Personaggi

Interviste psicoanalitiche: la moda sul lettino di Bella Freud

Nel suo noto podcast Fashion Neurosis, la pronipote di Sigmund Freud fa parlare stilisti, cantanti, attori. Qui spiega com’è nata la sua ossessione per la moda e per il corpo.

di Bella Freud

Bella Freud fotografata da Emily Andersen nel 1990.

7' di lettura

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Il primo capo di abbigliamento da cui sono stata ossessionata era una camicia rosa a quadretti. La indossava una bambina che ho conosciuto in un campo estivo. La ricordo come una vacanza molto spartana, il dormitorio aveva letti a castello di ferro e coperte grigie, ma noi ci divertivamo tanto a cantare le canzoni di Gary Glitter sedute sul davanzale della finestra nel refettorio. Avevamo tutte e due circa otto anni e la camicia rappresentava il glamour della normalità. Mi rendevo conto di quanto mi sentissi bene quando la indossavo, e non ho mai dimenticato come mi percepissi diversa. Quel momento ha eclissato le tracce di qualsiasi compleanno o di altri eventi significativi della mia infanzia.

Marina Abramović, Cate Blanchett.

Questo è stato il ricordo decisivo e la genesi del mio podcast Fashion Neurosis. Sono sempre stata consapevole del potere che avevo di trasformarmi attraverso i vestiti, e avevo l’impressione che le persone fossero molto più interessate alla moda di quanto ammettessero o si rendessero conto. Nel podcast uso gli abiti come una sorta di prisma attraverso il quale formulare le domande su come gli altri si percepiscono. Nelle mie conversazioni la cosa importante – con qualsiasi persona io stia parlando – è il suo impulso ad andare oltre lo specchio, indipendentemente dall’ambito in cui lavora, e la ricerca di un’idea al di là del fatto che funzioni o meno.

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Erano gli anni Settanta e avevo circa 11 anni quando ho cominciato a notare il modo in cui gli altri si vestivano e come reagivano. Frequentavo una scuola steineriana e, anche se non avevamo un’uniforme, erano pochi quelli che venivano in classe vestiti alla moda. Le insegnanti indossavano lunghe gonne di velluto a coste marrone e le Birkenstock. La maggior parte degli alunni vestiva in modo indefinito, a parte due ragazze che si distinguevano. Una si chiamava Jane ed era davvero bella: agile, con la pelle chiara e morbida come le ali di una farfalla. Aveva gli occhi azzurri che riflettevano quel suo atteggiamento di tentata ribellione e una chioma di capelli cotonati di un bel rosso ramato, con una frangetta che le arrivava fino agli occhi. Ricordo quando la vidi nel cortile della scuola, aveva circa 15 anni, con un gruppo di compagni di classe. Indossava una maglietta a maniche lunghe aderente e pantaloni stretti che mostravano chiaramente il segno della biancheria. Mi sentivo quasi in imbarazzo per la sua mancanza di pudore, finché un’altra ragazza disse: «Ecco, questo è quello che io chiamo un bel fisico». Ero sbalordita, poi mi resi conto che aveva ragione: tutta questa sua visibilità era così spontanea e talmente attraente.

Rosalía, Nick Cave.

A casa nostra, essendo cinque ragazze, non c’era nessuna celebrazione, né eccitazione per i nostri corpi che crescevano. La pubertà e tutto ciò che comportava erano argomenti innominabili. C’erano delle battute sul seno – sul seno di altre persone. Il seno era volgare, eppure era qualcosa di desiderabile. In casa nostra indossare pantaloni talmente stretti da far vedere il segno della biancheria era così fuori discussione da essere considerato odioso. E poi, invece, c’era Jane, che sfoggiava tutta la sua tormentata bellezza di teenager. In me si accese una lampadina: compresi il significato di libertà.

L’altra ragazza si chiamava Rusty e veniva dal quartiere di Chiswick a Londra. Era diversa da tutte noi. Noi sembravamo delle bambine non ancora formate rispetto a lei. Aveva l’aria di sapere tutto, ma sfoggiava contemporaneamente una certa aria d’innocenza ed era vestita in modo diverso, alla moda.

La moda era una parola proibita nella mia scuola. Le scuole steineriane seguono la cosiddetta antroposofia.

Rachel Jones e David Cronenberg, tutti stesi sul divano di Fashion Neurosis.

Si tratta di un sistema educativo, terapeutico e creativo ideato da Rudolf Steiner, che cerca di utilizzare principalmente mezzi naturali per ottimizzare la salute fisica e mentale e il benessere in generale. Alcuni aspetti sono piuttosto interessanti: si coltiva in modo biodinamico seguendo le fasi lunari; si crede nel trattamento etico degli animali negli allevamenti, e questo mi piaceva. Ma, per qualche motivo, c’era un certo pregiudizio nei confronti della moda e trattavano chiunque fosse interessato agli abiti, all’apparenza, come una persona superficiale e vanitosa. Anche solo nominare la parola moda provocava sdegno.

