Mind the Economy/Justice 170

La promessa fragile delle istituzioni

Il filosofo John R. Searle. (Ansa)

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Un’istituzione può continuare a funzionare anche quando quasi nessuno crede più che funzioni bene. Possiamo aver perso fiducia nel Parlamento e continuare, nonostante tutto, a obbedire alle leggi che approva. Possiamo considerare il sistema fiscale ingiusto e pagare comunque le tasse. Possiamo giudicare assurda la burocrazia pubblica e continuare a compilare scrupolosamente gli infiniti moduli che ci vengono richiesti. In tutti questi casi accade qualcosa di apparentemente contraddittorio. Contestiamo un’istituzione e, nello stesso momento, attraverso il nostro comportamento contribuiamo a mantenerla in vita. È qui, nell’analisi di questa apparente contraddizione, che la teoria delle istituzioni di John Searle mostra uno dei suoi aspetti più interessanti. Nei Mind the Economy delle scorse settimane abbiamo visto come nascono i fatti istituzionali e come gli status che attribuiamo a persone e oggetti producano diritti, obblighi, autorizzazioni e poteri. Ma resta da capire che cosa consenta a un’istituzione, una volta creata, di continuare a esistere. Un’istituzione non ha bisogno che crediamo nella sua bontà. Ha bisogno che continuiamo a riconoscerla. E tra le due cose c’è una differenza enorme.

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Che cosa fa continuare a esistere una montagna? La domanda non si pone nemmeno. Per un confine, invece, è l’unica domanda che conti veramente. Il palazzo può rimanere in piedi quando il Parlamento che vi si riuniva non esiste più. Le banconote possono restare materialmente intatte quando la moneta che rappresentavano ha cessato di avere valore. Una corona può sopravvivere per secoli alla monarchia che le attribuiva significato. La materia resta anche quando il fatto istituzionale scompare. È il tema che Searle affronta nella sezione dedicata alla “continued maintenance of institutional reality” del suo Making the Social World (Oxford University Press, 2010). Non basta spiegare come costruiamo le istituzioni; occorre anche spiegare perché, giorno dopo giorno, continuiamo a farle esistere. Gli status e i poteri che esse producono funzionano solo finché continuano a essere collettivamente riconosciuti.

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Riconoscere non significa approvare

Qui occorre evitare un equivoco. Nelle sue opere precedenti Searle aveva parlato soprattutto di acceptance (accettazione), ma in Making the Social World preferisce utilizzare il termine recognition (riconoscimento), proprio per evitare che il primo possa essere interpretato come indicatore di approvazione. Il riconoscimento è neutro da questo punto di vista e può andare dall’adesione entusiastica alla semplice acquiescenza. Searle lo afferma esplicitamente – “il riconoscimento non implica l’approvazione” – e aggiunge che “l’odio, l’apatia e persino la disperazione” sono perfettamente compatibili con il riconoscimento di un’istituzione che odiamo, verso la quale siamo indifferenti o che disperiamo di poter cambiare. Pensiamo a un cittadino che riceve una multa che considera assurda. Può protestare, insultare il corpo dei vigili urbani, presentare ricorso e dichiarare agli amici che il sistema è ingiusto. Ma se presenta ricorso davanti all’autorità competente, sta già riconoscendo una parte importante dell’istituzione che contesta. Riconosce che esiste un’autorità capace di irrogare una sanzione, una procedura attraverso la quale quella decisione può essere contestata e un organo che possiede il potere di confermarla o annullarla. Anche la protesta più radicale resta spesso dentro la grammatica dell’istituzione che contesta. Lo stesso vale per il cittadino che, pur considerando insensata una procedura amministrativa, compila ugualmente il modulo richiesto; per l’imprenditore che ritiene ingiusta una tassa ma presenta comunque la dichiarazione fiscale; oppure per il partito di opposizione che giudica pessima una legge ma riconosce che, essendo stata approvata secondo le procedure previste, essa produce comunque effetti giuridici. In tutti questi casi l’approvazione manca del tutto. A reggere l’istituzione è il riconoscimento pratico. È precisamente questo che rende le istituzioni molto più resistenti di quanto la loro particolare ontologia lascerebbe immaginare. Dipendono da noi. Il nostro entusiastico sostegno, però, è un lusso di cui possono fare a meno. Bastano comportamenti sostenuti dall’abitudine, dal timore delle conseguenze, dal conformismo o semplicemente dalla convinzione che non esista un’alternativa praticabile.

