Roma

La rinascita del Teatro della Cometa

L’istituzione restituita alla città grazie all’impegno di Maria Grazia Chiuri e Fondazione Nicola Bulgari

di Maria Laudiero

3' di lettura

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Ci sono concerti che nascono come eventi isolati, e altri che invece sono parte di un momento culturale più ampio. L’esibizione di Ruslan Talas e Luigi Carroccia si inserisce chiaramente nella seconda dimensione: non solo per il programma raffinato, ma per il contesto in cui prende forma, quello della rinascita del Teatro della Cometa, restituito alla città grazie all’impegno di Maria Grazia Chiuri e alla progettualità della Fondazione Nicola Bulgari, di cui i due giovani interpreti sono artisti in residenza.

Un programma come dichiarazione poetica

Il programma proposto – un trittico francese tra fine Ottocento e primo Novecento – disegna un arco estetico di grande coerenza: dalla tensione lirica e simbolista di Ernest Chausson, passando per l’ambiguità impressionista di Claude Debussy, fino alla pienezza ciclica e romantica di César Franck. Un percorso che richiede agli interpreti non solo tecnica, ma soprattutto una raffinata intelligenza stilistica.

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La volontà di eseguire questo repertorio non è una scelta neutra rappresenta una dichiarazione di intenti: privilegiare la finezza rispetto all’impatto, la ricerca timbrica rispetto alla spettacolarità.

Un inizio sospeso: Chausson

Nel Poème op. 25 di Ernest Chausson, Talas costruisce un suono che sembra nascere dallo spazio stesso del teatro. Non c’è attacco netto, ma un emergere progressivo dettato da una distanza interiore, quasi una presa di coscienza sonora. Il fraseggio evita qualsiasi rigidità formale, aderendo alla natura fluida del brano. Il suo violino non cerca mai l’effetto brillante; piuttosto costruisce un arco narrativo morbido, fatto di transizioni più che di contrasti. Il fraseggio è continuo, ma mai uniforme: si increspa, si ritira, riparte. In questo senso, la lettura evita la tentazione – sempre in agguato in questo brano – di trasformare il lirismo in declamazione.

Carroccia, dal canto suo, non “segue” il violino: lo circonda. Il pianoforte diventa ambiente,lavora di sottrazione, creando un terreno armonico su cui il violino si muove con libertà. Contribuendo, in questa maniera, a creare quella dimensione sospesa che rende il brano qualcosa di più di una semplice pagina concertistica.

Debussy: frammenti e inquietudine

Con la Sonata in sol minore di Debussy, il linguaggio cambia radicalmente. Qui la forma si frantuma, i gesti musicali si fanno brevi, allusivi, quasi improvvisi. È musica che vive di respiri, di silenzi, di tensioni sottili.

Talas mostra una notevole capacità di alleggerire il suono: il suo violino si fa più asciutto, meno vibrato, aderendo a quell’estetica “anti-retorica” tipicamente debussiana. I pizzicati e gli attacchi sono netti, mai decorativi.

Carroccia, da parte sua, dimostra particolare sensibilità nel controllo delle dinamiche: il pianoforte non invade mai lo spazio, ma costruisce una rete di colori che sostiene e al tempo stesso destabilizza il discorso del violino.

Il risultato è una lettura convincente, soprattutto nei movimenti più frammentari, dove emerge una tensione quasi nervosa, ben in linea con l’ultimo Debussy.

Franck: costruire nel tempo

La Sonata in la maggiore di César Franck richiede un’altra prospettiva: qui non basta il colore, serve una visione d’insieme. È una musica che cresce, ritorna, si trasforma.

Talas affronta il primo movimento con un canto ampio ma controllato, evitando di caricare troppo il discorso fin dall’inizio. La linea è chiara, ben disegnata, e soprattutto coerente lungo l’intero arco della sonata.

Il secondo movimento mette alla prova l’equilibrio del duo: il pianoforte ha una scrittura densa, quasi orchestrale, e Carroccia la affronta con energia senza mai diventare invasivo. Il dialogo funziona proprio perché nessuno dei due cerca di prevalere: è un confronto, non una competizione.

Il momento più interessante arriva nel Recitativo-Fantasia: qui i due sembrano abbandonare ogni rigidità formale e trovare uno spazio più libero, quasi improvvisato. Il tempo si dilata, le frasi si sospendono, e per qualche minuto la musica smette di essere struttura per diventare puro gesto espressivo.

Il finale, luminoso e costruito sul dialogo imitativo, viene risolto con eleganza e chiarezza

Ciò che colpisce, alla fine, non è tanto il virtuosismo – pur presente – quanto la qualità dell’ascolto reciproco. Talas e Carroccia costruiscono un percorso coerente, evitando contrasti troppo marcati e privilegiando una continuità espressiva che lega i tre brani.

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