Ecco perché la mia attrazione per i vestiti era contaminata da una sensazione di vergogna, perciò la tenni nascosta. Preferivo avere uno stile un po’ androgino, e mi andava bene: mi serviva come un velo dietro cui esplorare in segreto la mia identità. Rusty non aveva tutti questi complessi, non trattava i vestiti alla moda come una forma di autoindulgenza narcisistica. Sua madre le dava indumenti di seconda mano che venivano dalla storica boutique londinese Biba, aveva persino un paio di scarpe con plateau che tutta la comunità steineriana disapprovava. Mi fece conoscere David Bowie e Marc Bolan. Fu una rivelazione per me. Mi resi conto di aver vissuto nel culto della cupezza! Cominciai a scoprire che gli abiti potevano essere una chiave per uscire dalla trappola del pensiero negativo su me stessa. Perché ci vergognavamo così tanto dei nostri corpi? È uno degli argomenti di cui parlo spesso con mia sorella durante le nostre lunghe telefonate. Avevo tante insicurezze sul mio fisico e mi sentivo paralizzata dall’autocritica e da un istinto di mortificazione. Quando qualcuno in casa mia indossava qualcosa anche solo vagamente sexy, si sentiva subito in errore. Una volta andai da una psicoterapeuta che, dopo avermi ascoltata per un po’ di tempo, mi chiese se avessi tanti abiti nel mio guardaroba. «Non molti», esitai. «Ma perché no?», controbatté lei. «Questa è la tua risorsa – i vestiti. Sei brava in questo. E ti fanno stare meglio. Allora perché privarsi di questa fonte di sicurezza e comfort?»

Gli psicoterapeuti raramente parlano di moda, eppure i vestiti sono segnali importanti e, in qualche modo, rappresentano le pietre miliari del nostro sviluppo infantile. Quella psicoterapeuta fu abbastanza inutile, tranne che per questa unica illuminazione. Cominciai a comprendere proprio allora il valore della scelta di un look. In fondo, il giusto outfit può togliere dall’imbarazzo e a volte addirittura dal disprezzo verso se stessi: aiuta, per esempio, a gestire la timidezza, perché serve a trasmettere un’idea di sé che può essere impossibile da articolare a parole. La moda è un linguaggio parallelo.

Si tratta di una conversazione che continuo a seguire e a portare avanti nel mio podcast Fashion Neurosis. Ciò che mi ha stupito e deliziato è il modo in cui le persone dialogano con me. È un sollievo parlare di se stessi a voce alta, toccando argomenti che spesso sono piuttosto personali e rivelatori. In un certo senso, è proprio l’antitesi della vergogna, del ritrarsi e mettersi da parte.

Mi sono ritrovata anch’io a parlare di cose che non avevo affatto intenzione di dire. Con Nick Cave, per esempio, chiacchierando di creatività e di mio padre (il pittore tedesco naturalizzato britannico Lucian Freud, nipote di Sigmund Freud, ndr) che diceva che l’arte veniva prima di tutto il resto – inclusa la famiglia. Ho detto a Nick che era stata dura sentire quell’affermazione, ma invece della tristezza, è prevalso un altro sentimento. Ho ricordato quanto fossi vicina a mio padre: anche se aveva detto una cosa del genere, poi non si comportava di conseguenza, non sempre almeno.

Mi piace domandare quali sono i motivi che fanno passare la voglia di avere una relazione con certe persone. Ho ascoltato la risposta della cantante Rosalía: mi ha raccontato di quanto odiasse il fatto che un uomo mostrasse i piedi. I suoi occhi scuri e il suo viso bello e intelligente hanno assunto improvvisamente un’aria severa nel ricordare questa trasgressione. Amo ascoltare i dettagli: è così rilassante e crea un profondo legame con gli altri sapere che abbiamo tutti dei tic, delle idiosincrasie, dei riflessi condizionati, anche piuttosto eccentrici. Quando ho avuto come ospite David Cronenberg abbiamo parlato del genere body horror per cui è famoso. Mentre mi stavo preparando a chiacchierare con lui, mi sono resa conto che il body horror nella moda è tutta una questione di vergogna. Spesso chiedo alle persone come si sentono nei confronti del loro corpo, visto che per me è stato un problema da affrontare. Le risposte mi hanno davvero sorpresa. Credo che succeda perché l’atmosfera che si crea tra di noi in studio è inaspettatamente tenera e indulgente. Ripercorrere i verdetti schiaccianti del passato, pronunciati contro le nostre imperfezioni con spietata autocritica, ne attenua il potere e la malignità. Non me l’aspettavo ed è stato molto commovente.

Anni fa mi chiesero di contribuire a una raccolta chiamata Fashion: Great Designers Talking. Spensieratamente mi dissi: «Scriverò una poesia». Mi bloccai dopo il primo verso e quindi andai a casa di mio padre per cercare aiuto. Ci sedemmo e la scrisse tutta lui. Eccola:

Mezzo nudo, meditavo, pieno di tristezza,

Anche se il fallimento è solo umano,

Devo liberarmi da questa

Metamorfosi Sartoriale!

Le depressioni e le paure devono essere

Eclissate dall’Industria della Moda.

Puoi essere amato solo per le tue scarpe

Il tuo cappello – non quello che dici – è la notizia.

Diogene sapeva bene che i vestiti

Avrebbero trionfato sulla poesia e la prosa

La via certa per la felicità

Non è cambiare idea, ma cambiare abito.

Rimane un fatto indiscusso

Dentro il guardaroba sono appesi i vostri cervelli.

DA ASCOLTARE Il podcast di “Fashion Neurosis” di Bella Freud è stato lanciato un anno fa e ha anche una versione su YouTube. Ogni settimana un protagonista della moda, del cinema, dell’arte viene invitato a sdraiarsi sul divano dell’analisi per esplorare le connessioni tra moda e identità. Nelle quasi 60 puntate pubblicate a oggi, suoi ospiti sono stati tra gli altri Rick Owens, Cate Blanchett, Hanif Kureishi, Christian Louboutin, Julianne Moore e Rosalía. Due gli italiani, Stefano Pilati e Alessandro Michele che nella sua conversazione con la stilista, oltre a spiegare il significato dei suoi vestiti – soprattutto la T-shirt vintage acquistata quand’era un teenager al concerto di Freddie Mercury – racconta del suo rapporto intenso e diverso con una madre – elegantissima – e un padre – gipsy style. fashionneurosis.com

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