La terra dei curdi è la loro identità
Danilo De Marco ha ritratto la vita in due villaggi: questo popolo di allevatori nomadi e contadini non ha patria ma lo sono lingua e cultura
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In Turchia il termine Kurdistan non è riconosciuto ed è proibito pronunciarlo. Gli abitanti dell’Anatolia vengono chiamati “turchi di montagna” e, sulle cartine geografiche, la loro terra è sepolta dietro l’ombra di una singola K. Quella che il fotografo Danilo De Marco ha voluto nel titolo del suo nuovo, prezioso lavoro Interno K. Una storia curda, libro di fotografie e saggi di valore che rendono ragione a un popolo di quasi 40 milioni di persone, i curdi, appunto, dispersi dal XX secolo fra Turchia, Iran, Iraq, Siria e Armenia, oltre alla migrazione in tutto il mondo, davanti agli occhi distratti o volti altrove dell’Occidente. E, con la guerra contro l’Iran scatenata a fine febbraio da Donald Trump, i curdi si trovano ancora di più nell’occhio del ciclone. Una diaspora passata sotto silenzio alle porte dell’Europa, e che pare non avere fine.
Chiedilo al Sole
Un popolo senza terra, che l’ha trovata nella forza dell’identità, della lingua – che è sempre madre –, dello stare in prima linea per salvarsi. Sempre in fuga da qualcuno, dalle minacce, dagli arresti, dalle ingiustizie ma cementificati dalla resistenza e dalla memoria, fatta di aedi e poeti. E Danilo De Marco, nel 1998, ha viaggiato per un mese da Istanbul per arrivare quasi al confine con la Siria, oltre Mardin, e poi a Keşan, sul lato opposto della Turchia, a ridosso della Grecia. Grazie alla presenza di Fadime Deli, ricercatrice alla Sorbona, ha attraversato villaggi fatiscenti di case-tende, è entrato nelle vite di questi uomini, donne e bambini, si è messo in ascolto, negli angoli, con rispetto e pudore. Ha scattato una trentina di rullini da 36 pose ciascuno, cioè un migliaio di fotografie, «molte si ripetono, quasi uguali, facevo uno scatto a sinistra oppure vedevo un’altra situazione, riprendevo spostandomi: molti di questi scatti servono come avvicinamento, sono scatti a vuoto per capire, vedere meglio. Sul totale degli scatti, di buoni forse ne restano un centinaio». Un vero lavoro engagé, com’è De Marco, che è stato esposto la scorsa primavera alla Sorbona di Parigi e che ora ha la consistenza di libro: fotografare è fare politica, è denunciare, è un archivio di sofferenza e speranza. Certe trasparenze, nella penombra delle tende, si fanno solide, concrete e questi occhi che bucano l’obiettivo arrivano ai nostri occhi e ci interrogano: «ma tu lo sai come viviamo?». In fuga da tutto. Kamil, 52 anni, possedeva più di 350 capre, ma i turchi hanno bruciato qualsiasi cosa e ucciso le capre. Così, per vivere, non resta che spostarsi di volta in volta e cercare un nuovo lavoro. Le famiglie affittano un grande camion e si spostano. I bambini, spesso malati e senza medicine, non hanno la possibilità di andare a scuola e, per loro, è meglio così perché, nelle scuole turche, prima li obbligano a parlare solo turco e poi si dice loro che esiste solo una nazionalità, quella turca. Molti uomini hanno fatto anni e anni di prigione con l’accusa di aver aderito al Pkk, il partito dei lavoratori del Kurdistan. Le donne sono il collante di vite raminghe, perché eredi delle combattenti curde in Siria con un ruolo cruciale contro l’Isis e ormai libere dalle catene del patriarcato, anche se temono un ritorno della sharia islamica.
Dalla penombra delle tende, così insalubri, emergono volti come rocce di orgoglio e dignità e, scrive Arturo Carlo Quintavalle, «le foto di Danilo sono sempre costruite con geometrie rigorose, il disordine delle tende, la casualità delle figure, il loro affacciarsi fuori o il loro accostarsi, anche il sovrapporsi all’interno sono sempre organizzati da corrispondenze, nessi, bilanciamenti, rapporti rigorosi. È l’ordine imposto al disordine», dando ulteriore forza ai volti, agli occhi, soprattutto. I primi piani inventano dialoghi fra lingue incomprensibili, hanno la solidità dei fatti e della ricerca della giustizia e della libertà. Perché, come scrive Ebru Günay, giurista e attivista curda, in uno dei saggi più commoventi del volume: «le fotografie non si limitano a ritrarre la povertà, mostrano anche la condizione isolata di un intero popolo e dicono anche di più: quando si perde tutto, si può non smarrire completamente sé stessi. Anche quando un popolo viene cacciato dalle proprie case, può conservare la memoria, la lingua, i riti del lutto, la condivisione del pane e la forza di rimanere unito. Questo libro parla di quella dignità fragile ma indomabile». Che affonda le radici in una cultura millenaria, fatta di allevatori nomadi e contadini che vivevano in simbiosi con la natura e continuavano a cantare come i loro antenati nella notte dei tempi gioie e dolori. C’era la poesia orale e quella delle ninne nanne, le elegie delle donne e il canto alto di Melayê Djezir (1570-1640), il Dante dei curdi, che si presenta così: «Sono la rosa dell’Eden del principato di Botan / sono la fiaccola delle notti del Kurdistan». E quella luce si allunga fino a noi e ci ricorda, con le foto di De Marco, che non dimenticare non è una posizione neutrale, è la prima posizione della giustizia e della democrazia.
Interno K. Una storia curda, a cura di Danilo De Marco, Forum, pagg. 148, € 18








