativo di strappare i fondi europei tuttora congelati per via della deriva dello stato di diritto a Budapest. Sostiene un diplomatico di un paese dell’Est: «È un ricatto. Puro e semplice».

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Le regole Ue

Il trattato prevede che il bilancio venga approvato all’unanimità, ma che le misure decise anno per anno vengano prese a maggioranza qualificata. Nessuno degli altri 26 paesi membri vuole accettare di cambiare le regole. Osserva un funzionario comunitario: «Un voto all’unanimità sulle misure annuali di bilancio è fuori discussione, ma un compromesso potrebbe essere di discutere annualmente la questione tra i leader». Un po’ come avviene per il rinnovo delle sanzioni contro il Cremlino. Aggiunge un altro diplomatico, questa volta di un paese dell’Ovest: «Razionalmente direi che un compromesso è possibile, ma se la questione a Budapest è ormai diventata ideologica non sempre il raziocinio ha la meglio».

Il disegno di Orbán

A Bruxelles c’è chi teme che dietro alla posizione del premier Viktor Orbán ci sia nei fatti il desiderio di mettere al centro della scena politica la sua visione dell’Europa, intergovernativa e nazionalista, a pochi mesi dalle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo. L’alternativa, ossia un accordo a 26 sugli aiuti all’Ucraina, sarebbe più costoso e più imbarazzante. Si tradurrebbe poi in un danno per alcuni paesi, tra cui l’Italia, che dalla revisione del bilancio comunitario vogliono ottenere maggiore denaro per le questioni migratorie o economiche. Paradossalmente c’è da chiedersi quanto nei fatti il premier Orbán sia un amico politico della presidente del Consiglio Giorgia Meloni (al netto peraltro del caso della militante italiana Ilaria Salis, in carcere a Budapest).

Clima cambiato

Il clima intorno all’Ungheria è cambiato. C’è da parte di molti governi una crescente insofferenza, mai vista prima. «Budapest non rispetta il principio di leale cooperazione», afferma un altro diplomatico. Si discute ormai della possibilità di usare l’articolo 7.2 dei Trattati. Quest’ultimo consente al Consiglio di constatare all’unanimità l’effettiva violazione dello stato di diritto (attualmente oggetto di mera valutazione). Il comma successivo prevede che a maggioranza possano essere sospesi alcuni diritti. Pur di mettere sotto pressione l’Ungheria, alcuni paesi non esitano a enfatizzare il possibile impatto negativo per Budapest di un mancato accordo. Impatto economico e finanziario. Parlando alla stampa, fanno notare che l’economia ungherese è già in difficoltà, che il fiorino è debole e i tassi d’interesse elevati. Intervistato dal settimanale Le Point all’inizio di questa settimana, il premier Orbán ha respinto le minacce e ha parlato di «ricatto» da parte dei suoi partner.

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