Paesaggi alpini

La strada verso casa porta al cuore delle Dolomiti

Matteo Righetto invita a difendere Latemar e Catinaccio e a coinvolgere le persone in una nuova responsabilità ambientale

di Maria Luisa Colledani

Le Dolomiti, maestose e infinite, sono state dichiarate Patrimonio mondiale dell’Unesco nel 2009

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Casa è un orizzonte di libertà, la nebbiolina dei pensieri che si alza e svela le vette. Quelle esplorate da Matteo Righetto, scrittore e aedo delle Dolomiti: «sono le montagne dove io sento di aver sempre vissuto. La mia dimora. Vivere quassù, camminare tra le vallate, sui versanti e le cime, respirare quest’aria, per me significa, fondamentalmente, tornare a casa». Si è messo di nuovo in cammino fra le cime e le parole, fra le albe e i cervi, fra i dubbi e la ricerca di sé con La strada verso casa. Pensieri di un cuore alpino, educazione sentimentale per trovare le tracce di un capriolo, il profilo del Catinaccio e quell’immensità indescrivibile e personalissima che è la casa.

Dopo i successi di La pelle dell’orso, la Trilogia della patria o Il richiamo della montagna, ora Righetto ricorda i primi sentieri di montagna, nello zaino di papà e la sua meraviglia nata «nell’incanto di quei momenti e di quei luoghi, nei profumi portati dal vento, nei suoni del bosco, nell’appoggio sicuro contro la sua schiena forte». È la storia di un padre e un figlio, è una storia che può appartenere a tutti. Basta mettersi in cammino. Perché non è solo questione di trekking, escursionismo e alpinismo, ma soprattutto quella, ben più importante, di attraversare la natura in punta di piedi per rispettarla, in una comunione che ci fa sentire parte di un disegno più grande da rispettare e raccontare, come fa Righetto. Il suo vissuto emozionale è cresciuto con lo spettacolo unico dell’enrosadira, la schiettezza delle genti di montagna, le loro lingue, la loro storia complessa, le leggende millenarie, la cucina, le culture diverse di ogni valle, l’architettura, l’estetica ladina. Nel piccolo ha trovato la grandezza delle cime, lo condivide e, dopo aver seguito il cambiamento climatico, il riscaldamento globale, l’arretramento dei ghiacciai, la perdita di biodiversità, frane, alluvioni e smottamenti, cerca con il suo narrare di «coinvolgere le persone nella costruzione di una nuova forma di responsabilità, che conduca a un turismo sostenibile, rispettoso, slow. Un approccio che tuteli questo patrimonio geografico e culturale, perché quando la montagna diventa solo un oggetto di profitto e divertimento, le conseguenze per la società sono devastanti».

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Gli inizi sono ad Andalo, poi a Fiera di Primiero, San Martino di Castrozza, in Val Canali, per l’innamoramento definitivo tra il Latemar e il Catinaccio: «Andare in montagna era come aprire una porta e ritrovare il mio spazio. Heimkoma, dicono gli islandesi. È la piacevole, confortevole sensazione che si prova nel tornare a casa dopo un lungo e faticoso viaggio». Nei passi lenti che impone l’altitudine, negli sguardi alle vette, ecco «il calcareo Latemar, che è sempre stato per me il monte associato alla luna, alla suggestione, alle leggende ladine, a un sentimento poetico profondo ed evocativo» o il Rosengarten, la montagna del sole e dell’energia.

Nel chiuso di una stanza, le parole di Righetto diventano appoggi e appigli verso una nuova dimensione di sé. Il peso evapora, ci sono la leggerezza della luce, la maestosità del bramito di un cervo o l’incanto di un’aquila reale. Sono pagine di passi e meraviglia, di riflessione e magia, di discese sugli sci e ricerca: «Se è vero che tutti noi abbiamo urgente bisogno di montagna per rimanere umani, è altrettanto vero il contrario: anche la montagna ha bisogno di noi per restare selvaggia. Le Terre Alte sono un fragile ecosistema di frontiera, un ultimo baluardo di resistenza nei confronti di un modello di sviluppo insostenibile. Difendere l’ambiente montano significa promuovere una conversione ecologica che passa attraverso un’azione culturale responsabile, a sostegno e a salvaguardia della biodiversità alpina. Ogni forma di educazione è educazione ambientale, e l’educazione ambientale è cultura alta, sapienza antica».

Oltre agli occhi, abbagliati dal frullio di una pernice bianca, il cuore respira a fondo e sente un soffio vitale: «un alpinista si deprime, si ammala come gli altri, muore come tutti. Ma sa che dentro di lui c’è qualcosa che non si deprime, non si ammala, non muore. E quello, io lo chiamo spirito selvatico». Le Dolomiti sono la coscienza di Righetto e, per interposte pagine e fotografie, alcune minimali, altre corali, entrano sotto pelle, sono i puntelli delle nostre paure perché «salire su una cima – che fosse la Tofana di Rozes o l’Antelao – non significava per me vincere una sfida, ma compiere un gesto interiore. Non era tanto un’ascesa verso l’alto, quanto una discesa dentro me stesso».

Anche la gente di montagna, essenziale e schiva, cambia le nostre prospettive. Come accade a Righetto che vive a Colle Santa Lucia dagli anni 90: «raccontare la montagna significa proprio questo, non restare fuori a guardarla, ma entrarci dentro. Abitarla. Ascoltarla. Perché il bosco, se lo sappiamo leggere, ci insegna tutto». Ci porta nei meandri del cuore e oltre i confini: «È il desiderio che ci apre gli orizzonti e ci conduce, passo dopo passo, verso il luogo che stiamo cercando. E allora il mio invito è questo: fate il vostro sentiero. Mettetevi in cammino. Perché è solo così che la vita si muove davvero. È solo così che, guardando avanti con speranza, ogni viaggio – anche il più lungo, anche il più difficile – alla fine diventa un ritorno. Diventa la strada verso casa».

Matteo Righetto, La strada verso casa. Pensieri di un cuore alpino, Rizzoli, pagg. 224, € 29,90

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