Le età della vita

La società della longevità: la lunga vita è anche una scelta di sostenibilità

In un mondo dove entro il 2050 due miliardi di persone saranno over 60, la priorità è spostare l’accento: non solo aggiungere anni, ma migliorarne la qualità.

di Alba Solaro

Le fasi di ageing progression. Migliorare le condizioni di vita per tutti è un prerequisito della longevity economy, un comparto di industria dal grande potenziale, su cui un magnate come Jeff Bezos ha già investito 3 miliardi di dollari.

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Ricordate questa data: 2050. Oggi sulla Terra ci sono un miliardo di persone over sessanta. Per quella data i miliardi diventeranno due: «Una persona su sei avrà più di 65 anni. Si tratta di un gigantesco cambiamento strutturale: per la prima volta nella storia dell’umanità, cinque generazioni condivideranno il pianeta», spiega Nic Palmarini, origini liguri e ora direttore, a Newcastle, del National Innovation Centre for Ageing (Nica). «Una prospettiva che ci pone una sfida: passare da una società della vecchiaia a una società della longevità». Palmarini ne ha parlato in occasione di Next Design Perspectives, il format di Altagamma dedicato agli scenari e ai progetti che mettono al centro il design e le sue potenzialità trasformative. Curato nella sua edizione 2025 – la quarta – da Marco Sammicheli a latere della XXIV Esposizione Internazionale di Triennale Milano dal titolo Inequalities, il convegno ha individuato proprio nella longevità uno dei temi cruciali per l’industria culturale e creativa con temporanea, oltre che un business promettente.

Lo ha ben sintetizzato la scrittrice Lidia Ravera (che ha esplorato il tema in Age Pride. Per liberarci dai pregiudizi sull’età, Einaudi) al recente Festival della Salute 2025: «Se partiamo dal presupposto che la vecchiaia è un buco nero nel quale cadiamo, siamo destinati a una vita infelice. Se pensiamo che fa parte della vita, va bene. Ma se siamo ancora più bravi riusciamo a pensare che è la prima volta che esiste questo territorio da attraversare tra i 65 anni e la morte: non c’è mai stato. Nessuna generazione prima della nostra ha avuto questo tempo in più, che è completamente da organizzare».

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Se la vita è un viaggio, dice Ravera, «ogni età è un paese straniero. Quando arrivi sei a disagio, non parli la lingua, non conosci nessuno. E quando ti sei finalmente abituato, ti sbattono nel paese successivo. Dall’infanzia all’adolescenza, dalla giovinezza alla maturità alla vecchiaia, a cui ora si aggiungono un terzo e un quarto tempo. Gli ultimi due paesi non li ha mai attraversati nessuno. C’è da riscrivere tutto».

“Queen Elizabeth Oak”(2004), di Beth Moon, edizione 1 di 25 parte della serie “Portraits of Time”. La foto è stampata al platino palladio, un processo di stampa particolarmente stabile e duraturo. (COURTESY SALAMON FINE ART, MILANO)

Che è esattamente quello che si propone di fare il Nica guidato da Palmarini: un’organizzazione globale sostenuta dal governo britannico, che studia servizi, prodotti e soluzioni avanzate per spostarci dalla silver economy alla longevity economy.

«Dobbiamo resettare il modo in cui pensiamo all’avanzare dell’età», spiega Palmarini. Who Wants To Live Forever? chiedevano i Queen in una celebre canzone. La risposta è: dipende. Chi non vorrebbe invecchiare come Iris Apfel, l’eccentrica signora dello stile newyorkese scomparsa a 103 anni dopo essere diventata modella a 97?

Il punto allora non è solo vivere più a lungo, ma farlo in condizioni di salute e autosufficienza, che al momento è un privilegio di occidentali e asiatici, non degli africani per esempio; in Ciad e Nigeria le aspettative di vita media si fermano a 53 anni. Ma spostare l’accento dalla vecchiaia alla longevità significa anche capire che molto di quanto viene fatto, viene fatto male: «Io non sono come mio nipote di 14 anni, ho bisogno di semplificazioni», continua Palmarini. «Se poco fa quando ci siamo connessi via Zoom abbiamo avuto qualche intoppo tecnico, non è perché siamo i classici Boomer. Non siamo noi che siamo obsoleti per questa società, è questa società che è disegnata malissimo in generale, e non solo per gli over 60. Se una tecnologia non è abbastanza facile da usare vuol dire che è disegnata male».

Il primo passo è quindi liberarsi degli stereotipi. Per esempio dell’idea che la vecchiaia sia passività, incapacità, che siamo noi a doverci adattare ai cambiamenti. La prospettiva va rovesciata. Anche perché, «come rilevato dalla Società Italiana di Gerontologia e Geriatria, un settantenne di oggi corrisponde più o meno a un 55enne di 30 anni fa. Tecnicamente si chiama età equi valente. C’è stata un’evoluzione non solo biologica e culturale, ma proprio neuronale, siamo stati esposti come tutti a informazioni e tecnologie che hanno rimappato le nostre reazioni neuronali.

Un tempo l’esperienza separava le generazioni, oggi col digitale non è più così. L’esperienza non è più segregata in luoghi e contesti, la scuola, il bar o l’ufficio, è diventata un unico calderone dove lo scambio è continuo. Mai prima d’ora cinque generazioni si sono trovate a lavorare nello stesso luogo, andare agli stessi concerti, vestire con gli stessi brand, frequentare gli stessi bar. Forse dovremmo provare a ragionare su un’unica macrogenerazione fluida. Dove non sono le varie età ma è l’individuo che fa la differenza».

