Aliquote nel caos e record di evasione: la nuova Iva incrocia la riforma Irpef
Il riordino dell’imposta può consentire il superamento delle clausole di salvaguardia e il riequilibrio del prelievo rispetto all’imposta sui redditi
di Marco Mobili e Salvatore Padula
7' di lettura
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L’Iva, insieme all’Irpef, è uno dei due grandi pilastri del nostro arrugginito sistema fiscale. Contende all’imposta sul reddito delle persone fisiche il primato della popolarità (tutti la pagano o almeno così dovrebbe essere) ed è la seconda imposta più importante per volume di gettito: quasi 133,5 miliardi di euro di incassi nel 2018 - contro i 187,5 dell’Irpef – che rappresentano il 28,8% delle entrate fiscali complessive e il 7,6% del prodotto interno lordo. Secondo l’ultimo rapporto sull’economia sommersa, il prelievo sui consumi affianca l’Irpef anche per “propensione all’evasione”: 37,2 miliardi di euro, rispetto a un tax gap che per l’imposta personale arriva a 37,4 miliardi.
Le analogie tra Iva e Irpef, certo, finiscono qui. Se non fosse che esattamente come l’Irpef, anche l’Iva attraversa una fase di grande sofferenza ed evidenzia numerose criticità che, proprio come avviene per l’imposta sulle persone, attendono un vigoroso e coraggioso intervento di riordino. C’è di più. Quando si parla di urgenza della riforma della tassazione dei redditi personali, forse si sottovaluta che essa potrebbe essere addirittura vanificata dalla mancata attenzione ai problemi dell’Iva, a partire da quelli derivanti dalle clausole di salvaguardia.
1. Un sistema senza certezze per le alchimie della finanza pubblica
E, in effetti, la prima astrusità dell’Iva (che invero non deriva dall’imposta in sé ma dalle alchimie di una finanza pubblica sempre più creativa) è la sua condizione di precarietà non più sostenibile, determinata dalle clausole di salvaguardia: per garantire gli obiettivi di finanza pubblica, le leggi di Bilancio prevedono futuri aumenti di tassazione – incrementi delle aliquote Iva (e delle accise) – che possono essere disinnescati solo se risorse equivalenti sono reperite con tagli di spesa, altre entrate, deficit (o con un loro mix, come è finora accaduto).
Ma può un’imposta vivere perennemente sotto il ricatto di un possibile (e rilevante) aumento della tassazione? Ovviamente, no. Eppure, così ancora è. Il che ci spinge a fare un salto al 1° gennaio 2021. Anzi, molto prima, perché già entro il prossimo 10 aprile, con il nuovo Def che avvia il ciclo della programmazione economico finanziaria, il governo dovrà cominciare a ragionare su come affrontare il tema delle clausole di salvaguardia, ovvero come gestire il previsto aumento delle aliquote Iva per il 2021.
L’ultima legge di Bilancio ha sterilizzato l’aumento per il 2020 (circa 23 miliardi di euro). Tuttavia, le clausole di salvaguardia sono state “ri-attivate” per il prossimo biennio: 18,9 miliardi nel 2021 e altri 25,8 miliardi nel 2022 (pur alleggerite rispettivamente di 9,8 miliardi e di 3 miliardi). La legislazione attuale è già allineata: l’aliquota ordinaria 2021 sarà del 25% (rispetto al 22% attuale) e diventerà 26,5% nel 2022; e un’aliquota ridotta sarà del 12% (oggi siamo al 10).

