Varsavia

La questione femminile? Da sempre nell’arte delle donne

La mostra al Museo d’Arte Moderna curata da Alison M. Gingeras narra l’azione per ridefinire il ruolo già prima dei movimenti femministi degli anni Sessanta

di Nicola Trezzi

Frida Orupabo, «Untitled», 2019. Pigment print on acid-free cotton paper, mounting tape, split pins, frame 92 x 160 cm. Collection Ingebjørg Folgerø and Ådne Kverneland. Courtesy the artist and Galerie Nordenhake, Berlin / Stockholm / Mexico City.

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“The Woman Question 1550–2025” [La questione della donna 1550–2025], a cura di Alison M. Gingeras e presentata al Museo d’Arte Moderna di Varsavia fino al 3 maggio 2026 rappresenta una delle mostre più interessanti e chiacchierate attualmente in corso. La mostra presenta le opere realizzate da artiste e da persone che si identificano come donne negli ultimi 475 anni a livello globale; è organizzata in nove capitoli, riunisce circa 200 opere di quasi 150 artiste, che articolano la tesi secondo cui l’azione femminile esisteva già prima che i movimenti femministi prendessero forma negli anni Sessanta.

Dall’idea della “donna forte” al ruolo svolto dall’istruzione artistica all’emancipazione femminile; dalle autorappresentazioni delle artiste attraverso l’autoritratto al modo in cui hanno ridefinito il proprio ruolo, da musa a creatrice; dal surrealismo femminile all’arte come strumento di liberazione sessuale; dalla ridefinizione della maternità al di là dei cliché al contributo effettivo delle artiste, e delle donne in generale, alla società in tempo di guerra, e all’idea che gran parte della creazione anonima dovrebbe probabilmente essere attribuita alle donne.

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Le donne si raccontano

All’interno di questo percorso curatoriale di grande impatto, Gingeras mette a confronto opere realizzate in epoche diverse, con tecniche e stili differenti e da artiste provenienti da regioni del mondo disparate e con background diversi. Il risultato è una dichiarazione universale quanto un’ossessione personale; una mostra che piace al grande pubblico quanto una fonte di dibattito tra i professionisti; un progetto rigoroso quanto giocoso. All’interno di una manifestazione così complessa di forza e ambizione curatoriale, vale la pena sottolineare alcuni momenti, anche per mettere in luce artiste che dovremmo tenere d’occhio.

Lubaina Himid, «Amphitrite», 2025. Acrylic on linen, 244 × 183 cm. © Lubaina Himid. Courtesy the artist, Hollybush Gardens, London, and Greene Naftali, New York.

La prima opera presentata nella mostra è di Lubaina Himid (nata nel 1954), la cui pratica artistica esplora i temi dell’identità, del colonialismo e del potere attraverso dipinti dai colori vivaci, installazioni fatte di silhouette e oggetti trovati. Pioniera del British Black Arts Movement, Himid – che rappresenterà la Gran Bretagna alla prossima Biennale di Venezia – utilizza il colore e la narrazione per dare voce a storie non riconosciute.

Miriam Cahn, «Must strike back (Zurückschlagenmüssen)», 2024. Oil on canvas, 200 × 125 cm. Courtesy the artist and Meyer Riegger, Berlin / Karlsruhe / Basel. Photo by Robert Głowacki for MSN Warsaw.

L’opera dell’artista svizzera Miriam Cahn (nata nel 1949), esposta accanto al capolavoro di Artemisia Gentileschi «Susanna e gli anziani» (1610), definisce il tenore dell’intera mostra. I dipinti figurativi di Cahn sono incisivi e spesso persino violenti; l’artista reinterpreta generi della storia dell’arte come il nudo e il ritratto in modo unico, richiamando al contempo lo stile dei disegni infantili.

Lisa Brice, «Untitled (After Vallotton)», 2023. Pigment and oil on canvas, 200 × 95.2 cm. The Nixon Collection. Courtesy Thaddaeus Ropac, London / Paris / Salzburg / Milan / Seoul. Photo: Charles Duprat.

La pratica artistica di Lisa Brice (nata nel 1968), la cui opera compare sulla copertina del catalogo della mostra, si concentra sulla ridefinizione della rappresentazione delle donne nella storia dell’arte occidentale, liberando il nudo femminile dallo sguardo maschile per restituire autonomia e autorevolezza ai suoi soggetti. Essendo sudafricana, il suo lavoro affronta spesso anche tematiche razziali, utilizzando ancora una volta la storia dell’arte come sofisticato strumento di critica sociale.

Frida Orupabo (nata nel 1986) è una sociologa e artista norvegese di origini nigeriane la cui pratica artistica esplora le complessità dell’identità, della razza e del genere attraverso collage digitali e fisici, le cui immagini provengono da archivi storici coloniali, social media, eBay e riviste. Il suo lavoro – presentato nel capitolo dedicato alla ridefinizione della maternità – è profondamente radicato nel suo background accademico e si concentra sulla decostruzione e ricostruzione del corpo femminile nero.

Kateryna Lysovenko, «Untitled», 2022. Acrylic on canvas, 160 × 110 cm. Collection of the Ukrainian Museum of Contemporary Art, Kyiv.

Presentata nella sezione dedicata alle artiste in tempo di guerra, l’opera di Kateryna Lysovenko (nata nel 1989) costituisce un’intensa riflessione sul rapporto tra ideologia, potere e immagine della vittima. Forte di una solida formazione accademica conseguita a Odessa e Kiev, l’artista reinterpreta le tradizioni del realismo socialista e dell’arte naïf ucraina per affrontare tematiche contemporanee legate al trauma e alla memoria storica.

Sebbene la mostra sia incentrata sulla ridefinizione della storia dell’arte, è impossibile evitare una riflessione sul mercato delle artiste donne. Secondo “The Art Basel and UBS Global Art Market Report 2026” nel 2025 la rappresentanza delle artiste si è ulteriormente rafforzata, raggiungendo il 50% tra le gallerie del mercato primario e il 45% tra tutti i commercianti d’arte. Le opere di artiste hanno rappresentato il 37% del valore delle vendite – in aumento rispetto al 28% del 2018 – sebbene permangano disparità ai livelli di fatturato più elevati. Insomma, solo una questione di tempo.

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