Altrove sul fronte commerciale, Bill Emmott, ex direttore dell’Economist, osserva che, «Trump ha spesso espresso disappunto sulle inique pratiche commerciali di altri Paesi, esattamente come ha fatto durante la campagna elettorale del 2016; ma ha fatto poco per trasformare le parole in fatti». Dopo aver promesso di etichettare la Cina manipolatrice valutaria, ad esempio, Trump si è (saggiamente) astenuto dal finire che ciò che aveva iniziato. Eppure, Emmott si aspetta che quest’anno Trump dia un’accelerata alle sue politiche protezionistiche, ora che gli sgravi fiscali sono alle spalle.
A dicembre, la Casa Bianca ha presentato in anteprima l’agenda con il rilascio della National Security Strategy, che pone un’enfasi senza precedenti sull’economia. Nell’opinione di Feldstein, la NSS di Trump include alcune «iniziative encomiabili» perché «trattano il commercio estero» – comprese le iniziative tese a reprimere il furto di proprietà intellettuale. Il problema, secondo Feldstein, è che la NSS individua «le politiche inique perseguite dalla Cina e da altri Paesi, senza una distinzione tra quelle che danneggiano gli interessi americani e quelle che, per quanto ‘inique’, di fatto aiutano gli americani».
Il timore ora è che Trump assuma un approccio più ampio e voglia o eliminare le politiche cinesi che vanno bene per i consumatori americani – come esportare i beni in eccesso a prezzi stracciati – o innescare una guerra commerciale su vasta scala. Se si verificasse quest’ultima ipotesi, Kaushik Basu della Cornell University avverte, nessun Paese «soffrirà più degli Usa stessi».
Le scelte intraprese da Trump nel primo anno sul fronte dell’immigrazione sono altrettanto variegate. Dopo diversi tentativi, è riuscito a implementare un divieto di ingresso focalizzato sui musulmani, che ha avuto il via libera anche dalla magistratura (ora vieta l’ingresso anche ai viaggiatori provenienti dalla Corea del Nord e dal Venezuela). Eppure non è chiaro cosa abbiano fatto le sue politiche sull’immigrazione per i lavoratori americani, anche per coloro che credono che gli immigrati rubino i posti di lavoro agli americani e contribuiscano meno all’economia rispetto a quanto consumano in termini di servizio pubblico. Dopo tutto, osserva Roubini, «il ‘bando dei musulmani’ non incide sulla fornitura di manodopera negli Usa»; né «il piano dell’amministrazione favorisce i lavoratori qualificati rispetto a quelli non qualificati». Di fatto, come avverte Kenneth Rogoff di Harvard, le misure che «riducono nettamente l’immigrazione» avrebbero «significativi effetti negativi sulla crescita», e quindi su posti di lavoro e salari.
Nazionalismo per gli stolti
Nel suo discorso inaugurale, Trump ha promesso anche di «rinforzare le vecchie alleanze e formarne di nuove» e di «cercare amicizie e benevolenza con le nazioni del mondo», sempre mettendo «prima l’America». La politica estera non ha un effetto ovvio su lavoratori e famiglie Usa come gli sgravi fiscali. Ma se un incompetente o un’amministrazione pericolosa dovessero compromettere la posizione del dollaro Usa come principale valuta di riserva del mondo, questa perdita dello status avrebbe molte più conseguenze di qualsiasi normativa domestica.
La grandezza del dollaro nei mercati finanziari globali, spiega Benjamin J. Cohen dell’Università di Santa Barbara, è ciò che consente all’America di «andare avanti a spendere quanto le serve per sostenere i tanti impegni per la sicurezza nel mondo, e per finanziare i deficit commerciali e di budget». Se altri Paesi improvvisamente non fossero più interessati al dollaro, gli Usa potrebbero andare incontro a una fuga di capitali; come minimo, il governo dovrebbe pagare di più per onorare il debito esistente, e ciò implica un peso più ampio sui contribuenti.
Come invece accade, il dollaro ha registrato scarse performance durante il primo anno di Trump, perdendo quasi il 10% del suo valore quando ci sarebbe aspettato che si rivalutasse con il rafforzamento dell’economia Usa, l’ampliamento della differenza tra tassi di interesse con altre economie avanzate, e la promessa dei tagli delle imposte societarie. Lo scorso agosto, Cohen osserva che dopo il tweet di Trump che minaccia il dittatore della Corea del Nord Kim Jong-un con “fire and fury” (fuoco e furia) – e anche prima del suo rifiuto di ricertificare l’accordo sul nucleare dell’Iran – gli investitori stavano «cercando paradisi sicuri alternativi in altri mercati, dalla Svizzera al Giappone».
