Alessandro Araimo

Araimo (Warner Bros Discovery): «La tv lineare è in fase positiva. Momento buono per altri colpi sui talent»

Ha portato Fabio Fazio nella sua scuderia, «ed è un punto di partenza». L’uomo che guida Warner Bros Discovery Sud Europa spiega il futuro degli schermi

di Andrea Biondi

Passaggio a Parigi. Nel passato di Alessandro Araimo, dopo la laurea a meno di 24 anni, anche un triennio in Francia. Tra le sue esperienze lavorative ci sono Roland Berger, Value Partners, Corporate Value Associates, Fininvest, Condè Nast e anche Il Sole 24 Ore

6' di lettura

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«L’arrivo di Fabio Fazio per noi è un punto di partenza. Non un traguardo». Anche perché, spiega Alessandro Araimo, amministratore delegato di Warner Bros Discovery Sud Europa, «a nostro modo di vedere in Italia siamo dinanzi a uno sviluppo di mercato interessante per la Tv lineare. È il momento di spingere sull’acceleratore».

E magari di mettere a segno qualche altro colpo importante, come a Discovery è riuscito in passato con Maurizio Crozza o come non è riuscito con Maria De Filippi. «Con Maria ci siamo incontrati, abbiamo parlato, era incuriosita del nostro progetto. Poi c’è stata la controfferta di Mediaset». Allora a guidare Discovery c’era l’attuale presidente della Rai, Marinella Soldi e Alessandro Araimo era il dg. In quell’estate del 2016 «noi di Mediaset abbiamo dovuto spendere un sacco di soldi per trattenere la De Filippi», rivelò qualche mese dopo il presidente
Fedele Confalonieri.

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A qualche anno di distanza, il gruppo Tv guidato ora dal 53enne Alessandro Araimo, e nel frattempo diventato Warner Bros Discovery, si è rifatto da quel mancato acquisto, portando a casa un talent che con il suo “Che tempo che fa”, ormai assurto al livello di brand a sé stante, ha fatto balzare al terzo posto assoluto i dati di ascolto della domenica sera per Nove, canale generalista e free della galassia del big Usa. E chissà quanto in Rai si stiano mordendo le mani.

Va detto che il corteggiamento è stato lungo. «I primi contatti sono iniziati nel 2017, a cavallo fra le direzioni Rai di Antonio Campo Dall’Orto e Mario Orfeo, ma non se ne fece nulla. Probabilmente in quella fase lui pensava di non aver ancora concluso il suo percorso in Rai. E anche noi eravamo un po’ in anticipo, non ancora strutturati, e quindi credibili, come oggi».

Il salto di qualità con l’acquisto dal Gruppo Espresso di Deejay Tv – al nono canale del digitale terrestre – c’era stato nel 2015. Poi è stato il turno di Crozza nel 2017, tutte operazioni orchestrate da Araimo. Ma la Discovery di allora non era quella di oggi.

E si è arrivati così solo qualche mese fa al colpo Fabio Fazio. «Sono dovuto andare di persona negli Stati Uniti, in sede, a discuterne con il board e con il nostro ceo David Zaslav». Del resto, confida Araimo, «si tratta del più grande investimento free-to-air al di fuori degli Usa per il nostro gruppo, peraltro attentissimo all’equilibrio economico. E spiegare la bontà di un investimento “oltre taglia” sulla tv lineare non è stata una passeggiata».

Va detto che trovare il modo di far accadere le cose è un po’ una caratteristica del percorso professionale di Araimo, sposato e con due figli di 15 e 13 anni, i cui inizi sono legati al mondo della consulenza e ad alcune delle principali società mondiali: Bain & Company, Roland Berger, Value Partners, Corporate Value Associates. Partendo da Parigi. «Dopo essermi laureato a meno di 24 anni sono partito subito per la Francia». I tre anni in Francia gli hanno valso qualche problema linguistico “di ritorno”: «Vivendo immerso nella realtà francese, con i cellulari agli albori avevo così pochi contatti con l’Italia che al mio ritorno a Milano, in Bain, tre anni dopo mi sentii dire “Va bene, non si preoccupi per l’italiano”». Quell’esperienza fu all’origine anche della sua grande passione: Internet. Iniziata lavorando per Corporate Value Associates, a Parigi, sui primi affacci di France Telecom al mondo web e proseguita fino all’operazione Jumpy per Fininvest. In mezzo c’è stato il lavoro sul piano industriale per la quotazione di Telecom Italia. «Aveva zero debito, un cash flow di tutto rispetto, licenze mobile in giro per il mondo che ne facevano il più grande operatore mobile. Dicemmo loro che fra aumento di capitale e leverage avrebbero potuto acquistare Vodafone, Level 3 e Colt».

Non è andata così. Ma nel frattempo, da esperto di Internet all’interno di Bain fu chiamato da Claudio Sposito, allora ad Fininvest. «La visione era quella di strutturare una holding industriale con all’interno la parte Tv e quindi Mediaset, l’editoria con Mondadori e una parte Internet».

Passaggio in Fininvest, quindi. Era il 1999. Google fu fondata nel 1998; Yahoo era nata solo quattro anni prima. Nel ’99 in casa Fininvest nasce Jumpy, portale web che offriva servizi di posta elettronica, sms gratis, quotazioni in borsa in tempo reale, «aveva una area di e-commerce, un’altra con le news locali, i primi servizi cellullari a pagamento e addirittura – racconta Araimo – lo streaming. Tanto è vero che nel 2000 mandammo in streaming il Grande Fratello. Durante la prima puntata fummo il sito al mondo con più streaming: 1 milione».

