Il rapporto del Cnel

La sfida per rendere l’Italia attrattiva per i giovani

Si propone un piano per valorizzare il capitale umano, superare ritardi strutturali e rilanciare la crescita

di Renato Brunetta

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«I giovani sono la grande risorsa del nostro Paese. Possiamo contare sul loro entusiasmo, sulla loro forza creativa», queste le parole del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nell’ultimo discorso di fine anno.

I giovani incarnano il futuro. Da loro dipende il domani di tutti noi. Per questo è essenziale averne cura: coinvolgerli, ascoltarli, condividere le loro idee e visioni, dare loro autonomia e spazio decisionale, responsabilità, riconoscere il loro valore anche come fonte di innovazione. L’Italia avrebbe tutte le carte in regola per essere uno di quei luoghi in cui i giovani scelgono di vivere, lavorare e realizzare le proprie aspirazioni. Ma, purtroppo, così non è. Purtroppo da tempo non accade ciò.

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Il lavoro che il Cnel ha avviato con il primo Rapporto dedicato all’attrattività dell’Italia per i giovani dei Paesi avanzati, che viene presentato oggi a Villa Lubin, ha questo chiaro obiettivo: fare in modo di rendere il Paese più attrattivo per i giovani nel panorama delle economie avanzate.

Non è una strategia di settore o un’iniziativa di nicchia: è la strategia dell’Italia per l’Italia.

Diventare davvero attrattivi per i giovani significa affrontare i nostri ritardi storici - culturali e economici - di cui tutti noi abbiamo grande consapevolezza diffusa, consciamente o inconsciamente, implicitamente o esplicitamente, oltre che grande responsabilità. Basta spreco di capitale umano.

Non si tratta dell’ennesima politica giovanile, né di un bonus bebè che pretenda di risolvere la questione della denatalità e della glaciazione demografica, questioni globali così complesse che richiedono una rivoluzione culturale copernicana.

Per l’attrattività dei giovani serve un cambio di passo: meno egoismi, più merito, più trasparenza e maggiore inclusione. Con un approccio organico sia negli ambiti in cui agire sia negli attori da coinvolgere, che formano l’intera classe dirigente del Paese. Possiamo fare leva sulla maggiore valorizzazione di ciò che abbiamo ereditato dal passato, il patrimonio distintivo - economico, culturale e ambientale - che troppo spesso non utilizziamo appieno e soprattutto raramente ne riconosciamo l’importanza, se non a parole.

La nostra storia dimostra che l’Italia sa generare soprattutto valore quando investe nel proprio capitale umano. È successo nel Rinascimento ed è accaduto con il Made in Italy, quando siamo stati capaci di raccontare al mondo la nostra creatività e il nostro “saper fare”. Oggi dobbiamo tornare a investire nelle persone - e in particolare nei giovani -, mettendoli al centro di una nuova stagione di crescita.

Il Cnel - organo di consulenza delle Camere e del Governo, come previsto dall’articolo 99 della Costituzione - ha posto le nuove generazioni al centro del Programma della XI Consiliatura attraverso una vera e propria “Strategia giovani”, un impianto organico che voglio sintetizzare in tre parole: “nuovo patto generazionale” per valorizzare il contributo dei giovani allo sviluppo e al benessere del Paese.

Alcune delle tappe fondamentali di questo nostro percorso sono state l’ascolto diretto dei giovani, il Forum delle forze economiche e sociali giovanili e l’introduzione del sistema di Valutazione d’Impatto Generazionale (Vig) per gli atti e i disegni di legge approvati dall’Assemblea del Cnel. Una scelta dal forte valore istituzionale, che auspico possa essere presto estesa a tutti i diversi livelli decisionali del Paese, grazie a un meccanismo trasparente - ad esempio un semaforo - che renda immediatamente comprensibili gli effetti generazionali delle scelte compiute, evitando che le conseguenze di lungo periodo siano trascurate. Questo rappresenterebbe una milestone decisiva per un Paese che pensa, davvero, al proprio futuro.

Da economista - per mia natura ottimista -, sono convinto che guardare ai giovani con questo spirito sia leggere il cambiamento come una opportunità. La glaciazione demografica in Italia ha ridotto - e ridurrà -, come in molti altri Paesi, il numero di giovani. Da 15,2 milioni della metà degli anni Novanta nel 2024 siamo scesi a 10,4 milioni, nonostante l’arrivo di quasi due milioni di giovani da Paesi a basso reddito. Senza nuovi ingressi, nel 2040 saranno circa 8,8 milioni.

