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La “Repubblica tecnologica” e la nuova guerra software-defined: quando il potere militare passa dallo stack

di Gordon Mensah e Giovanni Trotta

(Adobe Stock)

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Un post su X, firmato Palantir ha lanciato un manifesto in 22 punti ispirato a The Technological Republic di Alex Karp: una chiamata alle armi per la Silicon Valley, invitata a smettere di “esitare” sull’uso militare dell’Intelligenza Artificiale (IA) e a considerare la superiorità tecnologica come dovere morale e strategico. Il punto non è solo comunicativo: quel testo ambisce a formulare una dottrina giuridico-economica, un patto tra innovazione privata, potere pubblico e legittimazione della tecnologia militare. Se la “Repubblica tecnologica” diventa cornice, cambiano rischio, responsabilità e sovranità: non più solo mercato e appalti, ma capitalismo della sicurezza, con una ridefinizione dei ruoli di chi innova, decide, controlla lo stack e risponde degli effetti.

Per comprendere il cambio di paradigma bisogna partire dal campo di battaglia. Come sosteniamo nel paper Astrid Palantir, Anduril e Kyndryl: tre archetipi del nuovo ecosistema defence-tech tra guerra software-defined e hardware turn, la guerra contemporanea è sempre più software-defined: conta meno la singola piattaforma e più la capacità di integrare sensori, dati logistici, sistemi legacy, modelli di IA e catene di comando. La superiorità operativa dipende dal controllo coordinato di dati, sistemi e infrastrutture che rendono possibili continuità, resilienza e scalabilità.

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Qui emerge un paradosso: più la guerra diventa “a velocità software”, più cresce la rilevanza della base materiale che lo rende operativo: cloud, reti, semiconduttori, data center, standard tecnici e supply chain. L’IA non opera nel vuoto, ma dentro una supply chain computazionale fatta di chip avanzati, calcolo e connettività.

Lo spostamento tecnologico è anche industriale. Il vecchio military-industrial complex non scompare, ma cambia baricentro: accanto ai prime contractor cresce un ecosistema di imprese defence-tech, piattaforme digitali e cloud provider. Dario Guarascio parla di military-digital complex: una nuova interdipendenza in cui Big Tech e Stato diventano reciprocamente dipendenti, perché le infrastrutture digitali sono insieme abilitanti per il comparto militare e asset competitivo nei mercati.

Si innesta qui la “rivoluzione copernicana” dell’innovazione militare: per decenni ha dominato il DARPA model, con ricerca pubblica e spillover verso il privato. Oggi - spesso - accade il contrario: architetture nate nel mercato digitale civile, dal cloud enterprise all’IA, vengono adattate alla difesa, con lo Stato che compra capacità sviluppate e le adatta con adeguati budget e procurement.

All’interno di questo processo, Palantir e Anduril fungono da archetipi. Palantir presidia il nodo “dati-decisione”: Gotham, Foundry e AIP sono infrastrutture decisionali che innestano modelli e analytics nei workflow reali, collegando dati

eterogenei a decisioni mission-critical, con tracciabilità e regole di accesso. Non si vende solo software: si diventa uno snodo dell’architettura decisionale pubblica.

Anduril incarna il nodo “autonomia-comando e controllo”: integra sistemi uncrewed nei domini aereo, terrestre e marittimo con una piattaforma C2 (Lattice) che connette sensori e asset e accelera il ciclo percezione-prioritizzazione-risposta. È un modello hardware plus software, ma con logica software-first: il valore è nella piattaforma che orchestra sistemi eterogenei e “chiude il loop” operativo.

Fin qui, la narrazione sembra lineare: più IA, più efficienza, più deterrenza. Quando però l’IA entra nel terreno della sicurezza nazionale, aumenta il rischio sistemico: accelera la catena decisionale e ne cambia l’epistemologia. Che cosa “vede” il sistema, con quali dati, bias e incentivi industriali? Lo stack digitale non è solo un tema industriale; è un tema di sovranità.

Ed è qui che entrano in gioco diritti, etica e accountability. Ashley Deeks ha definito double black box il cortocircuito che nasce quando l’opacità dell’apparato di sicurezza si somma all’opacità degli algoritmi e dei sistemi di IA. Il risultato è una difficoltà crescente nel ricostruire responsabilità e controllo democratico, anche quando formalmente la decisione resta umana.

Rimane la questione europea. Il rischio è riprodurre nel defence-tech lo schema già visto in altri comparti dell’ecosistema digitale: affidare parti cruciali della sicurezza a stack e infrastrutture statunitensi. Gli scenari sono due: integrazione subordinata, con piattaforme Usa ma dipendenza tecnologica e giurisdizionale; oppure sovranità operativa selettiva, costruendo capacità europee su infrastrutture e standard. È qui che la “Repubblica tecnologica” smette di essere solo una formula americana e diventa una categoria politica anche per l’Europa: il luogo in cui si ridefiniscono sovranità, responsabilità e controllo democratico nell’età della guerra software-defined.

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