Il progetto Jumpy cresce e si inizia a lavorare alla quotazione «supportati da Morgan Stanley, Goldman Sachs e Mediobanca. Deutsche Bank aveva fatto una valutazione di 900 miliardi di lire per questa società il cui 60% era di Fininvest con il restante 40% suddiviso fra Mediaset e Mondadori». È lì, però, che gira la più classica delle sliding doors. La quotazione salta a pochi metri dall’arrivo. «Fininvest decise di bloccare tutto. La verità è che in quel momento era stato colto l’avvicinarsi dello scoppio della bolla. È chiaro che una quotazione fatta allora, con i titoli che sarebbero andati nei portafogli di tanti risparmiatori, avrebbe rischiato di risultare fin troppo impopolare». E quindi incompatibile con il ruolo di un Silvio Berlusconi che stava per tornare, per la seconda volta, a Palazzo Chigi.

Quella rappresentò per Araimo la conclusione dell’esperienza in Fininvest che avrebbe anche potuto sfociare in un incarico in Mediaset. «Sentivo che avrei dovuto fare altro, al di là del mio stato d’animo dopo una quotazione sfuggita all’ultimo secondo. In quegli anni il mito di chi lavorava in Internet era arrivare con la propria società alla quotazione».

Inizia così un altro periodo di consulenza per Value Partner a Milano e Londra, con incarichi sempre in ambito Tlc e Media. Segue un passaggio in Condè Nast e poi un anno, nel 2013, al Sole 24 Ore.

Si arriva così nel 2014 all’approdo in Discovery. «Avevamo un fatturato complessivo di 100 milioni». A fine 2022 il business tricolore aveva raggiunto 246 milioni, all’interno di un gruppo da 34 miliardi di dollari di ricavi, nato dall’operazione che ha portato Discovery ad acquisire Warner Media, vale a dire la parte media di AT&T. Il deal, completato nella primavera del 2022, ha permesso di unire sotto lo stesso cappello gli studios hollywoodiani Warner Bros, i canali Tbs e Tnt (radicati nello sport) o anche Cartoon Network, Cnn e i servizi premium Hbo e Hbo Max in arrivo da AT&T a fianco di Food Network, Hgtv, Tlc, Animal Planet, Eurosport in portafoglio a Discovery. Nel frattempo c’era stato l’acquisto, a livello global, di Scripps Network e in Italia l’abboccamento – mai ufficialmente confermato, ma di cui questo giornale ha dato più volte conto – con Mediaset: oggetto del “Piano Amerigo” naufragato anche per l’allora scontro fra il Biscione e Vivendi.

Warner Bros Discovery ha ora all’interno tutto: Tv gratuita, pay, streaming, content licensing, parchi divertimenti, videogames e, grande eredità del mondo Warner Bros, il cinema. Con l’Italia che è anche in «una delle region internazionali più rilevanti», con un’importante attività di produzione tv, cinema e streaming a livello locale. «Nel cinema per esempio quest’anno in Italia abbiamo prodotto due film dei “Me contro Te” e “Tre di troppo”. E come distributore abbiamo messo agli atti il successo mondiale di Barbie».

In generale questa conglomerata media rappresenta, se non l’emblema, un ottimo testimonial di come negli ultimi 30 anni in questo mondo sia accaduto di tutto. È cambiata la Tv, la produzione, distribuzione e fruizione di contenuti ha stravolto tutti i modelli e il pubblico può scegliere tra svariate modalità con cui intrattenersi. L’area che Araimo guida genera ricavi ben oltre il miliardo di euro, e a lui si affianca una squadra di manager con cui condivide da tempo oneri e onori del ruolo ricoperto: «Ho con me un team eccezionale, non ho paura di dire il migliore del mercato». E se in Italia ci si può aspettare qualche altro colpo sui talent, in Spagna la scommessa del 2024 si chiama Max: il servizio streaming forte di quasi 100 milioni di abbonati nel mondo che in Usa ha già lanciato il guanto di sfida a Netflix e Disney+ e che arriverà sulla penisola iberica la prossima primavera (in Italia bisognerà attendere la fine del 2025, dopo la conclusione dell’accordo fra Hbo e Sky).

In Italia, nel frattempo, si sta rafforzando anche l’informazione. La Cnn, che fa parte del gruppo, con i suoi corrispondenti fa capolino ogni settimana a “Che Tempo che fa” e dal 2024 rafforzerà le strisce informative dei canali in chiaro del gruppo. «In generale ci sono margini di miglioramento per la Tv lineare in chiaro, legati anche al momento particolare delle piattaforme streaming. La loro crescita è rallentata, anche perché siamo nel pieno di un momento in cui devono trovare il loro equilibrio economico. E stanno aumentando i prezzi». Araimo non ha dubbi: la cara vecchia Tv vive e lotta, forse anche meglio che nel recente passato. Warner Bros Discovery vuole esserci ed è pronta a muovere il mercato. «Ma non arriveremo con il saccone pieno di dollari. Lo faremo a modo nostro: con un occhio sempre attentissimo all’equilibrio economico. Fazio, giusto per chiarire, ha un business plan che ne prevedeva il ritorno economico anche con uno share inferiore a quello attuale. E noi siamo ben sopra».

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