A rendere la sfida più complessa è il fatto che molti giovani italiani scelgono di lasciare il Paese. Tra il 2011 e il 2024 - l’orizzonte temporale analizzato nel Rapporto Cnel - sono partiti in 441 mila, mentre dagli altri Paesi avanzati ne sono arrivati molti meno. La nuova ondata di emigrazione, iniziata nel 2011 nel pieno della crisi dei debiti sovrani, ha acquisito progressivamente una consistenza sempre maggiore. Così come è incrementata, tra i giovani espatriati, la quota dei laureati, la punta di diamante del nostro capitale umano.

È noto che il fenomeno riguardi tutte le economie mature e, dunque, la competizione internazionale per attrarli sarà sempre più complessa. Sappiamo che la scelta dei giovani di andarsene non dipende da un solo fattore, perché l’attrattività è un mosaico composto da molti tasselli. La scarsa attrattività per i giovani dei Paesi avanzati è la cartina di tornasole di quei ritardi che l’Italia ha progressivamente accumulato nel corso di decenni.

Il Rapporto Cnel, concepito per analizzare i flussi migratori dei giovani 18-34enni tra l’Italia e gli altri Paesi avanzati, individua alcune leve per riequilibrare l’attuale asimmetria a sfavore dell’Italia: salari e prospettive di carriera più competitive; costo della vita sostenibile, compresa l’abitazione; maggiori investimenti in innovazione e ricerca; una nuova cultura del lavoro e della meritocrazia; innalzamento della qualità della vita; semplificazione della pubblica amministrazione e incentivi mirati al rientro.

Si tratta di ambiti che non richiedono solo risorse, ma soprattutto capacità di coordinamento, collaborazione e condivisione degli obiettivi. La risposta, infatti, può essere solo olistica e integrata, coinvolgendo l’intera classe dirigente del Paese, pubblica e privata, a partire da governi centrali e locali, università, imprese e sindacati.

E quale miglior sede per discutere e delineare un percorso comune se non il Cnel, la casa dei corpi intermedi? Il Cnel, in collaborazione con il Ministro per lo Sport e i Giovani, il Ministero degli Esteri e il Ministero degli Interni, si candida a essere la sede per lanciare questa iniziativa.

Perché l’attrattività non è un traguardo da raggiungere una tantum, ma un processo continuo che richiede monitoraggio, confronto e aggiornamento costante. Il Cnel, per missione e per mandato, possiede la capacità di far dialogare mondi diversi, visioni e sensibilità diverse, trasformando analisi e proposte in un progetto condiviso.

Nel nostro percorso comune non possiamo dimenticare alcune risorse preziose, veri e propri “serbatoi” di crescita potenziale che l’Italia può e deve valorizzare: i giovani – in particolare gli oltre 1,3 milioni di giovani Not in education, employment or training (Neet) tra i 15 e i 29 anni, secondo i dati Ocse –, le donne e il connubio “donne-giovani” nel Mezzogiorno.

Questi serbatoi sono la leva della modernizzazione strutturale e valoriale del nostro Paese, per arrivare al nostro obiettivo di 27-28 milioni di occupati entro la fine del decennio, con i tassi di attività e di occupazione dell’Europa più avanzata e più virtuosa.

Il serbatoio rappresentato dalle donne, come gender gap nel mercato del lavoro, supera ancora i 17 punti percentuali e il tasso di inattività femminile resta tra i più alti in Europa. Secondo l’Ocse, colmare il divario – soprattutto tra le nuove generazioni – potrebbe garantire all’Italia il maggiore incremento del Pil pro capite tra tutti i Paesi europei.

Il Mezzogiorno, secondo i dati Svimez, tra il 2021 e il 2024 ha registrato una crescita del Pil pari all’8,5%, superando la media nazionale e il Centro-Nord (+5,8%). La spinta del Pnrr – ormai al suo “ultimo miglio” –, le nuove dinamiche geo-economiche, il potenziale della Zes come booster strutturale e il settore energy offrono un’occasione preziosa. Per coglierla, e per crescere strutturalmente, è necessaria un’azione decisa: attrarre e trattenere competenze qualificate, rafforzare il capitale umano e investire in infrastrutture materiali - si pensi al Ponte sullo stretto di Messina - e immateriali. «Un Sud avviato su un sentiero virtuoso di crescita fa bene all’Italia e fa bene all’Europa».

Questo è il vero booster per un’Italia che non sia più il “fanalino di coda”: più crescita, più produttività, più capitale umano valorizzato, più merito e salari più alti, il tutto grazie al superamento dei ritardi che tengono bassa l’attrattività dell’Italia. Un’Italia che valorizza il capitale umano da immigrazione solo regolare e qualificata, capace di partecipare come risorsa al Progetto Paese. Da qui discendono più democrazia, più democrazia industriale e una società civile più forte.

Questa è la sequenza per superare la nostra storica arretratezza. È una sfida che possiamo vincere: mettendo i giovani al centro. Conviene a tutti.

Presidente del Cnel

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