Leadership in crisi

La solitudine del manager dinanzi agli eventi del presente

Il senso di fiducia in sé stessi permette di non sentirsi smarriti, di dare risposte alle domande, di fare le scelte, di sbagliare e di ripartire

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Se si chiede a ChatGpt quali competenze debbano avere i manager del futuro, ne vengono elencate dodici. Tutte più o meno azzeccate, nessuna particolarmente innovativa.

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Se un aspirante manager volesse rivolgere la stessa domanda al suo head hunter di fiducia, la risposta sarebbe grosso modo la stessa; con forse non dodici, ma almeno sei competenze sovrapponibili a quelle fornite dalla Ai. Tutte risposte valide, di buon senso, ma che rischiano da sole di non essere sufficienti. Non perché le fonti non siano autorevoli, ma perché oggi il livello d’imprevedibilità degli eventi economici, sociali, geopolitici ha tolto al futuro quella magia, che le persone hanno sempre riposto nella sua costruzione, con uno sgradevole scivolamento dal sogno alla rassegnazione.

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Estenuati da un’invasiva incertezza, il rischio è quello di cadere in una forma di attendismo, quando le risposte alle proprie domande non riescono a trasmettere voglia di futuro. E questo è in gran parte legato al fatto che, nel contesto attuale, anticipare le prossime evoluzioni di mercato è un esercizio di alta complessità. Decisamente superiore rispetto al passato, quando i manager ricevevano da esperti consulenti, consigli costruttivi per la propria carriera. Se era il caso di cambiare azienda, quando era opportuno diversificare settore, se cogliere l’occasione di un’esperienza all’estero, quando passare da una società manageriale ad una realtà imprenditoriale ecc.

Indecisi sul come muoversi, i manager vengono risucchiati dall’attuale processo di cambiamento globale, consapevoli di essere particelle di una trasformazione epocale, pericolosamente caratterizzata dal fatto di non essere governata. Strappati dal punto di partenza, manca ora la visibilità su quello di arrivo, e dunque sul percorso da seguire. Facendo così vivere un’esperienza estremamente impegnativa anche per manager navigati, che hanno condotto la propria carriera professionale sotto le insegne del change management.

Preoccupa vedere che i grandi guru della trasformazione più dirompente, quella tecnologica, siano attori di continui cambiamenti di scenari e di contraddizioni. Come ha fatto per esempio Sam Altman, alternando, nell’arco di pochi mesi, visioni pessimistiche ad altre più ottimistiche relativamente all’impatto della Ai in termini di occupazione. Evidenziando che oggi il maggiore pericolo non è forse insito nelle tecnologie stesse, ma nelle capacità di chi le governa e di chi le regolamenta. Pertanto, in senso generale, cresce un’inquietante sfiducia nelle attuali leadership mondiali, vedendo tra l’altro quei potenti che, da falsi impavidi, iniziano con arrogante leggerezza dei conflitti che non sanno poi come chiudere.

L’abbandono delle regole, il disinteresse per il diritto internazionale, la creazione di alleanze opportunistiche, l’idealizzazione del profitto insindacabile stanno generando fenomeni e comportamenti talmente imprevedibili da destabilizzare anche le organizzazioni più solide e mettere a dura prova chi ha responsabilità manageriali. Questo genera un senso di solitudine che non avvolge solo i capi che sono chiamati a decidere, ma anche coloro che non trovano risposte concrete alle proprie domande.

Ed è quando parlando di economia, tecnologie, finanza, armamenti, il concetto di potenza nella sua accezione di deterrenza lascia il posto a quello di forza nella sua accezione di sopraffazione, che il manager deve concentrarsi sulla propria forza interiore per non farsi travolgere dagli eventi. Avendo acquisito la valenza di chi non ha pregiudizi, di chi non ha bisogno della riconoscenza, della compiacenza, dell’accumulo di denaro; di chi ha coraggio, resilienza, equilibrio, autonomia di pensiero. Citando Nelson Mandela: «Ho sviluppato una forza interiore che mi ha fatto dimenticare la povertà in cui versavo, la sofferenza, la solitudine e la frustrazione». È quel senso di fiducia in sé stessi che permette di non sentirsi smarriti, di dare risposte alle proprie domande, di fare le scelte, di sbagliare e di saper ripartire. Così si sviluppa quella forza che permette di decidere su quali delle dodici competenze puntare, per costruire in modo veramente autentico il proprio futuro. Per scacciare la rassegnazione e ritrovare la magia.

(*) Presidente Onorario ERIC SALMON & PARTNERS

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