L'intervista

La nuova garante dell’infanzia Terragni: «Telefonini il male dei giovani, ripensiamone l’accesso»

Giornalista e attivista è la nuova titolare dell'Agia. “Rimettere al centro delle società umane la relazione di cura, subito un tavolo sull'alienazione parentale”

di Flavia Landolfi

Imagoeconomica

4' di lettura

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Marina Terragni, nella sua vita passata giornalista e attivista. Da qualche giorno è la nuova Garante per l'infanzia e l'adolescenza. Qual è stato il suo primo pensiero quando ha saputo della nomina? 

Io tendo per natura a essere sul campo. Cioè, mi piace, come sono fatta io, portare a casa dei risultati. L'auspicio è di imprimere un'accelerazione in questa direzione. Cioè, riuscire a richiamare l'attenzione su quello che in tutto il mondo occidentale è un allarme generale sulla condizione dei bambini e degli adolescenti.

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Cosa dice questo allarme?

Lo spiega benissimo Jonathan Haidt nel suo ultimo libro, La generazione ansiosa, un libro sconvolgente. L'autore illustra dati alla mano in modo molto pragmatico, come fanno gli anglosassoni, il deterioramento impressionante a far data da quando i bambini hanno avuto in mano lo smartphone.

Un tema enorme. Che fare?

Ho cominciato a occuparmene intensamente, dato che ho presieduto il Geac, il Gender Quality Advisory Council, che è un organismo indipendente che affianca anche il G7. E praticamente tutti i temi su cui ho richiesto di lavorare, hanno a che fare con l'infanzia e l'adolescenza.

Questa è una risposta alle critiche che si sono levate sulla sua nomina per via delle competenze

Beh, è chiaro che se tu nomini un giudice minorile, è piuttosto evidente la competenza. In questo caso hanno evidentemente preferito adottare uno sguardo diverso.

Quale sguardo?

Più politico

Quali sono le prime questioni che sono nel suo cuore e che saranno affrontate per prime?

Sicuramente quello dell'accesso precoce ai cellulari. Un altro tema è quello della generazione Z. Mi ha molto colpito un sondaggio realizzato proprio tra i giovani, ormai non più giovanissimi, della generazione Z, che è la prima generazione totalmente digitale, pubblicato se non sbaglio, su New York Times, dove loro dicevano che ai propri figli non daranno accesso agli smartphone prima dei sedici anni. Una nota cantante Billie Eilish aveva raccontato che l'accesso precoce alla pornografia che oggi è fondamentalmente violenza le aveva rovinato la vita. Ecco, allora c'è da regolare tutta la questione dell'accesso al digitale.

Bisogna mettere un limite secondo lei?

Sì, secondo me bisogna farlo. Quando tu vedi in giro giovani padri, giovani madri che spingono i passeggini, tenendo non gli occhi negli occhi del bambino, della bambina, ma guardando il cellulare, tu capisci che cosa può pensare un bambino: “Voglio quella roba, la voglio anche io”. C'è un grande lavoro da fare da questo punto di vista che comprende, come dice Haidt, la riconquista degli spazi non virtuali, ma reali.Cioè nei luoghi in cui i bambini vivono una vita con i loro corpi, una socialità con i loro corpi.

Un tema che riguarda i bambini è quello delle diagnosi di alienazione parentale, la cosiddetta Pas. A lei si sono rivolte femministe e giornaliste in un appello recente per chiederle di intervenire. Come risponderà?

Risponderò ricevendole a breve giro. Prima possibile, cioè il tempo di sedermi e quello sarà tra i primi dossier aperti. Ascolterò le loro proposte, che nascono dall'esperienza, che nascono dalla riflessione su questo tema specifico e apriremo un tavolo con tutte le informazioni necessarie. Ecco, dato che questo è un tema che chiama in causa la magistratura, che non ci sia una magistrata alla guida del Garante forse dà qualche vantaggio. E poi c'è il grande tema della cura.

Cioè?

Uno dei temi veramente decisivi, l'enorme carico di lavoro di cura procurato dall'invecchiamento della popolazione che è anche una delle concause della denatalità, perché se tu non hai la possibilità di erogare il lavoro di cura e sei impegnato su tanti fronti, rinunci anche alla possibilità di prenderti cura di un bambino

Cosa fare?

Bisogna fare la “care revolution”, cioè l'idea è rimettere la cura reciproca, la relazione di cura al centro delle società umane, questo è l'orizzonte utopico. Perché poi le comunità umane, forse anche alcune comunità animali, nascono proprio su questo, sul darsi assistenza reciproca, sul darsi cura, è uno stare insieme appunto regolato dalla cura reciproca.Il bisogno che tutti abbiamo di essere curati e di curare. E dunque non visto più come un peso da scaricare in silenzio sulle spalle delle donne ma come valore fondante che è proprio il rovescio della guerra

Lei è stata molto attiva anche sul tema del gender. E' una questione che porterà con sé nel nuovo incarico?

Quello è un tema laterale, ce n'è invece un altro più aderente al mio ruolo, quello sulla disforia infantile. Seguirò con grande attenzione il passaggio che sta avvenendo dappertutto dalla medicalizzazione a uno sguardo diverso, più olistico, soprattutto dall'aprile scorso dopo la pubblicazione del monumentale rapporto Cass.

In Italia cosa si è fatto? 

C'è stato un recente parere espresso dal Comitato Nazionale per la Bioetica che va in direzione di un uso limitato del farmaco triptorellina, che è quello adottato per il blocco della pubertà, solo all'interno dei protocolli sperimentali. E quindi facendo riferimento a studi rigorosi, a studi accreditati, seguiremo questa pratica, che non è di stretta competenza della Garante, però va monitorata. Verrà per altro istituito un registro nazionale, che ci darà i numeri che non abbiamo mai avuto fino adesso, e naturalmente terremo aperto il dialogo con i genitori di generazione D, che sono tutti genitori di bambini e ragazzi che hanno un problema con il loro genere di nascita.

Cosa si augura in questo percorso?

Il mio augurio in generale è di riuscire a portare all'attenzione del legislatore con delle proposte più possibili concrete, l'attenzione sulla questione delle generazioni future. Ispirandomi all'indimenticabile amico Alexander Langer, possiamo dire che la politica dovrebbe viaggiare su un doppio binario: uno è quella della riduzione del danno per il maggior numero di persone, l'altro è il superiore interesse del minore. Secondo me se ci si fa guidare da questi due principi è difficile sbagliare.

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