Auto e mobilità aziendale

La presenza femminile avanza ai vertici delle società di noleggio

Leadership ancora a prevalenza maschile nel settore, ma si registrano segnali di apertura e un cambiamento tra ostacoli strutturali e culturali

di Alessandro Palumbo

Valentina Pedrazzoli, Ceo di Mercedes-benz Lease Italia

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Le società di noleggio in Italia sono guidate quasi tutte da uomini. Le donne al comando sono solo quattro.

Valentina Pedrazzoli, da 28 anni nel gruppo Mercedes, con una lunga esperienza nel mondo insurance e dopo aver guidato la direzione commerciale dell’allora Mercedes benz CharterWay, da 10 anni è Ceo di Mercedes-benz Lease Italia. Inoltre, l’azienda e’ stata premiata negli ultimi 5 anni consecutivi con il riconoscimento “industria Felix- l’Italia che compete” quale azienda competitiva, affidabile e sostenibile a guida femminile.

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Patrizia Bacci è amministratore unico di Program Autonoleggio. Il padre ha fondato una società di noleggio a Manchester, per cui da giovane ha osservato da vicino la gestione di una flotta di veicoli, il rapporto con i clienti, l’importanza dell’affidabilità del servizio e della capacità organizzativa. A 26 anni si trasferisce in Italia e negli anni 90 fonda e amministra Program Autonoleggio.

Rita Rossi dal 2021 ricopre la posizione di General Manager Italia di Avis Budget Group. Ma è nella stessa azienda dal 1989 ricoprendo diversi ruoli executive, tra cui Operations Director, Strategic Change Director, HR Director, Senior Director Commercial Vehicles.

Raffaella Tavazza è stata nominata Ceo di Locauto Group nel 2022 a 48 anni, ma entra in azienda nel 2005 passando dalle posizioni di Sales, Marketing Manager diventando poi, nel 2011, Direttore Commerciale e, nel 2015 a soli 38 anni, Vicepresidente.

Sia Rossi che Tavazza ricoprono da quest’anno la carica di vice presidente del consiglio generale Aniasa.

Diverse imprese hanno raggiunto una parità quantitativa, ma non qualitativa. Inutile girarci attorno, il tema della disparità nelle aziende italiane esiste ed è stato ultimamente affrontato dal think tank la Società del Marketing Lab.

Il predominio maschile nelle posizioni apicali delle organizzazioni è il risultato di una combinazione di fattori culturali, sociali e strutturali. Le donne incontrano spesso maggiori ostacoli nei percorsi di carriera, anche a causa di un accesso più limitato alle reti di networking e alle opportunità di mentoring.

In molti contesti organizzativi, inoltre, i processi di promozione continuano a favorire gli uomini, anche a parità di qualifiche ed esperienza.

Persistono stereotipi secondo cui gli uomini sarebbero più disponibili a dedicarsi al lavoro e meno coinvolti nelle responsabilità familiari.

Allo stesso tempo, alcuni modelli di leadership più direttivi sono ancora associati prevalentemente al genere maschile, nonostante gli stili di guida non siano intrinsecamente legati al genere.

Negli ultimi anni, tuttavia, si è diffuso un maggiore riconoscimento di approcci alla leadership basati sull’ascolto, sulla mediazione e sulla gestione delle relazioni, contribuendo ad ampliare i modelli considerati efficaci.

In questo contesto, diverse organizzazioni hanno introdotto quote di genere come strumento correttivo per favorire l’accesso delle donne alle posizioni di vertice. Tali misure hanno contribuito a ridurre squilibri storici e a rendere più visibili modelli di leadership alternativi. In assenza di interventi di questo tipo, il cambiamento sarebbe probabilmente più lento.

Le quote, tuttavia, dovrebbero essere intese come strumenti temporanei, destinati a perdere rilevanza in contesti organizzativi realmente inclusivi.

Allo stesso tempo, le quote di genere possono presentare alcune criticità: rischiano di creare meccanismi percepiti come obbligatori e di non incidere sulle convinzioni culturali alla base delle disuguaglianze.

In alcuni casi possono alimentare il sospetto che le nomine non siano pienamente meritocratiche, rafforzando paradossalmente stereotipi di genere.

Per questo motivo, le quote da sole non sono sufficienti a colmare il gender gap.

Risultano più efficaci politiche integrate, come la trasparenza salariale, programmi di sviluppo della leadership femminile, misure di conciliazione tra vita professionale e privata e una revisione dei criteri di valutazione e promozione.

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