Interviste psicoanalitiche: la moda sul lettino di Bella Freud
Nel suo noto podcast Fashion Neurosis, la pronipote di Sigmund Freud fa parlare stilisti, cantanti, attori. Qui spiega com’è nata la sua ossessione per la moda e per il corpo.
di Bella Freud
7' di lettura
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Il primo capo di abbigliamento da cui sono stata ossessionata era una camicia rosa a quadretti. La indossava una bambina che ho conosciuto in un campo estivo. La ricordo come una vacanza molto spartana, il dormitorio aveva letti a castello di ferro e coperte grigie, ma noi ci divertivamo tanto a cantare le canzoni di Gary Glitter sedute sul davanzale della finestra nel refettorio. Avevamo tutte e due circa otto anni e la camicia rappresentava il glamour della normalità. Mi rendevo conto di quanto mi sentissi bene quando la indossavo, e non ho mai dimenticato come mi percepissi diversa. Quel momento ha eclissato le tracce di qualsiasi compleanno o di altri eventi significativi della mia infanzia.
Questo è stato il ricordo decisivo e la genesi del mio podcast Fashion Neurosis. Sono sempre stata consapevole del potere che avevo di trasformarmi attraverso i vestiti, e avevo l’impressione che le persone fossero molto più interessate alla moda di quanto ammettessero o si rendessero conto. Nel podcast uso gli abiti come una sorta di prisma attraverso il quale formulare le domande su come gli altri si percepiscono. Nelle mie conversazioni la cosa importante – con qualsiasi persona io stia parlando – è il suo impulso ad andare oltre lo specchio, indipendentemente dall’ambito in cui lavora, e la ricerca di un’idea al di là del fatto che funzioni o meno.
Erano gli anni Settanta e avevo circa 11 anni quando ho cominciato a notare il modo in cui gli altri si vestivano e come reagivano. Frequentavo una scuola steineriana e, anche se non avevamo un’uniforme, erano pochi quelli che venivano in classe vestiti alla moda. Le insegnanti indossavano lunghe gonne di velluto a coste marrone e le Birkenstock. La maggior parte degli alunni vestiva in modo indefinito, a parte due ragazze che si distinguevano. Una si chiamava Jane ed era davvero bella: agile, con la pelle chiara e morbida come le ali di una farfalla. Aveva gli occhi azzurri che riflettevano quel suo atteggiamento di tentata ribellione e una chioma di capelli cotonati di un bel rosso ramato, con una frangetta che le arrivava fino agli occhi. Ricordo quando la vidi nel cortile della scuola, aveva circa 15 anni, con un gruppo di compagni di classe. Indossava una maglietta a maniche lunghe aderente e pantaloni stretti che mostravano chiaramente il segno della biancheria. Mi sentivo quasi in imbarazzo per la sua mancanza di pudore, finché un’altra ragazza disse: «Ecco, questo è quello che io chiamo un bel fisico». Ero sbalordita, poi mi resi conto che aveva ragione: tutta questa sua visibilità era così spontanea e talmente attraente.
A casa nostra, essendo cinque ragazze, non c’era nessuna celebrazione, né eccitazione per i nostri corpi che crescevano. La pubertà e tutto ciò che comportava erano argomenti innominabili. C’erano delle battute sul seno – sul seno di altre persone. Il seno era volgare, eppure era qualcosa di desiderabile. In casa nostra indossare pantaloni talmente stretti da far vedere il segno della biancheria era così fuori discussione da essere considerato odioso. E poi, invece, c’era Jane, che sfoggiava tutta la sua tormentata bellezza di teenager. In me si accese una lampadina: compresi il significato di libertà.
L’altra ragazza si chiamava Rusty e veniva dal quartiere di Chiswick a Londra. Era diversa da tutte noi. Noi sembravamo delle bambine non ancora formate rispetto a lei. Aveva l’aria di sapere tutto, ma sfoggiava contemporaneamente una certa aria d’innocenza ed era vestita in modo diverso, alla moda.








