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Il televisore non vuole più stare al suo posto

Il televisore cambia natura: non è più solo uno schermo da guardare, ma un oggetto che arreda, scompare e si integra nello spazio domestico

di Luca Tremolada

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I televisori stanno vivendo una crisi d’identità, e forse è la cosa più interessante che gli sia capitata da anni. Per decenni hanno avuto un compito semplice: stare lì, grandi, neri, spenti per gran parte del tempo e poi accendersi al momento giusto per mostrarci film, partite, serie, telegiornali, litigi da reality e talvolta anche tv in streaming e videogame. Erano superfici. Schermi. Cornici luminose. Adesso invece vogliono diventare altro. Vogliono sparire, arredare, decorare, fluttuare, sembrare acquari, quadri, finestre digitali. In alcuni casi, vogliono persino smettere di sembrare televisori. Trasformare il “piccolo schermo” in qualcosa di bello è stato per anni le tentazione proibita dell’industria dell’audiovideo casalingo. Proibita in primis perché di solito chi guarda tanta tv non fa caso al design. E poi perché il prezzo dei televisori è sceso nel tempo per così tanti anni che è diventato sempre più difficile convincere il pubblico a spendere di più quando lo schermo è spento.

L’Lg Signature Oled T, appena portato anche in Italia, è il manifesto perfetto di questa mutazione. Non perché risolva un problema urgente dell’umanità, ma proprio perché mette in scena una nuova ambizione dell’elettronica di consumo: stupire di nuovo. Qui il punto non è solo vedere bene. È vedere attraverso. Letteralmente. Da spento, questo OLED trasparente da 77 pollici quasi scompare. Quando si accende, può mostrare immagini sospese nell’aria come se il televisore avesse deciso di prendere lezioni di illusionismo.

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È un oggetto che racconta benissimo dove sta andando il mercato. Il televisore classico è arrivato a un livello di maturità quasi noioso. I pannelli sono ottimi, i neri profondi, la risoluzione abbondante, le diagonali enormi. Mancava qualcosa che assomigliasse a una svolta, o almeno a un colpo di teatro. E infatti LG non ha presentato solo un TV, ma un argomento di conversazione da salotto. L’effetto wow c’è, eccome, soprattutto quando la modalità trasparente crea un senso di profondità quasi straniante. Il problema è che insieme allo stupore arrivano anche i compromessi. Per trasformarlo in un televisore “normale”, LG usa un filtro di contrasto che si alza dietro il pannello. E anche così, secondo The Verge, il risultato non arriva al livello dei migliori OLED tradizionali della stessa casa, perché qui manca la tecnologia MLA che ha spinto in alto la luminosità della serie G.

Ed è qui che la faccenda si fa interessante. Il televisore del futuro non è più soltanto quello con l’immagine migliore. È quello con la personalità più forte. È quello che entra in casa e dice: guardami. Anzi no, non guardarmi, guarda attraverso di me. È un cambio di paradigma piccolo ma rivelatore. La TV non è più solo il centro dell’intrattenimento. È un pezzo di scenografia tecnologica.

Per questo i nuovi televisori stanno diventando ibridi. Un po’ display, un po’ oggetti di design, un po’ hub informativi. La T-Bar di LG, quella fascia bassa che resta attiva mostrando notizie, meteo o il titolo del brano in riproduzione, va in questa direzione: non più uno schermo che monopolizza lo spazio, ma una presenza più leggera, intermittente, quasi ambientale. Anche il fatto che tutte le connessioni vengano gestite dal box wireless separato va letto così: liberare il pannello dai cavi, renderlo meno elettrodomestico e più installazione.

La verità è che i televisori stanno cercando una nuova ragione di esistere in case già piene di schermi. Lo smartphone è il display compulsivo. Il laptop è quello produttivo. Il tablet è il display da divano. Alla TV resta un compito più sottile: essere presenza. Essere esperienza. Essere oggetto. E allora eccoli mentre provano a reinventarsi come opere d’arredo con ambizioni digitali.

C’è qualcosa di profondamente buffo in tutto questo. Abbiamo passato anni a rendere la TV sempre più grande, più visibile, più dominante. E adesso la nuova frontiera è farla sparire. Dopo aver trasformato il soggiorno in un tempio del pannello nero, l’industria sembra aver deciso che forse quel monolite era un po’ troppo. L’OLED trasparente è la risposta più elegante e anche più assurda a questa contraddizione.

Funzionerà? Dipende da cosa intendiamo per funzionare. Se il metro è la qualità assoluta d’immagine, probabilmente no: i migliori OLED tradizionali restano più sensati. Se invece il metro è capire dove sta andando il linguaggio degli oggetti tecnologici, allora sì. Eccome. Questo non è solo un televisore. È il segnale che la TV del futuro potrebbe essere meno televisore e più presenza digitale nell’ambiente. Meno scatola. Più fantasma. E in un mercato che sembrava avere già detto tutto, non è poco. Il costo? L’informazione la lasciamo alla fine: 50mila euro proprio perché rimette tutto in discussione. Ma come detto, è una tentazione. Niente di più.

Riproduzione riservata ©
  • Luca Tremolada

    Luca TremoladaGiornalista

    Luogo: Milano via Monte Rosa 91

    Lingue parlate: Inglese, Francese

    Argomenti: Tecnologia, scienza, finanza, startup, dati

    Premi: Premio Gabriele Lanfredini sull’informazione; Premio giornalistico State Street, categoria "Innovation"; DStars 2019, categoria journalism

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