Consumi di pesce fresco in aumento sia nelle case che nei ristoranti dopo il netto calo dovuto alla pandemia. In Italia si calcola un incremento del 18% nel primo quadrimestre di quest'anno, secondo i dati Ismea-Nielsen, rispetto allo stesso periodo 2020. Ciò produce effetti positivi soprattutto sull'attività della marineria delle regioni meridionali che rappresenta quasi la metà del pescato in tutta Italia in volume e quasi il 70% in valore: nelle aree geografiche che interessano l'Adriatico Meridionale (Puglia e Calabria), il Tirreno centrale e meridionale e lo Jonio Occidentale (Campania, Calabria, Sicilia) ed il sud della Sicilia, il recupero c'è ed è in corso.
Una svolta importante dopo un 2020 nero. I cali di produzione e fatturato certificati nella relazione annua sulla flotta italiana inviata dal ministero alla Commissione Ue, sono consistenti: ovvero 41.000 tonnellate di pescato al Sud (-26% rispetto al 2019), e 250 milioni di ricavi (-28%).
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I segnali positivi registrati nel 2021 si collocano in uno scenario che resta, al Sud, come al Nord, difficilissimo, e oggi ulteriormente complicato da una proposta Ue che vorrebbe ridurre le giornate di pesca annue del 40%. Proposta respinta dal settore e che «va bloccata – avverte Giovanni Basciano, responsabile Pesca Sicilia e vice presidente nazionale di Agci-Agrital – Rifiutiamo l’idea della Ue che la ricetta per il Mediterraneo sia la chiusura della pesca». Se approvata a dicembre, la proposta penalizzerebbe ulteriormente le marinerie del Sud alle prese da tempo – aggiunge Nino Carlino, presidente del distretto della Pesca e Crescita Blu di Mazara del Vallo, 130 imprese associate, 2200 occupati, 250 milioni di fatturato annuo, di cui 60 ottenuti sui mercati esteri – «con una crisi diventata endemica e che il Covid ha solo accentuato». Una visione che il pugliese Emanuele Sciacovelli, di Federpesca nazionale, chiama “dogmatica”: «Pensano – dice – che sia la pesca marittima ad uccidere le specie marine dimenticando il peso di cambiamenti climatici, inquinamento, sversamenti in mare». Dal Covid la marineria siciliana – che un tempo rappresentava il 25% della flotta nazionale e che oggi conta,complici rottamazioni più o meno volontarie, circa 1.700 motopesca operanti sui tre versanti isolani - è uscita nel complesso benino, dopo il calo dell’anno scorso nel settore horeca e dei consumi domestici concentratisi soprattutto nella Gdo, dove arriva sia pesce locale che non», dice ancora Basciano.
Nelle 3 aree di mare su cui si affacciano Sicilia, Campania e Calabria (Tirreno Meridionale e Centrale e Jonio Occidentale) la flotta – in totale di 3.907 battelli – sta recuperando operatività. In Campania la ripresa era iniziata presto grazie alla domanda di pescherie dei comuni costieri di Salerno e Napoli. Più graduale il recupero nella Sicilia meridionale dopo il fermo di quasi l’80% dei battelli di grandi e piccole dimensioni e la quasi totale inattività dei mercati ittici di Palermo e Catania. La marineria siciliana poi deve fare i conti con gli sconfinamenti delle barche egiziane allontanatesi dal Mar Rosso per pescare gamberi nel Mediterraneo «con sistemi distruttivi”-dice Sciacovelli – e la Ue non interviene».
E poi la territorializzazione dei mari con le linee mediane create nel Mediterraneo che –denuncia Basciano – «stringono i nostri mari e le nostre grandi barche che pescano per settimane intere tra Cipro, Tunisia e Turchia e portano gambero rosso sulle nostre mense. In più gasdotti, metanodotti e impianti eolici off-shore. Dunque la nostra pesca non ha avvenire non perchè siamo troppi a pescare, ma perchè c’è sempre meno mare a disposizione». Quanto poi ai compartimenti di Puglia, Calabria e Sicilia jonica, la piccola pesca ha sofferto soprattutto nella Calabria jonica, mentre in Puglia – che ha buona parte della capacità peschereccia italiana (972 battelli) con lo strascico che predomina l’intero comparto ittico (400 unità) – le piccole barche con reti da posta hanno continuato normalmente le attività.
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