La pelle secondo Inversa, l’azienda che rende etiche e sostenibili le specie aliene
L’azienda ricava pellami pregiati dal pitone, dal pesce leone e dalla carpa asiatica che distruggono ecosistemi in Nord e Centro America, proteggendo la fauna e le economie delle comunità locali
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In cerca di alternative alla pelle animale negli ultimi anni si sono moltiplicate start up e progetti che hanno lanciato materiali a loro dire più sostenibili: MycoWorks, per esempio, che produce materiale alternativo alla pelle a partire dal micelio dei funghi, ha attratto investimenti anche da un grande marchio come Hermès; Desserto è un progetto che in Messico produce un materiale vegano a partire dalle foglie di cactus, mentre l’Italia è la patria del brevetto di Appleskin, che oggi viene prodotto dal gruppo statunitense Vegatex insieme alla Lemonskin, creata a partire dagli scarti dell’uso alimentare dei limoni, e a BarleySkin, derivante dai cereali usati per la produzione della birra, progettata in collaborazione con Budweiser.
Va ricordato come la pelle animale sia in realtà per la grande maggioranza della produzione derivante dall’economia circolare, e che dunque è frutto del recupero di uno scarto dell’industria alimentare. Ma se, cercando alternative più sostenibili, una delle più efficaci restasse di origine animale? È la soluzione proposta da Inversa, un’azienda fondata nel 2020 e basata a Sanibel, in Florida, che produce pellami catturando animali alieni che mettono a repentaglio la sopravvivenza di delicati ecosistemi, dalle Greenlands della Florida alle coste dei Caraibi, e delle comunità che vivono grazie ad essi.
L’idea è stata dei tre co-fondatori, Aarav Chavda, che oggi è anche il ceo, laureato in ingegneria aerospaziale a Princeton, Roland Salatino, economista laureato ad Harvard ed esperto di studi asiatici, e Kahan Chavda, bio ingegnere. In collaborazione con ong che hanno anche contribuito al loro finanziamento, come Conservation International, la National Oceanic and Atmospheric Administration, Ocean Risk e la Resilience Action Alliance, e avvalendosi solamente di specie dichiarate ufficialmente alle amministrazioni locali e nazionali come non native e pericolose, e dunque già destinate all’eliminazione, hanno identificato tre specie e tre relative aree da esse minacciate, ricavando tre pellami dall’aspetto peraltro molto prezioso e pregiato: la prima, il pitone che affligge la fauna delle Greater Everglades, l’ultimo e fragile ecosistema selvatico subtropicale del Nord America, in Florida, rettile che è responsabile dell’eliminazione del 90% della fauna locale. Il secondo, la carpa asiatica, che causa gravi danni nel bacino del fiume Mississippi e alle sue oltre 870 specie animali, peggiorando la qualità delle acque e di conseguenza anche le condizioni delle comunità che vivono in quelle aree, circa 1 milione e mezzo di persone. Infine, il pesce leone, specie aliena che ha invaso un’area di circa 7 milioni di km quadrati delle barriere coralline del mar dei Caraibi, capace di predare 70mila pesci lungo il suo ciclo vitale, e che mette a repentaglio la sussistenza di circa 42 milioni di persone.
Il Progetto di Inversa coinvolge peraltro direttamente le comunità locali, con cui collabora per la pesca delle specie aliene, e secondo i primi risultati del suo Life Cycle Assessment, rispetto a quella di pelle bovina la produzione di pelle di carpa asiatica impiega il 99,9% di terreno in meno, il 95% di acqua in meno ed emette l’89% in meno di gas serra. Fra i primi marchi di moda a sperimentare le pelli di Inversa è stata Gabriela Hearst, che ha proposto delle scarpe in pitone “etico” nella sua collezione PE 2025 presentata lo scorso settembre a Parigi, ma nella lista dei collaboratori di Inversa c’è anche il marchio di calzature italiano P448. Il team di Inversa, da parte sua ,sottolinea che ci sono almeno 17mila specie considerate aliene negli ecosistemi di tutto il mondo (fra cui anche il granchio blu, qui in Italia). E che dunque la loro avventura, imprenditoriale ed etica, è appena iniziata.











