L’analisi

La tempesta perfetta tra fisco e inflazione

di Gian Primo Quagliano

(Adobe Stock)

3' di lettura

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Tra gli effetti più negativi della crisi innescata dalla pandemia di coronavirus e degli altri eventi infausti che l’hanno accompagnata vi è certamente la ricomparsa dell’inflazione che ha fortemente ostacolato la ripresa dell’economia. La crescita dei prezzi è stata particolarmente forte per il settore dell’auto alle prese con una transizione energetica molto più faticosa e travagliata di quanto gli ideologi dell’ambientalismo e i loro discepoli al Governo nell’Unione Europea pensassero.

Una misura molto significativa dell’entità di questo travaglio è data dal fatto che, mentre il Prodotto interno lordo dell’Unione Europea (Italia compresa) ha già da tempo riconquistato i livelli ante-crisi, le immatricolazioni di autovetture nel primo trimestre di quest’anno sono ancora al di sotto di quelle dello stesso periodo del 2019 del 18,1% per l’intera Europa Occidentale e del 16,1% per l’Italia.

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Tra l’altro rispetto agli altri Paesi dell’Unione la crescita del costo delle auto in Italia è stata esaltata dal fatto che l’aliquota Iva per le auto è più alta che negli altri principali paesi europei con cui ci confrontiamo (Germania, Francia e Spagna) e questo naturalmente amplifica gli effetti negativi degli aumenti dei prezzi.

La cosa non finisce però qui perché occorre anche considerare che il potere di acquisto di un cittadino italiano è più basso di quello dei cittadini dei principali paesi della Ue con cui ci confrontiamo. Secondo gli ultimi dati disponibili, nel 2023 il Pil pro capite Italiano era infatti di 28.520 euro all’anno contro i 33.290 di Francia e i 35.590 della Germania.

È appena il caso di dirlo, ma non va dimenticato, che il fatto di avere per l’automobile un’aliquota Iva più alta di quella dei nostri partner europei, con cui ci confrontiamo e con cui siamo in competizione con le nostre imprese in Europa e nel mondo, è figlio di un antico pregiudizio superato altrove, ma ben vivo in Italia.

Questo pregiudizio vede ancora nell’automobile in quanto tale, oggi come 70 anni fa, uno status symbol da abbattere per andare tutti in bicicletta, compresi i disabili e gli anziani. È un dato di fatto che vi sono ancora automobili che sono status symbol, ma in un Paese come l’Italia che ha 26 milioni di nuclei famigliari e 40,8 milioni di vetture circolanti, vi sono 1,6 autovetture per nucleo famigliare che nella grande maggioranza dei casi sono strumenti indispensabili per vivere una vita normale e dignitosa.

Se dal mondo delle persone passiamo a quello delle aziende, l’effetto degli aumenti dei prezzi delle autovetture innescato dalla pandemia non solo è stato molto rilevante, ma è anche fortemente esaltato da un regime fiscale che è tanto vessatorio da non avere eguali nel mondo.

Lo dimostra anche il fatto che le auto acquistate da aziende nel 2023 sono state il 67,2% del totale in Germania, il 57% nel Regno Unito, il 53,4% in Francia, il 55,9% in Spagna e soltanto il 44,5% in Italia. Venendo al modo in cui la vessazione si attiva, basta considerare un confronto della situazione tra i cinque maggiori Paesi dell’Europa Occidentale per un’auto aziendale con un prezzo, Iva esclusa, di 40mila euro. Somma, questa considerata, che, con i forti aumenti degli ultimi anni, è sicuramente assai vicina a quanto occorre per disporre di un’auto aziendale in grado di assolvere la sua funzione sia sul piano dell’efficienza sia sul piano dell’immagine.

Un piano, anche quest’ultimo, che per un’azienda non è un optional ma un elemento importante di comunicazione e costruzione di una solida reputazione. E non vi è certo bisogno di esperti di marketing per capirlo. Basta guardare la realtà senza paraocchi ideologici.

Tornando al confronto, fermo il prezzo di 40mila euro al netto dell’Iva, con l’Iva in Italia il costo dell’auto che stiamo considerando sale a 48.800 euro, in Spagna siamo a quota 48.400 euro, in Francia e in Gran Bretagna siamo a quota 48.000 euro e in Germania scendiamo a 47.600. Come si vede le differenze non sono sensibili, ma il bello deve ancora venire.

Quanta parte di questo costo resta a carico dell’azienda cioè non è né detraibile né deducibile fiscalmente? In Italia questo costo è di 41.665 euro, in Francia è di 21.700 euro, in Gran Bretagna è di 25.800 e in Germania e Spagna è zero.

Visti questi dati citati, la domanda che viene spontanea è: come fa un’azienda italiana con una flotta di autovetture che incide in maniera significativa sui costi aziendali (e quindi anche sui costi dei suoi prodotti) a competere con i suoi concorrenti sul mercato dell’Europa e su quelli del mondo?

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