Sbagliando si impara

La trappola della vanità nella leadership: quando il manager si crede indispensabile

Una leadership efficace richiede di abbandonare il bisogno di controllo e riconoscimento per favorire autonomia dei collaboratori

di Nicola Chighine*

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“Come lo faccio io/Se non lo faccio io, non lo fa nessuno.” Ho ascoltato queste due frasi più volte, in contesti diversi, da manager di settori e seniority differenti. A volte pronunciate con orgoglio, altre con una punta di stanchezza, più spesso con inconsapevolezza o con un tono di confidenza. Dietro queste parole si può nascondere una delle trappole più sofisticate e meno riconosciute della leadership: la vanità.

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Attenzione, non parliamo della vanità superficiale, quella legata all’immagine o al bisogno di visibilità. Parliamo di una forma più sottile e per questo più pericolosa: la convinzione di essere indispensabili.

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La vanità manageriale si traveste da senso di responsabilità, da dedizione, da standard elevati. Si presenta con argomentazioni apparentemente inattaccabili: “Tengo io il cliente perché lo conosco meglio”, “Rivedo io il lavoro del team per sicurezza”, “Partecipo a tutte le riunioni perché è importante esserci”. Tutto corretto. Tutto plausibile. Eppure, spesso, tutto disfunzionale.

Come le credenze limitanti di cui ho scritto in passato, anche questa dinamica agisce come un sabotatore interno elegante, difficile da smascherare perché perfettamente integrato nel nostro sistema di valori.

Ma cosa succede quando un leader cade in questa trappola? Succede che il perimetro del suo intervento si espande progressivamente, fino a saturare spazio, tempo ed energia. Succede che il team si contrae, si abitua, delega verso l’alto. Succede che l’organizzazione perde ridondanza cognitiva, autonomia, capacità di apprendimento. In altre parole, mentre il manager si sente sempre più centrale, il sistema diventa sempre più fragile. I collaboratori diventano follower e non potenziali nuovi leader.

La vanità, infatti, ha un effetto paradossale: rafforza l’ego e indebolisce l’impatto.

Le ricerche più recenti sulla leadership lo mostrano con chiarezza. Amy Edmondson, studiando per anni i team ad alte prestazioni, ha evidenziato come la “psychological safety”, la sicurezza psicologica, sia una condizione chiave perché le persone si espongano, contribuiscano e si assumano responsabilità. Ma questa condizione si indebolisce proprio quando il leader occupa troppo spazio: se c’è sempre qualcuno che interviene, corregge, decide, gli altri smettono progressivamente di farlo.

La vanità manageriale, quindi, non è solo un tema individuale: è un fenomeno sistemico. Riduce lo spazio di parola, di errore e di iniziativa degli altri.

Più un leader si percepisce indispensabile, meno costruisce le condizioni perché il sistema funzioni anche senza di lui. E questo, nel medio periodo, è il contrario esatto della leadership.

Perché accade?

Una prima risposta ha a che fare con il bisogno di riconoscimento. Essere al centro, essere cercati, essere quelli “che fanno la differenza” attiva leve motivazionali profonde. Ma come abbiamo visto parlando di motivazione, confondere ciò che ci gratifica con ciò che è utile al sistema è un errore tanto comune quanto costoso.

Una seconda risposta riguarda il controllo. In contesti complessi e incerti, trattenere le leve operative dà un’illusione di governabilità. Delegare, al contrario, espone al rischio, all’errore, all’imprevedibilità. E quindi alla vulnerabilità.

Infine, c’è una dimensione identitaria. Se per anni sono stato “quello che risolve”, “quello che sa”, “quello che tiene insieme i pezzi”, lasciare andare quel ruolo può generare una domanda scomoda: chi sono, se non sono più indispensabile?

Come si esce da questa trappola?

Il primo passo è la consapevolezza. Chiedersi: dove sto intervenendo per reale valore aggiunto e dove, invece, per bisogno di controllo, riconoscimento o semplicemente perché mi piace?

Ad esempio, quanti direttori marketing non riescono ad abbandonare le vesti del brand manager e continuano a entrare a gamba tesa su dettagli e operatività che dovrebbero, tutt’al più, limitarsi a supervisionare?

Il secondo è il ribaltamento di prospettiva. Un buon manager non è quello senza il quale nulla funziona, ma quello grazie al quale tutto può funzionare anche in sua assenza.

Il terzo è la pratica intenzionale della sottrazione. Delegare non solo attività, ma anche visibilità. Lasciare spazio agli altri, anche a costo di vedere soluzioni diverse, magari meno “perfette” ma più generative. Idealmente un leader dovrebbe fare solo quello che solo lui/lei può fare, e delegare tutto il resto.

Su questo punto vale la pena ricordarlo: la perfezione è spesso una forma raffinata di vanità. E, come ogni perfezione ego-riferita, rischia di diventare un potente fattore di inefficienza.

Infine, serve coraggio. Il coraggio di non essere sempre al centro. Di non avere sempre l’ultima parola. Di costruire contesti in cui il merito sia distribuito e non accentrato.

Perché la leadership, quella autentica, non si misura da quanto siamo indispensabili, ma da quanto rendiamo gli altri capaci, auto efficaci, integrati e autonomi nel sistema.

*Consulente Senior di Newton Spa

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