Intervista

«La scienza dice il contrario di quello che ha fatto Trump»

Carlo Buontempo il direttore di Copernicus parla del futuro della lotta al cambiamento climatico senza gli Stati Uniti

di Elena Comelli

Carlo Buontempo direttore del Copernicus Climate Change Service europeo

3' di lettura

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Dopo la decisione della nuova amministrazione Trump di ritirarsi dall’Accordo di Parigi sul clima e di riprendere a trivellare a tutto spiano, cresce l’inquietudine fra i climatologi. «La grande sfida sarà mantenere dritta la barra in Europa», secondo Carlo Buontempo, direttore del Copernicus Climate Change Service, il servizio europeo di monitoraggio del clima.

Quale sarà l’impatto del voltafaccia degli Stati Uniti sul clima?

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È presto per dirlo, ma non c’è alcun dubbio che le decisioni prese dalla nuova amministrazione Trump vadano nella direzione sbagliata. L’evidenza scientifica indica che il controllo delle emissioni è lo strumento più efficiente a disposizione per contenere il riscaldamento del clima. Tutte le politiche che privilegiano i combustibili fossili e perdono di vista l’obiettivo di emissioni zero contribuiscono ad aggravare la crisi del clima, le cui conseguenze sono già evidenti. Non è detto, però, che le indicazioni di Trump si traducano automaticamente in pratica.

Per adesso sembra che tutto stia andando molto velocemente.

Gli Stati Uniti devono comunque confrontarsi con il contesto globale. La Cina sta facendo scelte molto diverse, sta investendo massicciamente nelle fonti rinnovabili, dal fotovoltaico alle batterie. Sono scelte industriali che hanno determinato una crescita rapidissima nelle tecnologie di decarbonizzazione a livello globale. Questa è una strada su cui mi sembra difficile tornare indietro e gli Stati Uniti rischiano di perdere competitività se non investono sulle tecnologie del futuro.

È un rischio che evidentemente Trump è deciso a correre...

Certo, prima di prendere le sue decisioni ci avrà pensato. Non ho motivo di ritenere che non l’abbia fatto. Anche per il sistema industriale americano, però, è chiaro che le sue risultano decisioni in qualche modo sorprendenti, perché sembrano ignorare l’impatto economico negativo che andranno a generare in prospettiva, anche nel suo stesso Paese. Non è detto che il sistema industriale americano lo segua.

E l’Europa? Che segnali vi arrivano?

Questa è la grande incognita. L’Europa è all’avanguardia a livello internazionale sulla politica climatica, sia sul fronte della mitigazione che dell’adattamento. Da questo punto di vista, abbiamo scelto una strada distinta e quasi contrastante rispetto a quella americana e questa leadership va difesa. Al momento non abbiamo segnali di rallentamento della transizione ecologica, ma qui il problema, più che dalla nuova amministrazione americana, proviene dall’interno, dai singoli Stati che si tirano indietro. Anche qui si tratta di decidere se vogliamo partecipare alla competizione globale o no.

L’Europa, del resto, non è il primo emettitore di gas serra...

Sì e no. È vero che l’impatto attuale della Cina e degli Stati Uniti conta di più, perché sono potenze economiche e industriali più importanti, però ci sono due aspetti che vale la pena di sottolineare. Uno è la responsabilità dell’Europa nell’accumulo storico dei gas serra in atmosfera, visto che l’Europa, insieme al Regno Unito, è stata la pioniera della rivoluzione industriale. L’altro è un aspetto di leadership ideale: diventare i paladini della transizione e dimostrare che si può fare è un ruolo storico che l’Europa sta svolgendo molto bene e non si vede perché dovrebbe perderlo.

Non tutti i governi nazionali ne sono convinti.

Sono stati riversati molti sforzi in questa direzione e i risultati si cominciano a vedere adesso. Il punto di svolta potrebbe arrivare quando questi investimenti nelle tecnologie pulite avranno un impatto positivo sulla competitività e sulla sicurezza energetica del continente. Sulla Cina, ad esempio, l’impatto è chiarissimo: grazie a queste politiche di sostegno è diventata un colosso industriale nel settore delle rinnovabili, con importanti ricadute economiche e strategiche globali, fra cui anche il fatto che oggi un kilovattora solare costa meno di un kilowattora prodotto da fonti fossili.

L’Europa può recuperare?

L’Europa è partita prima e questo si vede dal fatto che è stata la prima economia a superare il picco delle emissioni, che si riducono ormai da molti anni. L’impatto economico si vedrà nel tempo, ma non bisogna desistere, altrimenti si buttano a mare anni di sforzi, proprio adesso che le tecnologie pulite sono diventate più convenienti delle fonti fossili e possono diventare un volano per l’economia. Il dietro front degli Stati Uniti non cambia niente rispetto a queste considerazioni.

La politica climatica ha bisogno di collaborazione globale, anche sul piano scientifico. Lo scambio d’informazioni ne risentirà?

Per adesso non abbiamo ancora avuto segnali negativi dalla Nasa e dagli altri partner scientifici oltre Atlantico, ma è chiaro che alzando barriere si danneggia anche la cooperazione scientifica. Il clima non conosce confini e una visione nazionalistica non aiuta a fare progressi nella sua difesa, che dev’essere per forza portata avanti in un contesto multilaterale.

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