Idee

La Mille Miglia nella geografia nascosta d’Italia

di Giuseppe Lupo

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Padova non ha ancora smaltito l’euforia dell’arrivo, la sera precedente, e i curiosi già sono in azione il mattino presto, a Prato della Valle, dove i motori delle automobili scandiscono il tempo come le vecchie sirene di una scuola o di una fabbrica. Qualche auto ha il cofano aperto e i meccanici hanno fretta di ultimare i controlli, alcuni provvedono addirittura a passare uno straccio sulla carrozzeria per tirare a lucido una maniglia, un parafanghi, il vetro di un fanale o di un parabrezza. Poi comincia la girandola delle partenze intervallate e si rimane con lo sguardo a mezz’aria, il fiato sospeso: pioverà oggi? Una città di pianura mette a proprio agio chiunque si muova sull’asse orizzontale di una paratassi: un piede dopo l’altro, un giro di ruota dopo un altro e si procede a festa.

Secondo giorno Mille miglia

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Se le Mille Miglia si svolgesse tutta così, non avremmo bulloni che si svitano, temperatura dell’acqua che si alza, pistoni che si surriscaldano. La corsa avrebbe l’andatura di una passeggiata tra i campi. Questa è infatti l’impressione iniziale, una volta che si abbandona Padova e si entra nel niente di una campagna ancora verde, intervallata da canali, fiumi, rogge, dove c’è sempre qualcuno disposto a scommettere sull’arrivo del corteo. Il più delle volte si tratta di ciclisti solitari, appostati agli incroci o sotto l’ombra degli alberi, ma si vedono anche nonni e nipoti, anziane amiche uscite in bicicletta a far la spesa, operai di una ditta a conduzione familiare, che hanno interrotto di lavorare e si sono allineati lungo il marciapiede. La carovana procede tra applausi, saluti, mani alzate, urla di incitamento ed è sempre una festa, come il passaggio delle macchine fosse la dimostrazione che quei luoghi non sono pura astrazione geografica, invenzione di un’Italia invisibile, ma esistono già per il solo fatto di prendere parte alla gara. Esistono per essere annoverati nel roadbook, il magico librone bianco che ogni equipaggio ha ricevuto alla partenza e che segna, giorno dopo giorno, il percorso da fare con una cura maniacale: curve, incroci, semafori, distanze, luoghi di ristoro, tratti di strada destinati ai rilevamenti cronometrici o alle prove di regolarità, gazebo dove timbrare i documenti della gara, monumenti, alberi, attività commerciali. Ciascuna pagina del roadbook contiene le informazioni necessarie per agevolare le auto che gareggiano e sono talmente puntigliose nella descrizione che chiunque, con un minimo di dimestichezza, sarebbe in grado di chiudere gli occhi e immaginare la tappa del giorno prima ancora di averla percorsa. I più esperti potrebbero addirittura non muoversi mai perché basterebbe saltare all’ultima pagina e trovarsi nella città di Montecatini, dove è previsto l’arrivo serale. È chiaro che il ragionamento ha del paradosso e i segni convenzionali che indicano frecce, semafori e giravolte nascondono il privilegio di imbattersi in quell’Italia invisibile che nessuna mappa riuscirebbe a raccontare nel dettaglio. Anzi è proprio questo il miracolo delle Mille Miglia: quel che appare un pezzo di geografia poco conosciuta, la provincia formata da piccoli paesi e altissimi campanili, la provincia profonda e sonnolenta che vive all’ombra delle grandi città, sembra all’improvviso svegliarsi al passaggio delle auto, innalza una tenda con sedie e tettoie, espone le bandiere, improvvisa uno spettacolo con microfono e altoparlanti. Ognuno di quei luoghi avrebbe una storia da narrare e farsi trovare pronti al passaggio del corteo è già una forma di racconto: noi ci siamo messi a lustro per voi – paiono voler dire i tanti paesi intercettati tra Padova, Ferrara, Modena – ci siamo messi a festa per voi. Ma le auto passano sempre troppo in fretta per ascoltare le storie di ogni luogo. Iniziano a salire sui tornanti dell’Abetone, devono compiere gli ultimi sforzi della giornata. Qualcuna di loro si smarrisce per la fatica, ansima, sfiata, si ferma a bordo cunetta. Ha bisogno di riprendere fiato se vorrà raggiungere la vetta e non è detto che ci riesca. La gara segna i primi addii. Basta un niente e tutta la bellezza dell’attesa, la preparazione durata un anno incontrano l’ostacolo che le inceppa. Queste macchine sono giganti, ma hanno i piedi di argilla.

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