La ripartenza di Trieste, chiude la ferriera e il porto entra nel futuro
Firmato l’accordo di programma, a Servola rimarrà il laminatoio del gruppo Arvedi. Sull’area la nuova piattaforma logistica e un hub ferroviario, saranno investiti 300 milioni. Tutelati gli attuali livelli occupazionali
di Luca Benecchi
6' di lettura
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Marginale rispetto all'Italia, centrale rispetto all'Europa. Il destino di Trieste è sempre incatenato tra la nostalgia del passato e il timore di provare a rivivere quel passato. Così anche la chiusura della Ferriera di Servola diventa, in queste ore con la firma dell’Accordo di programma, a suo modo epicentro di una svolta narrativa della città, del porto e della vocazione economica che rappresenta. Perché la ghisa in questo ultimo lembo di terra prima dell'Istria è stato per anni un affare tutto mitteleuropeo. Iri, Ilva, Cassa del Mezzogiorno arrivarono molto dopo.
Nel 1896 fu infatti la Krainische Industrie Gesellschaft di Lubiana a realizzare l'impianto. L'Impero Austro-Ungarico aveva anche costruito la ferrovia che collegava il Porto Nuovo con Vienna. Gli stessi binari utilizzati fino a oggi, fino a poche settimane fa, per fare risalire le merci dall'Adriatico: l’area a caldo di Servola è stata spenta l'otto aprile di quest'anno, in pieno lockdown. Era l'ultimo altoforno presente in Italia oltre a quelli di Taranto.
Fine e inizio
Centoventiquattro anni è durata l'epopea della ghisa a Trieste. Una storia che ben presto è diventata molto italiana con i passaggi di proprietà in mano pubbliche fino alla privatizzazione, con chiusure e tentativi di rilancio. Pittini, Lucchini, Bolfo, Malacalza e e i russi di Severstal. E poi l'amministrazione straordinaria con il commissario Piero Nardi. Ma le acciaierie sporcano, si sa. E Servola ha vissuto anni di superficiale abbandono ambientale.
Polveri, idrocarburi cancerogeni e Pm10 oltre i limiti. Solo che rimodernare l'industria è molto costoso - grandi capitali, grandi risorse - e allora si è preferito sversare fanghi in acqua, non coprire i parchi minerari. Con l’incognita del vento che spargeva e riportava inquinanti sulle case del rione costruite sulla collina proprio sopra quello che qualcuno comincia a chiamare il “mostro”: l'Ilva del Nord Est.
Tra le strade di Servola
Qui, proprio come a Taranto, si sono registrati i primi studi sulle malattie e sull'incidenza del cancro tra chi lavora in acciaieria. A visitarlo però il rione di Servola è tutt'altro che una periferia abbandonata al suo destino. Le palazzine di quattro piani costruite per gli operai sono immerse nel verde. In questi anni hanno anche cambiato proprietari, nuove famiglie hanno preso il posto delle vecchie, tanto che alla fine non sono più molti quelli che hanno a che fare con l'impianto. Tra gli abitanti molti erano esuli istriani fuoriusciti dai campi di accoglienza: un pezzo di storia che contamina un altro pezzo di storia.
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