In vetta

La rivoluzione parte dalla montagna

Matteo Righetto scrive che, contro la crisi climatica e per salvaguardare la biodiversità, serve un turismo lento e la simbiosi uomo-natura

di Maria Luisa Colledani

Una veduta della Marmolada. (AdobeStock)

4' di lettura

4' di lettura

Fate un respiro profondo, arrivate alla fine di questa frase e sarà già passata una decina di secondi. Quelli che il 3 luglio 2022, alle 13,30 di una domenica di sole, si sono portati a valle un’onda nera di ghiaccio delle dimensioni dello stadio di San Siro, moltiplicato per due e alto circa ottanta metri. Correva a trecento chilometri orari quella valanga, da quota 3.200 metri a 1.800, portando via anche undici vite umane. E la Marmolada non è più stata la stessa. Dai dieci secondi, che hanno sconvolto la regina delle Dolomiti, parte lo scrittore Matteo Righetto alla ricerca del Richiamo della montagna, quello che porta ai silenzi delle vette e per dare una svolta culturale alla cura del paesaggio naturale e dell’ambiente.

La storia della Marmolada inizia 250 milioni di anni fa e per le genti ladine che vivono in Val di Fassa e in Fodòm ma anche per le comunità agordine della Val Biois e della Val Pettorina, la montagna è l’anima che su tutti veglia. È vetta e vita, vate di futuro e vite di trasmissione dell’esistenza. Ma oggi il suo ghiacciaio quasi non c’è più. In un secolo è andato fuso il 90% del volume e negli ultimi cinque anni il ghiacciaio ha perso 70 ettari di superficie, pari a 98 campi da calcio, passando dai circa 170 ettari del 2019 ai 98 nel 2023. Il clima tropicale cancella i ghiacci e sommerge le terre d’acqua, come nell’ottobre 2018 con la tempesta Vaia, che ha strapazzato l’Agordino. Una tragedia per le montagne, i boschi affogati in 160 milioni di metri cubi d’acqua, 16 milioni di abeti rossi schiantati dal vento a 160 chilometri all’ora. Le temperature si alzano, l’inferno distrugge la natura ma, scrive Righetto, «la nostra società soffre anzitutto di questo: la sindrome della fanciullezza permanente. Ciò che conta è: Fun! Fun! Fun! E poi ovviamente l’idolatria del Money! Money! Money!».

Loading...

Il paesaggio ha i cerotti, l’incuria, anno dopo anno, l’ha rovinato, il menefreghismo di ognuno è il domino catastrofico di oggi. Non abbiamo la coscienza dei nativi americani: «Quando un ago di pino cade nella foresta, l’aquila lo vede, il cervo lo ode e l’orso lo fiuta». Noi no, ci meravigliamo un attimo, un giorno e poi, sotto, con il nuovo giorno, la nuova notizia, assetati di vuoto. Solo l’immediato, il tangibile, il materialistico cattura l’attenzione ma Madre Natura è lenta, vive di millenni, costruisce con pazienza, ha strategie di sopravvivenza messe alla prova da sempre.

Il tempo che tutto divora, brucia anche lo spazio: ogni dieci secondi, se ne vanno tre ettari di foresta nel mondo, un ettaro di questi riguarda la sola foresta amazzonica, il polmone del pianeta; ogni dieci secondi, ci sono cinque sfollati per la crisi climatica; nel nostro Paese, ogni dieci secondi, vengono realizzati venti metri quadrati di cementificazione, come non ce ne fossero abbastanza, soprattutto in certe regioni; sul pianeta, in poco più di dieci secondi, si estingue una specie animale o vegetale. Catastrofi continue e l’uomo è così distratto. La Marmolada chiede l’impegno di tutti: unite le vostre forze, fate conoscere al mondo la mia situazione, alzate la voce per ergermi a simbolo di lotta e resistenza al cambiamento climatico. Che può partire da un ripensamento del turismo montano, più lento, più ecologico, culturale e sostenibile. Come, ad esempio, fa lo Sci club di Cardada, nel Canton Ticino (Svizzera), che dal 2003 ha abbandonato definitivamente lo sci in pista, definendolo un’attrattiva storica oramai anacronistica, o come accade a Dobratsch, in Carinzia (Austria), dove gli impianti di risalita sono stati chiusi, smontati e venduti per far posto a sci alpinisti, ciaspolatori, fondisti ed escursionisti, i quali accorrono per la neve, quella vera.

Matteo Righetto propone la sua cura perché «la lotta alla crisi climatica e la salvaguardia della biodiversità interessano direttamente il nostro anelito più grande, il desiderio più profondo di ogni essere umano: la felicità, che è ricomposizione di armonia tra uomo e Terra, ristabilimento di un equilibrio universale antitetico agli egoismi e ai suprematismi che governano l’umanità e lacerano il pianeta». Se non vogliamo assistere all’«Alpicidio», è tempo di tornare alla montagna con un alpinismo diverso, non vette e conquiste, così autoreferenziali, ma cultura, amore per l’Alpe: la montagna siamo noi. E poi ascolto e pazienza, condivisone del tempo e dei passi. «Troverai più nei boschi che nei libri», scrisse Bernardo di Chiaravalle e come dimenticare San Francesco, «sora luna e le stelle». Bisogna intraprendere una «rieducazione selvatica»: tornate nei boschi, senza bussola, senza gps, abbandonatevi con fiducia alle piante, alla loro magnificenza, come insegnano i tanti libri del geografo Franco Michieli (su tutti Per trovarti devi prima perderti e Le vie invisibili).

Per ascoltare la montagna e ascoltarci, basta andare più in alto, oltre la banalità del quotidiano: «Camminare è un atto sovversivo, rivoluzionario, un atto umano che ci sottrae alla tirannide della velocità» e farci entrare in simbiosi ancestrale con piante e spazi. Camminare è come fare la rivoluzione: «Camminare in montagna diventa così uno slancio spirituale, filosofico, esistenziale. Restituisce una visione poetica di unità con la natura, rigetta il concetto stesso di egoismo poiché ogni cosa viene illuminata da una luce nuova e finalmente qualcosa cambia per sempre dentro di noi e quindi tra noi e gli altri. Qui, esattamente qui, risiede l’arcano della più grande rivoluzione culturale possibile».

La natura è un brivido vitale, sconquassa il quotidiano, ci sommerge e ci fa riemergere felici perché ci ha mostrato la verità, ricordando quel gran poeta di Mario Rigoni Stern: «Il bosco è la cattedrale del creato: le luci che filtrano dall’alto, i fruscii, i suoni, gli odori, i colori sono mezzi per far diventare preghiera le tue sensazioni da offrire senza parole a un dio che non si sa. Pregare è stare in silenzio nel bosco». E un filo d’erba che sfiora appena la pianta del piede resterà la gioia più grande della vita.

Matteo Righetto, Il richiamo della montagna, Feltrinelli, pagg. 128, € 14

Riproduzione riservata ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti