Intervista al figlio di Mohamed Chatah

«La ricostruzione in Siria opportunità per Golfo e Turchia. Temo non per il Libano»

Incontrato a Beirut, Ronnie Chatah, figlio di Mohamed (ministro delle Finanze ucciso in un attentato terroristico nel 2013), ci aiuta a comprendere quali dinamiche e impatti economici possa avere la ricostruzione della Siria per Beirut e il Medioriente. «Il denaro che arrivava era soprattutto denaro del Golfo, che oggi viene indirizzato verso Damasco. È una forma di punizione da parte delle nazioni del GCC nei confronti del mio Paese per essersi collocato nella sfera d’influenza iraniana»

Ronnie Chatah, analista politico, docente universitario e conduttore del podcast The Beirut Banyan

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«Storicamente, il Libano è stato molto più importante per la Siria di quanto lo sia stata la Siria per il Libano. La Siria ha avuto un ruolo significativo nella politica libanese: il regime degli Assad ha gestito il Paese. A un certo punto, circa il 20% della popolazione libanese era costituito da siriani. Molti di loro non sono tornati, non solo per ragioni di sicurezza, ma anche per motivi finanziari», spiega Ronnie Chatah analista politico, docente universitario e conduttore del podcast The Beirut Banyan. Incontrato a Beirut il figlio di Mohamed Chatah, ministro delle Finanze ucciso in un attentato terroristico nel 2013, ci aiuta a comprendere quali dinamiche e impatti economici possa avere la ricostruzione della Siria per il Libano. E per il Medioriente

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Il governo libanese è oggi in grado di adottare le misure necessarie per beneficiare della ricostruzione della Siria e trarne vantaggio economico?

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«Lo scorso novembre, nel contesto della conferenza sugli investimenti Beirut One, organizzata dal ministero libanese dell’Economia e del Commercio insieme al Consiglio economico e sociale (CESE), alla quale hanno partecipato oltre 150 investitori, grandi aziende internazionali e il governatore della Banca centrale libanese, è emersa una condizione preliminare fondamentale: la necessità che la sicurezza fosse sufficientemente stabile da consentire la ripresa economica. Questo avveniva prima della guerra iniziata nel marzo 2026. Parlo a livello macroeconomico: tutti indicavano la sicurezza come il problema principale. Oggi la situazione della sicurezza in Libano è cambiata radicalmente, in senso positivo, e lo stesso vale, nel lungo periodo, per la Siria. È quindi probabile che si apra un contesto più favorevole. Tuttavia, il Libano non diventerà mai una potenza economica o un hub regionale. Non raggiungerà mai livelli di sviluppo economico su scala molto ampia. Non si potrà convincere le imprese a non investire a Dubai: sono gli Emirati ad aver assunto quel ruolo. Direi che Dubai è anche la conseguenza diretta della perdita da parte del Libano del ruolo che aveva un tempo nella regione. Prendiamo, per esempio, la società libanese Anghami, piattaforma di streaming musicale spesso descritta come l’equivalente regionale o il concorrente di Spotify: ha lasciato il Libano per gli Emirati. Ma l’elemento più importante per la stabilizzazione della Siria, e anche del Libano, è un fattore la cui influenza sta diminuendo: principalmente l’Iran. Con la guerra iniziata a marzo, è evidente che nessuno investirà in Libano, nemmeno la diaspora libanese, finché questa questione non sarà risolta. La fine del regime di Assad in Siria e i cambiamenti politici in Libano, in particolare il forte ridimensionamento di Hezbollah, compresa l’uccisione del suo ex leader Hassan Nasrallah, avvenuti nel giro di poche settimane l’uno dall’altro, hanno aperto la strada a una stabilizzazione positiva, seppure a un ritmo estremamente lento».

Qual è il principale fattore di rischio che impedisce agli imprenditori libanesi all’estero di tornare a investire nel proprio Paese?

«La fiducia è la questione più importante per la diaspora libanese, più di qualsiasi altro fattore. La fiducia è stata distrutta: è venuta meno la percezione che patrimoni e investimenti siano al sicuro in Libano. Ci sono voluti decenni per costruirla e, dopo la crisi finanziaria del 2019, non credo che chi è riuscito a salvare almeno una parte delle proprie risorse sia disposto oggi a riportarle in Libano. Non riguarda soltanto i miliardari: anche le famiglie a reddito medio ragionano nello stesso modo. Non è solo la questione della guerra, anche il settore bancario libanese si trova ormai in uno stato quasi da zombie. Funziona al minimo indispensabile rispetto a ciò che dovrebbe fare, soprattutto se confrontato con la situazione di non molto tempo fa. Per quanto riguarda i miliardari, molti sono ancora in Libano. Abbiamo, per esempio, un ex magnate della Nissan. Ma non credo che un Paese possa rilanciarsi attraverso questo tipo di persone. Inoltre, non c’è stata soltanto la crisi del 2019: si sono succedute diverse ondate inflazionistiche che rendono sempre più difficile riportare gli investitori libanesi nel Paese. La fiducia costruita negli anni successivi alla guerra civile è ormai finita. La lira, la divisa libanese, si era stabilizzata e aveva persino guadagnato valore. C’era fiducia anche durante l’occupazione siriana, nonostante le violenze e gli scontri tra Hezbollah e Israele nel Sud. C’era una percezione di ricostruzione e di pace regionale, il Libano partecipava alla conferenza di Madrid, si riteneva che l’occupazione siriana non sarebbe durata per sempre e c’era un governo che incoraggiava gli investimenti. Tutto questo oggi è scomparso».

