Una voce ammaliante dal Sudan

La storia del migrante in mongolfiera

«Il corvo che s’innamorò di me», di Abdelaziz Baraka Sakin, è la vicenda di due ragazzi che partono insieme dal Sudan. Uno di loro vuole studiare linguistica ad Oxford, ma niente andrà come previsto

di Lara Ricci

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Mentre il Sudan entra nel suo quarto anno di guerra civile nell’indifferenza del mondo e nessuno conta i morti a centinaia di migliaia seguiti alla rivoluzione democratica e pacifica che aveva deposto il dittatore Omar al-Bashir, ai lettori italiani arriva infine la voce ammaliante di uno dei suoi scrittori più bravi. Il corvo che s’innamorò di me, di Abdelaziz Baraka Sakin, originario del Darfur, non racconta la guerra, che non ha visto (è in esilio in Europa dal 2012). Racconta la storia di Nour, un giovane sudanese fuggito insieme al suo amico d’infanzia. Separatosi da lui, ottenuto asilo politico in Francia, lo ritrova un giorno per caso alla stazione di Graz. «Nella mano destra teneva una sigaretta quasi completamente consumata, da cui pendeva un leggerissimo cilindro di cenere che non aveva ancora lasciato cadere e che emanava una piccola nuvola di fumo. Con la sinistra aperta, invece, chiedeva spiccioli ai passanti».

Nour, in Austria per lavoro, aveva perso le tracce dell’amico da due anni, da quando si erano lasciati nella “giungla” di Calais: l’accampamento di fortuna dove da qualche decade si ammassano i migranti che dal Nord della Francia cercano di andare in Inghilterra. «Era talmente magro che sembrava una canna di bambù, più alto, con i capelli arruffati e una barba che non vedeva un barbiere da almeno un anno e mezzo e nella quale era comparso anche qualche pelo grigio. Puzzava di birra anche a una certa distanza e appariva devastato dal crack, due cose che non aveva mai consumato prima. Persino il colore della sua pelle non era più lo stesso: da nera e scintillante era diventata pallida e giallastra. La sola cosa che restava del mio amico di una vita, Adam Saad Saadan, poi soprannominato Adam Inghilterra, erano i suoi grandi occhi buoni».

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«Adam Inghilterra!» grida, ma l’amico non lo riconosce. Quando gli mette in mano 100 euro, nel suo sguardo vacuo c’è solo sospetto. Baraka Sakin ha la voce avvolgente e sorniona di un cantastorie. Pare un racconto perfezionato all’infinito, levigato dal continuo replicare e migliorare, dall’osservare l’effetto delle frasi sul viso degli astanti, quello struggente di Nour che ritrova l’amico più caro assente a sé stesso, incapace di riconoscere il compagno, mentre agita gli occhi inquieti come un grosso uccello nero alla ricerca di resti da mangiare. Il constatare impotente l’intelligenza perduta, l’umanità perduta, le ambizioni naufragate perché ciò che è possibile per alcuni, nati sotto una buona stella, è irraggiungibile per altri, anche se ricolmi di talento, determinazione e passione.

Appena ritrovato, se ritrovato si può dire di qualcuno che non ti riconosce, Adam scompare, spaventato forse dall’inaspettata generosità dello sconosciuto. Sgomento, Nour lascia tutto e va alla ricerca del suo amico più caro, che l’aveva portato sulle spalle quando si era slogato la caviglia mentre percorrevano - braccati - il pericolosissimo Sentiero delle formiche verso l’Europa. Incontra le persone che lo avevano frequentato nei due anni passati, costruendo un affresco caloroso della varia umanità che popola Austria e Francia. Anche quando viene a sapere che non lo rivedrà mai più, Nour si ostina a scoprire cosa aveva reso immemore e forse folle quel giovane testardo che parlava un inglese perfetto, voleva studiare linguistica ad Oxford, e diventare professore di inglese. Era per questo motivo che s’era guadagnato quello strano soprannome: «Il suo sogno era ritrovarsi sull’altra riva della Manica e parlare inglese come se fosse nato nel centro di Londra», scrive Baraka Sakin con affettuosa ironia.

Solo che Adam aveva troppa paura del mare per attraversare la Manica, e non aveva più soldi, perché quelli che dovevano servirgli per pagare i passeurs li aveva regalati a una giovane madre che voleva raggiungere il marito incastratosi tra le ruote di un tir in partenza per l’Inghilterra. Un marito «che in sei mesi non [era] arrivato in nessun luogo», e ciononostante lei lo aspettava ancora, invano. Adam, lasciato da Nour, che decide di restare in Francia, lasciato dalla donna amata, che gli scrive dall’Inghilterra dove è riuscita ad arrivare grazie a lui, con la fantasia esacerbata dalla disperazione, aveva messo in piedi un progetto che si sarebbe detto eroico e visionario se fosse venuto da un esploratore bianco di qualche tempo fa, ma che nel suo caso, quello di un migrante coi buchi nelle scarpe che dorme per terra tra la spazzatura e le dune, è considerato solo farneticante: attraversare la Manica alla maniera dei corvi - che amava fin quando da piccolo leggeva ossessivamente la poesia Il corvo di Edgar Allan Poe. Attraversarla in mongolfiera! E così prende il volo questa favola moderna luminosa e triste, sull’amicizia, sull’amore e sul fallimento, sui sogni troppo grandi, per alcuni, sulla crudeltà della realtà e della nostra società indifferente.

A “mamma Eva”, come Adam chiamava una ragazza che l’aveva ospitato e si era presa cura di lui quando ormai era trasfigurato, una volta aveva disegnato un rettangolo. Le aveva spiegato che era una finestra. Le aveva chiesto cosa vedeva oltre la finestra: «Vedo solo il muro del giardino, gli alberi, alcuni passanti e ciò che c’è dietro di loro», aveva risposto lei. «Perfetto - aveva ribattuto Adam -. Tutto quello che c’è dietro la finestra appartiene a un mondo parallelo, un altro mondo. È lì che voglio andare. È simile al mondo in cui viviamo, ma è parallelo. Solo i corvi hanno la facoltà di vivere in entrambi i mondi e di passare facilmente dall’uno all’altro quando vogliono». Racconta di lui mamma Eva: «Passavamo ore (...) a parlare della vita, del nulla, di altri mondi, dell’esistenza che era inesistenza, “la non vita” come la chiamava lui, cioè la vita che per noi è un vuoto, ma che per chi vive immerso in questo vuoto è un’esistenza. Giunsi a una conclusione strana, e cioè che Adam non fosse pazzo né malato di mente, ma piuttosto una persona che era uscita dall’invisibile cerchio illusorio nel quale viviamo senza esserne coscienti, simile a una squallida prigione di cui ignoriamo l’essenza; una persona che si era salvata. “Mi sono arenato, mamma, mi sono arenato” Lui lo diceva così». Arenarsi.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Abdelaziz Baraka Sakin

Il corvo che si innamorò di me

Traduzione di Marcella Rubino

Emuse, pagg. 144, € 16

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  • Lara Ricci

    Lara Riccivicecaposervizio curatrice delle pagine di letteratura e poesia

    Luogo: Milano e Ginevra

    Lingue parlate: Inglese e francese correntemente, tedesco scolastico

    Argomenti: Letteratura, poesia, scienza, diritti umani

    Premi: Voltolino, Piazzano, Laigueglia, Quasimodo

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