Ma perché gli esseri umani – si domanda Searle – continuano ad accettare le istituzioni? Una prima risposta è semplice. Molte aumentano enormemente le nostre possibilità. Il denaro, il linguaggio, i contratti o le amministrazioni consentono azioni che senza di esse sarebbero impossibili o enormemente più costose. Ma questa spiegazione non basta. Gli esseri umani continuano a riconoscere anche istituzioni dalle quali non traggono alcun beneficio individuale. Searle cita, per esempio, le strutture di classe, la posizione subordinata attribuita alle donne in molte società e le distribuzioni enormemente diseguali di “denaro, proprietà e potere”. “Un motivo molto stringente per l’accettazione delle istituzioni e dei fatti istituzionali – scrive Searle – è che gli uomini hanno bisogno di conformarsi gli uni agli altri, di essere come le altre persone ed essere accettati da loro come membri di un gruppo, come qualcuno che condivide un’intenzionalità collettiva. Oltre a questi motivi generici che ho citato – interesse personale, aumento di potere, ignoranza, apatia, disperazione e conformismo – non sembra esserci una risposta generale alla domanda: che cosa motiva l’accettazione? Ci sono motivazioni specifiche e diverse per ogni istituzione”.

È qui che la fragilità delle istituzioni rivela il suo primo paradosso. Una realtà che esiste soltanto perché continuiamo a riconoscerla può essere estremamente difficile da cambiare.

Istituzioni che non si consumano

Searle utilizza un’immagine particolarmente efficace. Gli oggetti materiali normalmente si deteriorano con l’uso. Una scarpa indossata ogni giorno si consuma, una camicia lavata cento volte perde progressivamente consistenza. Con le istituzioni accade spesso l’opposto. “A differenza di magliette e scarpe, le istituzioni non si logorano con l’uso continuato. Al contrario, l’uso continuato di istituzioni come il matrimonio, la proprietà privata e il denaro le rinforza, ma ‘l’uso’ richiede che se ne parli e questo parlarne funziona per mantenere e rinforzare sia l’istituzione sia il fatto istituzionale all’interno delle istituzioni”. Ogni volta che paghiamo un caffè con una banconota confermiamo che quel pezzo di carta conta come denaro. Ogni volta che chiediamo il permesso al proprietario prima di entrare in un terreno confermiamo la proprietà. Ogni volta che un professore verbalizza un voto e lo studente lo considera valido, entrambi riproducono l’istituzione universitaria che attribuisce al primo quel potere. Non occorre che qualcuno pronunci solennemente: “riconosco l’esistenza della proprietà privata”, “riconosco l’euro”, “riconosco l’autorità del Parlamento”. Il riconoscimento è incorporato nelle pratiche che tutti noi, quotidianamente, mettiamo in atto. Anzi, una volta che un sistema istituzionale è stabilizzato, non dobbiamo continuamente decidere se accettare ciascuno dei fatti che esso produce. Searle usa l’esempio del baseball. Se riconosciamo le regole del gioco, non dobbiamo votare ogni volta per stabilire se un certo colpo possa contare come home run. Resta eventualmente un problema conoscitivo: la palla ha effettivamente oltrepassato il limite previsto? Proprio per questo esistono gli arbitri. Analogamente, in un sistema giuridico possiamo discutere se un imputato abbia effettivamente commesso un certo reato senza rimettere ogni volta in discussione l’esistenza del diritto penale. Una volta riconosciuta la struttura, essa produce una quantità enorme di fatti istituzionali quasi automaticamente. Si crea così una sorta di circuito di auto-rinforzo. L’istituzione rende possibili certe pratiche. Partecipando a quelle pratiche riconosciamo gli status sui quali l’istituzione si fonda. Quel riconoscimento permette all’istituzione di continuare a produrre diritti e obblighi. Questi, a loro volta, orientano nuovi comportamenti. Creazione, uso, riconoscimento, riproduzione. E di nuovo uso. Anche il linguaggio svolge un ruolo importante in questo processo. Continuare a utilizzare il vocabolario degli status significa, secondo Searle, contribuire alla loro manutenzione. Chiamiamo qualcuno “presidente”, “proprietario”, “coniuge”, “cittadino”, “creditore”: quelle parole non descrivono soltanto caratteristiche delle persone. Richiamano un insieme di diritti, obblighi, autorizzazioni e aspettative.

Ed è per questo che anche le lotte politiche possono diventare lotte intorno alle parole. Searle ricorda come il movimento femminista abbia contestato categorie come lady e gentleman, perché esse incorporavano una particolare deontologia dei rapporti tra uomini e donne. I rivoluzionari russi insistettero invece sull’uso di comrade, compagno, proprio nel tentativo di creare nuovi status e distruggere quelli precedenti. E quando una parola che designa uno status cade in disuso, può erodersi anche la posizione sociale che essa contribuiva a identificare. Pensiamo al termine spinster, “zitella”, un tempo presente perfino nella legislazione americana e progressivamente scomparso anche dal linguaggio comune. Naturalmente non basta cambiare una parola per abolire un’istituzione. Sarebbe una conclusione troppo facile. Ma l’esempio mostra qualcosa di più profondo: le istituzioni hanno bisogno di essere continuamente rappresentate come esistenti. Non sono oggetti che abbiamo costruito una volta per tutte e poi lasciato funzionare autonomamente. Sono realtà che riproduciamo attraverso una quantità sterminata di piccoli atti quotidiani.