In modo analogo, Eichengreen avvertì in ottobre che se l’amministrazione di Trump continua a screditare l’America agli occhi dei suoi alleati, potrebbe provocare una crisi del dollaro. Eichengreen si immagina uno scenario in cui la Corea del Sud e il Giappone – che «si pensa detengano circa l’80% delle loro riserve internazionali in dollari» – sono costretti a trovare un nuovo rifugio finanziario. Un fallimento da parte di Trump nel gestire la crisi nucleare nordcoreana, ad esempio, potrebbe dare alla Cina la possibilità di inserirsi. «E dove la Cina guida geopoliticamente», scrive Eichengreen, «la sua valuta, il renminbi, potrebbe seguire».
Se ciò sembra illogico, tenete a mente che la Corea del Nord ora ha bypassato gli Usa nelle trattative con la Corea del Sud, con la benedizione della Cina. Nel frattempo, osserva Christopher R. Hill, capo negoziatore Usa con la Corea del Nord durante la presidenza di George W. Bush, Trump ha sempre fatto chiaramente sapere che «non ha idea di cosa fare» quando si tratta del regime di Kim. Di fatto, un anno fa nello stesso mese, Trump rispondeva alla minaccia di Kim di testare un nuovo missile balistico tweetando, «It won’t happen!» (Non accadrà). Da allora, la Corea del Nord ha condotto otto test missilistici – dimostrando, tra le altre cose, che il regime ora ha la capacità di colpire il territorio Usa – e quello che sembra essere stato il suo primo test di una bomba a idrogeno.
Mentre il 2017 volgeva al termine, l’amministrazione Trump continuava a screditarsi con l’approccio al Medio Oriente. La decisione unilaterale di Trump all’inizio di dicembre di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele, osserva Jeffrey D. Sachs della Columbia, è stata immediatamente e «fortemente rifiutata» dalla maggior parte degli Stati membri Onu, compresi molti alleati Usa. Secondo il giornalista palestinese Daoud Kuttab, la decisione sfida anche i desideri di molti americani, e sembrava avesse l’obiettivo di soddisfare «la piccola base di cristiano-evangelici sionisti Usa», nonché i donatori repubblicani di spicco come il magnate dei casinò Sheldon Adelson.
Come avrebbe potuto prevedere chiunque conoscesse il Medio Oriente, la politica di Gerusalemme di Trump si è già rivelata controproducente. Secondo Shlomo Ben-Ami, ex ministro degli Esteri israeliano, «le potenze anti-americane» come gli Hezbollah, l’Iran, la Russia e la Turchia non hanno perso tempo nel prendere «la decisione divisiva di Trump come un’opportunità per valorizzare la loro influenza regionale, a scapito degli Usa e dei suoi alleati».
Allo stesso tempo, Trump ha provocato una maggiore derisione internazionale insistendo sul fatto che la sua decisione su Gerusalemme – per cui non ha ricevuto nulla in cambio da Israele – lascia ancora la porta aperta a una soluzione di due stati al conflitto israelo-palestinese. Di fatto, avverte l’ex ministro degli Esteri tedesco Joschka Fischer, «il riconoscimento di Gerusalemme da parte dell’America come capitale di Israele potrebbe significare la fine di una soluzione a due stati una volta per tutte». Come minimo, sostiene Richard N. Haass, presidente del Council on Foreign Relations, Trump ha perso l’occasione creata da un costante riavvicinamento tra Israele e le potenze arabe sunnite che condividono l’interesse nel contrastare l’Iran.
Prima della decisione di Trump, l’Arabia Saudita avrebbe potuto essere disposta a sostenere o persino aiutare a guidare un intervento per porre fine al conflitto israelo-palestinese, che avrebbe solidificato l’opposizione anti-iraniana della regione. Ma ora, osserva Haass, i sauditi saranno «riluttanti a essere associati a un piano che molti considereranno un tradimento». Alla fine è «probabile che si rivelino un partner molto meno diplomatico di quanto sperassero alla Casa Bianca». In altre parole, l’imprudenza di Trump potrebbe lasciare gli Usa in disparte e umiliati ancora una volta.
Così come per le scelte nazionali di Trump, è difficile prevedere come alienare gli alleati, intensificare le tensioni nucleari con la Corea del Nord, fomentare il sentimento anti-americano nel mondo e minacciare la posizione internazionale del dollaro possa fare qualcosa per «avvantaggiare i lavoratori americani e le famiglie americane». Ed è ancora più probabile, lamenta Ian Buruma della New York Review of Books, che la presidenza Trump «dia ancora il peggio» ai suoi sostenitori, per non parlare della maggioranza degli americani che non hanno mai sostenuto il suo programma.
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