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Brasile, rally al test elettorale
All’appuntamento col voto il Paese si presenta forte di un’economia in crescita e forti rialzi per azionario e valuta. E ora?
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«Storicamente, il Libano è stato molto più importante per la Siria di quanto lo sia stata la Siria per il Libano. La Siria ha avuto un ruolo significativo nella politica libanese: il regime degli Assad ha gestito il Paese. A un certo punto, circa il 20% della popolazione libanese era costituito da siriani. Molti di loro non sono tornati, non solo per ragioni di sicurezza, ma anche per motivi finanziari», spiega Ronnie Chatah analista politico, docente universitario e conduttore del podcast The Beirut Banyan. Incontrato a Beirut il figlio di Mohamed Chatah, ministro delle Finanze ucciso in un attentato terroristico nel 2013, ci aiuta a comprendere quali dinamiche e impatti economici possa avere la ricostruzione della Siria per il Libano. E per il Medioriente
Il governo libanese è oggi in grado di adottare le misure necessarie per beneficiare della ricostruzione della Siria e trarne vantaggio economico?
«Lo scorso novembre, nel contesto della conferenza sugli investimenti Beirut One, organizzata dal ministero libanese dell’Economia e del Commercio insieme al Consiglio economico e sociale (CESE), alla quale hanno partecipato oltre 150 investitori, grandi aziende internazionali e il governatore della Banca centrale libanese, è emersa una condizione preliminare fondamentale: la necessità che la sicurezza fosse sufficientemente stabile da consentire la ripresa economica. Questo avveniva prima della guerra iniziata nel marzo 2026. Parlo a livello macroeconomico: tutti indicavano la sicurezza come il problema principale. Oggi la situazione della sicurezza in Libano è cambiata radicalmente, in senso positivo, e lo stesso vale, nel lungo periodo, per la Siria. È quindi probabile che si apra un contesto più favorevole. Tuttavia, il Libano non diventerà mai una potenza economica o un hub regionale. Non raggiungerà mai livelli di sviluppo economico su scala molto ampia. Non si potrà convincere le imprese a non investire a Dubai: sono gli Emirati ad aver assunto quel ruolo. Direi che Dubai è anche la conseguenza diretta della perdita da parte del Libano del ruolo che aveva un tempo nella regione. Prendiamo, per esempio, la società libanese Anghami, piattaforma di streaming musicale spesso descritta come l’equivalente regionale o il concorrente di Spotify: ha lasciato il Libano per gli Emirati. Ma l’elemento più importante per la stabilizzazione della Siria, e anche del Libano, è un fattore la cui influenza sta diminuendo: principalmente l’Iran. Con la guerra iniziata a marzo, è evidente che nessuno investirà in Libano, nemmeno la diaspora libanese, finché questa questione non sarà risolta. La fine del regime di Assad in Siria e i cambiamenti politici in Libano, in particolare il forte ridimensionamento di Hezbollah, compresa l’uccisione del suo ex leader Hassan Nasrallah, avvenuti nel giro di poche settimane l’uno dall’altro, hanno aperto la strada a una stabilizzazione positiva, seppure a un ritmo estremamente lento».
Qual è il principale fattore di rischio che impedisce agli imprenditori libanesi all’estero di tornare a investire nel proprio Paese?
«La fiducia è la questione più importante per la diaspora libanese, più di qualsiasi altro fattore. La fiducia è stata distrutta: è venuta meno la percezione che patrimoni e investimenti siano al sicuro in Libano. Ci sono voluti decenni per costruirla e, dopo la crisi finanziaria del 2019, non credo che chi è riuscito a salvare almeno una parte delle proprie risorse sia disposto oggi a riportarle in Libano. Non riguarda soltanto i miliardari: anche le famiglie a reddito medio ragionano nello stesso modo. Non è solo la questione della guerra, anche il settore bancario libanese si trova ormai in uno stato quasi da zombie. Funziona al minimo indispensabile rispetto a ciò che dovrebbe fare, soprattutto se confrontato con la situazione di non molto tempo fa. Per quanto riguarda i miliardari, molti sono ancora in Libano. Abbiamo, per esempio, un ex magnate della Nissan. Ma non credo che un Paese possa rilanciarsi attraverso questo tipo di persone. Inoltre, non c’è stata soltanto la crisi del 2019: si sono succedute diverse ondate inflazionistiche che rendono sempre più difficile riportare gli investitori libanesi nel Paese. La fiducia costruita negli anni successivi alla guerra civile è ormai finita. La lira, la divisa libanese, si era stabilizzata e aveva persino guadagnato valore. C’era fiducia anche durante l’occupazione siriana, nonostante le violenze e gli scontri tra Hezbollah e Israele nel Sud. C’era una percezione di ricostruzione e di pace regionale, il Libano partecipava alla conferenza di Madrid, si riteneva che l’occupazione siriana non sarebbe durata per sempre e c’era un governo che incoraggiava gli investimenti. Tutto questo oggi è scomparso».