Quando l’ingiustizia diventa normale

A questo punto emerge il problema forse più importante per una teoria della giustizia. Se il riconoscimento non implica approvazione, un’istituzione ingiusta non ha bisogno di convincere coloro che subiscono l’ingiustizia che essa sia giusta. È sufficiente che continuino a trattarla come esistente. Perché dovrebbero farlo? Una risposta particolarmente interessante di Searle riguarda il modo in cui percepiamo le istituzioni. Spesso – scrive – le persone non comprendono proprietà privata, diritti, governo e distribuzione del potere come creazioni umane. Tendono invece a considerarle “come una parte dell’ordine naturale delle cose che vanno date per scontate nello stesso modo in cui sono dati per scontati il tempo atmosferico o la forza di gravità”. La disuguaglianza può allora acquistare l’apparenza della necessità. Il re comanda perché è il re e chi occupa una posizione subordinata obbedisce perché quella sembra essere semplicemente la posizione che gli spetta. Searle richiama a questo proposito una celebre osservazione di Marx secondo cui “Un uomo è re solo perché altri uomini si comportano come sudditi nei suoi confronti. Questi, a loro volta, immaginano di essere sudditi perché egli è re”. La relazione causale viene mentalmente invertita. Ciò che esiste perché noi lo riproduciamo finisce per apparire come la ragione per cui dobbiamo continuare a riprodurlo. Possiamo comprendere perfettamente che un’istituzione è una costruzione umana e possiamo anche considerarla ingiusta, e tuttavia continuare a sostenerla. Searle fa l’esempio della distribuzione della proprietà. Un individuo può ritenerla ingiusta, può perfino considerare ingiusta l’istituzione stessa della proprietà privata, ma pensare che non ci sia molto che egli, individualmente, possa fare. Questo passaggio è decisivo. Se tutti pensano che l’istituzione esista perché gli altri la riconoscono e ciascuno pensa di essere troppo piccolo per modificarla, il riconoscimento collettivo può sopravvivere anche quando l’approvazione individuale è crollata. È una forma di equilibrio istituzionale paradossale nel quale molti potrebbero desiderare che le cose fossero diverse e tuttavia, attraverso le loro azioni quotidiane, continuare a produrre proprio la realtà che vorrebbero cambiare.

Fragili, ma stabili

E qui si comprende meglio anche che cosa significhi una vera crisi istituzionale. Essa non coincide necessariamente con il crollo della fiducia. La crisi più profonda comincia quando qualcosa si rompe nel circuito del riconoscimento, quando gli status istituzionali cessano di essere trattati come fonti effettive di diritti, obblighi e ragioni per agire. Perché, come scrive ancora Searle, “Le istituzioni funzionano solo fin tanto che sono riconosciute o accettate”. Un governo può sopravvivere a milioni di cittadini che lo detestano. Una moneta può continuare a circolare tra persone che criticano la banca centrale. Un’università può funzionare mentre docenti e studenti sono esasperati dalla sua burocrazia. Il punto di rottura arriva quando la contestazione si trasforma in mancato riconoscimento: quando le decisioni del governo non vengono più trattate come vincolanti, le banconote non vengono più accettate in pagamento, i titoli universitari non vengono più considerati certificazioni valide. A quel punto non diminuisce semplicemente la fiducia nell’istituzione, ma comincia a venir meno la realtà istituzionale che il riconoscimento collettivo teneva in vita.

È qui che emerge il paradosso delle istituzioni, della loro fragilità e, allo stesso tempo, della loro forza. Sono fragili nella loro esistenza e stabili nell’uso. La ripetizione le consolida, esattamente come l’abitudine consolida un gesto fino a farlo sembrare naturale. Una regola applicata migliaia di volte, uno status continuamente riconosciuto, una procedura che tutti continuano a seguire acquistano una stabilità che nessuno ha individualmente deciso di produrre e che nessuno individualmente può mettere in discussione. Per questo anche un’istituzione considerata ingiusta può durare a lungo. Non perché tutti la approvino, ma perché ciascuno continua, per ragioni diverse, a comportarsi in modo coerente con la sua esistenza. Per questo la domanda politica più interessante non riguarda soltanto quanta fiducia nutriamo nelle nostre istituzioni, ma perché continuiamo a riconoscerle anche quando non ci crediamo più. È nella distanza tra il giudizio che formuliamo sulle istituzioni e le pratiche attraverso le quali continuiamo a riprodurne l’esistenza che si nasconde una parte importante della loro forza. Ed è probabilmente proprio lì che bisogna guardare per capire non soltanto perché certe istituzioni durano, ma anche a quali condizioni possono davvero essere migliorate.

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(*) Professor of Economics, Department of Economics and Business, University of Cagliari

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