Attenzione però: prepararsi alla longevità, avverte Palmarini, non significa semplicemente cambiare stile di vita, «decidere di mettersi a fare le maratone, mettersi a correre a 60 anni o scalare l’Everest. La longevità è un processo che ha inizio ancor prima di essere concepiti. Ha a che fare col luogo dove vive nostra madre, è decidere di non iniziare a fumare a 15 anni, capire che certi zuccheri fanno male». Non dobbiamo concentrarci solo sullo stile di vita, «ma sull’esposoma, ovvero la somma delle esposizioni di una persona nel corso della sua vita: inquinamento, cibo, mobilità sociale, stress, aspetti sociali come l’istruzione e il reddito. Un esempio classico è quello di Tower Hamlets e Chelsea, due quartieri di Londra quasi confinanti, più popolare il primo, più ricco borghese il secondo. Una donna che vive a Chelsea ha 11 anni in più di aspettativa di vita in salute rispetto a una di Tower Hamlets. Eppure abitano a pochi metri l’una dall’altra. In letteratura la differenza più ampia mai registrata è a Chicago dove una donna bianca, benestante, ha un’aspettativa di 30 anni in più rispetto a una disoccupata della comunità nera o latina».

Migliorare le condizioni di vita per tutti è un prerequisito fondamentale per la longevity economy, «un comparto di industria che ancora non riusciamo nemmeno a immaginare. Non a caso Bezos vuole investire 3 miliardi in questo settore», e ha già creato la Altos Labs, una startup biotecnologica che vuole ripristinare la salute cellulare per invertire le malattie e i traumi legati all’età. Who Wants To Live Forever? I miliardari delle big tech di sicuro. Sì, ma dove? Perché possiamo anche essere degli anziani che arrivano sani e bellissimi a 200 anni, ma il mondo intorno a noi è adatto? C’è da aggiornare l’hardware – le città, gli spazi pubblici, i servizi – e il software – una cultura di inclusione sociale, di vita comunitaria, sistemi politici, sociali, comportamentali che ancora non esistono.

Nel 2008 l’Onu ha sancito un passaggio storico: nelle aree urbane vivono più persone che nelle zone rurali. Città sempre più piene di anziani richiedono una diversa concezione dell’edilizia, di spazi e politiche «che abbattano le disuguaglianze, le quali limitano l’accesso a un invecchiamento sano, e con esse l’isolamento e l’esclusione». È partito da lì il progetto La Repubblica della longevità, targato Nica, in mostra alla Triennale di Milano fino a pochi giorni fa: «È un progetto articolato nell’ideazione di Cinque Ministeri che rispondono a bisogni e desideri nuovi – il Ministero dello Scopo, dell’Uguaglianza del sonno, della Democrazia Alimentare, della Libertà Fisica e dello Stare Insieme. Parlare di ministeri significa una cosa importante, e cioè che la politica deve entrare in gioco, che il Pianeta non si salva solo richiamandosi alle responsabilità individuali». Il design ha un ruolo centrale. Gli oggetti pensati per aiutarci servono a favorire le nostre attività e al contempo costruire relazioni. È quello che Jonathan Chapman, docente a capo del dottorato di ricerca in Transition Design alla Carnegie Mellon University, chiama Emotionally Durable Design (titolo di un suo saggio del 2005). «È il design che aumentando la durabilità riduce i consumi, gli sprechi e di conseguenza aiuta la sostenibilità», spiega Chapman «e intanto tiene conto anche della durabilità delle relazioni che stabiliamo con un prodotto. C’è una longevità materiale – penso al Fairphone, il cellulare olandese ecosostenibile – e una longevità emotiva che lavora sul rapporto che abbiamo con le cose, i significati che gli attribuiamo, le ragioni che ci possono spingere a scartare o conservare una determinata cosa».

Chapman ha indagato l’intersezione fra design industriale, esperienza umana e sostenibilità in cinque saggi, il più recente ha un titolo emblematico: Meaningful Stuff: Design That Lasts. «Il design spesso non fa un gran lavoro nel riuscire a celebrare la pienezza e la ricchezza dell’esperienza umana. Ho cercato di analizzare come formiamo continuamente associazioni significative attorno agli oggetti. Una caffettiera, un paio di scarpe o una casa, sono anche ricordi, memorie, sono le storie che creiamo attorno a quelle cose. Penso all’economia circolare, particolarmente efficace in termini di sostenibilità perché tiene i materiali in movimento, le cose si spostano, cambiano proprietario, hanno un lato fisico, tangibile, e uno più soggettivo: la loro storia». Qui entra in gioco quella che Chapman chiama contaminazione psicologica. C’è chi fatica a comprare qualcosa di usato perché lo sente “sporco”, “contaminato” dalla sua storia precedente. Chissà chi l’ha usato prima, chi l’ha indossato. «Eppure un’ora dopo che siamo stati in un negozio di abiti vintage magari andiamo a pranzare al ristorante, e non ci fermiamo a pensare che la forchetta che usiamo è stata usata da centinaia di persone prima di noi».

In Meaningful Stuff, Chapman ha coniato un’espressione: «Experience heavy, material light, materiali leggeri per esperienza pesante, che è il contrario per esempio del fast fashion, fatto di materiali pesanti, non sostenibili, mentre l’esperienza è leggera, insignificante, c’è un consumo continuo che non dà modo alle cose di costruire veramente una storia. Io non credo che le persone abbiano bisogno di cose sempre nuove, ma vogliono nuove esperienze. La sfida per il design sarà imparare a progettare cose che evolvono con noi, dunque emotivamente longeve».

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