Proteste pro Hezbollah

Recenti proteste contro il governo di Beirut e a favore di Hezbollah

Quale vantaggio competitivo potrebbero avere le imprese libanesi in Siria?

«Nel campo della ricostruzione postbellica, penso alle aziende che hanno attraversato l’esperienza del dopoguerra civile libanese e che hanno mostrato un interesse concreto per la ricostruzione siriana. Ma non si tratta soltanto di questo. Anche le società libanesi dei media vedono oggi opportunità che prima erano impossibili. Lo stesso vale per il turismo regionale, a tutti i livelli. L’idea è promuovere un turismo che non sia esclusivamente locale. Non credo che il Libano sia oggi il principale motore della ricostruzione siriana. Dobbiamo ricordare che storicamente i rapporti con la Siria sono stati lunghi e difficili. Tuttavia, a causa dello stato di guerra permanente in Libano, oggi è difficile per le aziende costruire la capacità necessaria per investire in Siria. La regione nel suo complesso, invece, vede un’opportunità in Siria. Prendiamo il settore bancario. Qualche settimana fa, il presidente siriano Ahmed al-Sharaa era in un ristorante a Damasco e ha pagato con una carta Visa. Può sembrare una cosa banale, ma nel Paese è una novità. Immagino che il settore bancario libanese, o ciò che ne rimane, stia investendo in Siria in questo ambito, ma lo faccia soprattutto dietro le quinte. In primo piano ci sono invece Paesi come la Turchia e l’Arabia Saudita. Il Libano non è un attore particolarmente importante in Siria. Il fatto è che, per i libanesi, la Siria non è mai stata considerata un motore economico. Semmai è avvenuto il contrario: era la manodopera siriana a venire in Libano per lavorare. E il Libano è stato anche un luogo in cui ex esponenti del regime siriano cercavano sicurezza. Nel bene e nel male, era il posto dove andare a nascondersi. Per i libanesi, il Golfo era una destinazione molto più redditizia per ottenere opportunità economiche. A livello macroeconomico, il denaro che arrivava in Libano era soprattutto denaro del Golfo, che oggi viene invece indirizzato verso la Siria. È stata una forma di punizione da parte dei Paesi del GCC nei confronti del Libano per essersi collocato nella sfera d’influenza iraniana.»

Se il Libano dovesse investire in Siria nel proprio interesse economico, come può evitare di instaurare una relazione che lo ponga in una sorta di rapporto di vassallaggio?

«Questo ha molto più a che fare con la sicurezza che con gli investimenti economici. Significa, per esempio, che l’esercito siriano non deve inseguire Hezbollah in Libano. Curiosamente, era stato il presidente Donald Trump a ipotizzare questa possibilità, ma la proposta non aveva trovato il sostegno della Siria. Da un certo punto di vista, siamo fortunati che la Siria non consideri la propria sopravvivenza legata alle decisioni prese qui. Ma anche se tutti i conflitti dovessero finire, se il regime iraniano non crollasse ma cambiasse il proprio modo di operare e se la regione riuscisse a vivere senza guerre permanenti, non riesco a immaginare che quest’area possa prosperare in tempi brevi. Sono stati fatti troppi danni. Anche i siriani che un tempo portavano qui i loro soldi, quelli che ne avevano la possibilità, se ne sono andati. Oggi in Libano, sono forse soprattutto le imprese discutibili e gli individui esposti a sanzioni ad avere un interesse a restare. E questo non è certo un elemento che renda il Paese più attraente. È una forma di capitalismo clientelare. Una delle differenze fondamentali tra il mercato libanese e quello siriano era che il Libano aveva un mercato aperto, mentre la Siria aveva un’economia chiusa: erano due sistemi che non si assomigliavano affatto. Il turismo un tempo dominava l’economia libanese; oggi sono le rimesse a rappresentarne la linfa vitale. Quello che sta accadendo oggi è che la Turchia sta spingendo il Libano a unirsi alla Siria in joint venture, ma non è un processo guidato esclusivamente dalla Siria.»

Quali sono le riforme politiche necessarie al Libano per avviare la ripresa economica?

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«La figura più orientata alle riforme è l’attuale Primo Ministro, che vuole far funzionare il Paese secondo il progetto istituzionale. Il Ministro dell’Economia e quello delle Finanze non possono fare molto più di quanto sia già stato fatto: garantire linee di sostegno, offrire qualche forma di sussidio e permettere ai libanesi di arrivare alla fine del mese. Perché le riforme possano davvero decollare è necessario un livello di sicurezza di lungo periodo che consenta di portare avanti l’accordo con il Fondo Monetario Internazionale. Sette anni fa ci è già stata sottratta questa possibilità. Oggi, la maggior parte degli esponenti politici è concentrata sul finanziamento dell’esercito libanese, ma, a mio avviso, nessuna riforma può essere realizzata nelle condizioni attuali. Anche negli anni Novanta le riforme non hanno funzionato a causa della guerra permanente. Il Libano può essere paragonato alla Somalia: è vicino alla condizione di Stato fallito. Le aspirazioni esistono all’interno del governo, ma dal punto di vista delle politiche pubbliche è impossibile realizzarle. Se ci fosse stato un modo per farlo, sarebbe già stato fatto, perché la gente comune lo vuole. Siamo ancora una zona di guerra. Metà del Libano è in difficoltà, con persone che hanno perso tutto e cercano di capire come vivere. Non è così che si ricostruisce un Paese. È un enorme drenaggio di risorse per l’economia e per il governo. E non lascia spazio a riforme serie».

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