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Brasile, rally al test elettorale
All’appuntamento col voto il Paese si presenta forte di un’economia in crescita e forti rialzi per azionario e valuta. E ora?
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C’è un paradosso che accompagna il calcio francese e che probabilmente nessun’altra grande nazione europea conosce con la stessa intensità. Più la nazionale francese diventa forte, globale e dominante nella produzione di talento, più il campionato francese fatica a trovare un modello economico sostenibile.
Da una parte ci sono i Bleus: in procinto di incrociare la Spagna a Dallas il 14 luglio - giorno di celebrazione della presa della Bastiglia - per conquistare la terza finale consecutiva ai mondiali, protagonisti di una continuità competitiva eccezionale e proprietari della rosa più preziosa del pianeta. Dall’altra c’è una Ligue 1 che negli ultimi anni è stata travolta dal fallimento dell’accordo con Mediapro, dal successivo ridimensionamento del valore dei diritti tve dalle difficoltà nel rapporto con Dazn, sintomo di un prodotto domestico che fatica a monetizzare la straordinaria ricchezza tecnica che produce.
È una contraddizione solo apparente. Perché il successo della Francia nasce proprio da un sistema che ormai genera valore molto più all’esterno che all’interno dei propri confini.
Per comprendere la superiorità del modello francese bisogna tornare alle sue radici. Alla fine degli anni Ottanta la Francia esce di scena dal calcio che conta. Dopo l’epopea di Platini, i Bleus mancano la qualificazione a Italia ’90 e poi al Mondiale statunitense del 1994. Due fallimenti traumatici che mettono sotto accusa l’intero sistema federale.
La risposta non arriva attraverso una generazione di fenomeni, ma attraverso una riforma industriale.