Debutti

La prima Biennale di Bukhara conquista la scena globale

Tra gli artisti l’italiana Binta Diaw, l’artista italo-senegalese dialoga con gli artigiani uzbeke per un’installazione che racconta identità globali e memorie condivise

di Maria Adelaide Marchesoni

Bukhara Biennial

4' di lettura

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Quando si mescolano con cura gli ingredienti giusti – la tradizione e l’innovazione, il talento locale e lo sguardo internazionale, la storia e la contemporaneità – il risultato non può che essere un successo. È questa la ricetta vincente della prima edizione della Biennale di Bukhara, dal titolo “Recipes for Broken Hearts” (Ricetti per cuori infranti), aperta dal settembre fino al 20 novembre, che ha trasformato l’antica città uzbeka in un crocevia di creatività contemporanea globale. La ricetta, in questo caso, prevedeva di unire e far collaborare artisti internazionali, talenti locali e maestri artigiani: voci diverse che hanno saputo arricchirsi a vicenda senza sovrastarsi. A orchestrare questa complessa alchimia è stata Diana Campbell, che con la sua visione ha saputo dare coerenza e ritmo a un dialogo altrimenti dispersivo e con il rischio di ridursi a un mero esercizio decorativo. Questa prima edizione non è stata solo un’esposizione di opere, ma un laboratorio vivo di contaminazioni culturali che ha permesso di far conoscere a livello internazionale i giovani talenti uzbeki.

«Untitled», 2024–2025 di Marina Perez Simão (Brazil), in collaborazione con Bakhtiyar Babamuradov (Uzbekistan)

Un ruolo centrale lo hanno avuto gli artigiani di Bukhara, depositari di tecniche antiche tramandate di generazione in generazione: dalla ceramica alla lavorazione dei tessuti, dall’intarsio del legno alla miniatura. Il loro sapere manuale, radicato nella storia, ha incontrato la visione degli artisti contemporanei, creando oltre 70 progetti site-specific, opere che sono insieme memoria e invenzione. In questo dialogo, la Biennale ha mostrato come le cosiddette “arti applicate” possano diventare opere d’arte dal linguaggio universale, capace di parlare al presente senza perdere il legame con le origini.

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Nessuna disclosure sui costi anche se da alcune indiscrezioni è emerso che, oltre ai costi di produzione delle opere, gli artisti e gli artigiani hanno avuto un compenso per il loro lavoro. Il pubblico, curatori, direttori di musei da ogni parte del mondo - dall’Italia Francesco Stocchi, direttore artistico del Maxxi -, hanno contribuito a rendere l’atmosfera della Biennale ancora più vibrante Tra i vicoli e le piazze di Bukhara si respirava un’energia speciale: curiosità, scambio e partecipazione.

«CLOSE», 2024–2025 di Antony Gormley (England), in collaborazione con Temur Jumaev (Uzbekistan)

Gli artisti e le opere

Tra gli artisti l’italo-senegalese Binta Diaw, classe 1995 (da Prometeo Gallery, Milano, i prezzi delle sue opere da 7 mila a 22 mila euro e per quelle di grandi dimensioni il prezzo raggiunge 40 mila euro) che in collaborazione con Mastura Maxmudova e Zarnigor Maxmudova (Uzbekistan) ha realizzato «Cosmopoétique», 2024–2025, un’installazione che prende ispirazione dalla lavorazione dei tappeti e allude anche al ruolo storico svolto dalle rotte commerciali nell’interconnessione tra Africa e Asia, che hanno permesso lo scambio di pratiche culturali tra i continenti.

L’installazione scultorea di Antony Gormley, «Close» (2025) all’interno della moschea Khoja Kalon è stata realizzata in collaborazione con il restauratore Temur Jumaev (Bukhara, 1992) e i produttori locali di mattoni. Formata da diversi mattoni di fango ricorda un labirinto di corpi.

Diverse le opere in ceramica e tra queste il collettivo berlinese Slavs and Tatars (sono rappresentati da diverse gallerie tra cui Tanya Bonakdar, New York; in Italia hanno esposto da East Contenporary e i prezzi delle opere in mostra oscillavano tra 10 mila e 35 mila euro). L’opera «Qourds & Qurban, (2024-2025) installata nella Madrasa Gavkushon mette in scena meloni autentici sospesi all’interno di una struttura che richiama i ricami dorati di Bukhara, evocando le antiche leggende uzbeke secondo cui sulla buccia dei frutti sarebbero incisi messaggi sacri. L’installazione non solo celebra l’estetica e la spiritualità legata al melone, ma restituisce anche memoria e dignità linguistica traslitterando oltre quaranta nomi di varietà karakalpak dal cirillico alla loro scrittura araba originaria. In questo intreccio si riflette la collaborazione con il maestro artigiano Abdullo Narzullaev, con la riscoperta della calligrafia araba come forma di bellezza.

Dalla Corea del Sud, Yun Choi, in collaborazione con i fratelli Yunusov, ha realizzato «Dark age is better, Desert is the future», 2025 due torri decorate con smart phone in ceramica smaltata che ricorda un’opera del 1988 di Nam June Park, «The more The better», un’imponente scultura video ora per lo più spenta a causa di una tecnologia obsoleta.

«Cosmopoétique», 2024–2025 di Binta Diaw (Italy, Senegal), in collaborazione con Mastura Maxmudova and Zarnigor Maxmudova (Uzbekistan)

Numerose altre opere hanno arricchito la Biennale di Bukhara il cui sostegno economico al progetto e, più in generale, la trasformazione culturale è merito di Gayane Umerova, presidente della Uzbekistan Arts and Culture Development Foundation (ACDF) istituita nel 2017 che svolge un ruolo fondamentale nel plasmare il panorama artistico uzbeko. Poco prima dell’inaugurazione della Biennale, l’ACDF insieme alla Delfina Foundation, hanno lanciato un bando pubblico rivolto a giovani curatori, under 30, per partecipare alla Curatorial School della prima edizione della Biennale di Bukhara. La Scuola Curatoriale BBBB si terrà a Bukhara e riunirà sei curatori - tre provenienti dall’Uzbekistan e tre da tutta l’Asia - per sperimentare nuovi approcci alla curatela e alla realizzazione di mostre. Il programma culminerà in una grande mostra internazionale nella primavera del 2026, co-curata da tutti i partecipanti. Occhi puntati sul Centro Asia che con la forza narrativa delle sue eredità culturali può offrire al sistema dell’arte globale una prospettiva nuova, capace di mettere in crisi i centri consolidati e le loro gerarchie.

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