La tempesta perfetta tra fisco e inflazione
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Tra gli effetti più negativi della crisi innescata dalla pandemia di coronavirus e degli altri eventi infausti che l’hanno accompagnata vi è certamente la ricomparsa dell’inflazione che ha fortemente ostacolato la ripresa dell’economia. La crescita dei prezzi è stata particolarmente forte per il settore dell’auto alle prese con una transizione energetica molto più faticosa e travagliata di quanto gli ideologi dell’ambientalismo e i loro discepoli al Governo nell’Unione Europea pensassero.
Una misura molto significativa dell’entità di questo travaglio è data dal fatto che, mentre il Prodotto interno lordo dell’Unione Europea (Italia compresa) ha già da tempo riconquistato i livelli ante-crisi, le immatricolazioni di autovetture nel primo trimestre di quest’anno sono ancora al di sotto di quelle dello stesso periodo del 2019 del 18,1% per l’intera Europa Occidentale e del 16,1% per l’Italia.
Tra l’altro rispetto agli altri Paesi dell’Unione la crescita del costo delle auto in Italia è stata esaltata dal fatto che l’aliquota Iva per le auto è più alta che negli altri principali paesi europei con cui ci confrontiamo (Germania, Francia e Spagna) e questo naturalmente amplifica gli effetti negativi degli aumenti dei prezzi.
La cosa non finisce però qui perché occorre anche considerare che il potere di acquisto di un cittadino italiano è più basso di quello dei cittadini dei principali paesi della Ue con cui ci confrontiamo. Secondo gli ultimi dati disponibili, nel 2023 il Pil pro capite Italiano era infatti di 28.520 euro all’anno contro i 33.290 di Francia e i 35.590 della Germania.
È appena il caso di dirlo, ma non va dimenticato, che il fatto di avere per l’automobile un’aliquota Iva più alta di quella dei nostri partner europei, con cui ci confrontiamo e con cui siamo in competizione con le nostre imprese in Europa e nel mondo, è figlio di un antico pregiudizio superato altrove, ma ben vivo in Italia.


